In Messico è il
“tehuacanazo”: acqua gassata iniettata nelle narici. In Marocco è il “pollo
allo spiedo”: si sospende una persona a testa in più, con ginocchia e polsi
legati a un palo. In Nigeria è il “tabay”: rimanere sospesi a un gancio con i
gomiti legati dietro la schiena. Nelle Filippine è la “ruota della tortura”:
viene fatto ruotare un disco sui cui spicchi sono descritti i metodi di
tortura, e si pratica quello su cui si è fermata la lancetta. Se, per esempio,
si ferma su “20 secondi di Manny Pacquaio” – pugile di livello mondiale –
partono cazzotti per 20 secondi consecutivi.
I torturatori
hanno molta fantasia. Sono un’innumerevole moltitudine, considerato che Amnesty
International negli ultimi cinque anni ha riscontrato casi di tortura in 141 Paesi:
a volte isolati, a volte quotidiani, come in Messico dove nel 2013 sono stati
denunciati 1.503 casi; in questo Paese dal 1991 vi sono state solo sette
condanne per tortura. O come in Uzbekistan, dove i torturatori non brillano per
creatività assassina ma applicano certosinamente supplizi medievali (bastonate,
soffocamenti) e scariche elettriche.
Ironicamente,
quel numero, 141, quasi coincide con quello, 157, dei Paesi che, ratificando la
Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, si sono impegnati a
non torturare e a mettere fuori legge, con apposita normativa interna, questa
orrenda pratica.
L’Italia è
compresa in entrambi i numeri. Ma nel nostro Paese la legge contro la tortura
non c’è ancora. È dal 1989, quando la Gazzetta ufficiale pubblicò la legge di
ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite, che le organizzazioni per i
diritti umani la pretendono.
Nel 1999, la
campagna per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano
ebbe un sostenitore illustre. Con l’interpellanza n. 2/01945 che lo vedeva
primo firmatario, l’onorevole Silvio Berlusconi si chiedeva perché non fosse
stato ancora introdotto il reato specifico di tortura, mancanza descritta come
“inqualificabile inadempimento”.
Due anni dopo,
diventò capo del governo e cambiò parere.
L’idea che in
Italia il reato di tortura non serva perché non c’è la tortura o non sia
opportuno perché rischierebbe di criminalizzare l’intero corpo delle forze di
polizia è dura a morire. Per quattro legislature ha avuto un sostegno
trasversale, che neanche una recente sentenza della Corte europea dei diritti
umani sembra essere riuscita a scalfire.
In teoria, in
questa quinta consecutiva legislatura in cui si discute di tortura, i numeri per
approvare la legge ci sarebbero. Ma se i contrari sono compatti, i favorevoli
si dividono tra chi vorrebbe difendere un testo non perfetto ma non in
contrasto con la Convenzione contro la tortura e chi vorrebbe migliorarlo. Il
rischio è che, dopo un passaggio al Senato e uno alla Camera e il ritorno del
testo emendato al Senato, anche questa volta il parlamento non approvi la legge.
PS Il 3 giugno,
il parlamento nigeriano ha approvato la legge contro la tortura, che ora
attende la firma del nuovo presidente Muhammadu Buhari per entrare in vigore.