Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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venerdì 24 maggio 2013

Ricordi e frammenti di un (grande) viaggio in Bosnia Erzegovina


Si mescolano in bocca il dolce e l’amaro, allorché lasci la Bosnia Erzegovina e torni, almeno per un po’, alla tua vita di tutti i giorni. Mi accade ormai da una vita. Ma una cosa è prenderne atto, ben altra è abituarmi. C’è un dolce nel tornare a casa, non v’è dubbio. Ma casa non fa necessariamente rima con Italia. Anzi. Il sapore dell’Italia è spesso amaro. Perché rientrare da un Paese che non ha nulla in uno che ha tutto, e vedere che da due decenni ci si contorce sulle stesse, annose, ridicole questioni, sa di assurdo. Perché mentre di dibatte e ci si accapiglia su temi tutt’altro che scottanti e legati alla cupidigia di pochi cialtroni, ma nel frattempo il Paese va gambe all’aria. E sempre più sembra avvicinarsi alla Bosnia. È tragico, ogni volta, il constatarlo. Ancor più tragico è vedere che in pochi davvero sembrano accorgersene. O volerlo fare.
Al contempo, lasciare la Bosnia è amaro. Una sensazione aspra, un dolore ficcante. Perché quel Paese sa diventare casa, Casa tua, “Kuća”, nel volgere di poche ore. Sa avvolgerti, la Bosnia, deliziarti, coccolarti, farti sentire amato. Ma poi – ecco l’amaro – all’improvviso fa irrompere sulla scena il dolore, la guerra finita ma al contempo infinita, i suoi mille volti, duri e sofferenti come le facce della povertà che strangola questo Paese così bello e ricco, ma solo per i pochi soggetti senza scrupoli che ne dominano la vita politica ed economica. Sciacalli che non hanno neppure il pudore di nascondersi, di rubare senza farsi notare. Esattamente come in Italia.

Eccoci allora rientrati da un viaggio breve ma intenso, splendido. Davvero. Ventidue italiani in cerca della Bosnia, che a Pocjtelj, Mostar, Sarajevo, Tuzla, Srebrenica, Bratunac possono dire di aver toccato il cuore e l’anima di questo piccolo ma immensamente grande Paese. E d’averlo fatto ora con qualche lacrima ora, soprattutto, divertendosi un mondo.
Quello svoltosi tra il 17 e il 22 maggio è stato un esperimento nato per caso, via facebook. Qualcuno alla fine s’è spaventato ed è rimasto a casa. Sbagliando. Perché il viaggio è stato veramente bello, a cominciare dal tempo meteorologico, passando per i paesaggi meravigliosi, così incredibilmente contrastanti tra le asperità dell’Erzegovina e il verde rigoglioso e profondo della Bosnia, per le bellezze artistiche e architettoniche, per l’importanza degli incontri umani avuti.
Per voi, ad esempio, è scontato, persino normale, che un musulmano sessantasettenne, alle dieci della sera, nel buio appena rischiarato della moschea antica di Tuzla, all’alba dell’ultima delle cinque preghiere quotidiane, poco prima che il muezzin chiami al raccoglimento mostri a un gruppo di stranieri di cui non parla la lingua come si svolgono le abluzioni necessarie prima d’entrare a pregare in moschea? Quante persone nelle nostre città avrebbero l’umiltà e la dolcezza di togliersi le scarpe e le calze e di lavarsi i piedi spiegando in bosniaco ogni singolo passaggio, dopo aver fatto lo stesso per viso, collo, orecchie, bocca, naso, mani, avambracci? Quanti di quelli che vanno a farsi incantare e spennare come polli di batteria a Međugorje hanno mai visitato una moschea e si sono fatti spiegare da un musulmano – che è un essere umano esattamente come noi, nonostante vi sia chi asserisca il contrario, senza prove alla mano – come si fa a pregare il Dio di uno dei grandi monoteismi del pianeta, invece di barricarsi dietro i sacchi di sabbia di appartenenze quasi settarie che nulla hanno spesso a che vedere con la religione ma solo con una brutta e contagiosa malattia che si chiama pregiudizio?
Da oggi un gruppo piccolo ma ampiamente rappresentativo di italiani – studenti universitari, medici, fisioterapisti, geometri, dipendenti pubblici e privati, aspiranti giornalisti e così via – può dire di aver preso contatto con la Bosnia Erzegovina vera. Non quella costruita a tavolino, artificialmente fatta di odi etnici e religiosi, ma quella reale, fatta di esseri umani che possono o meno professare una fede e che appartengono non a diverse etnie (concetto errato e fuorviante, se riferito alla Boaria, ma in tanti fanno finta di non voler capire che serbi, croati e musulmani appartengono allo stesso identico ceppo etnico) ma a un’identica specie, quella umana.
Gli incontri con l’architetto Kanita Ita Fočak, con il regista Ado Hasanović, con la psichiatra Irfanka Pašagić, con la presidente dell’associazione delle donne di Srebrenica Hatidža Mehmedović, il pranzo presso la cooperativa di donne di Srebrenica nata per fornire catering a chi voglia deliziare i palati dei suoi ospiti, le visita al museo dell’assedio di Sarajevo e a quello del tunnel, all’associazione Tuzlanska Amica di Tuzla, alla cooperativa Insieme di Bratunac (città, quest’ultima, che rappresenta uno dei grandi buchi neri della pulizia etnica nella Repubblica serba di Bosnia), e al memoriale di Potočari; e la vista, il toccare con mano gli effetti della pulizia etnica su Srebrenica e sulla sua popolazione, hanno lasciato un segno indelebile e positivo in coloro che, con curiosità e passione, hanno partecipato a questo bel viaggio.
Ripeteremo l’esperienza? Quel che sappiamo è che, almeno questa volta, il sapore dolce prevale sul gusto amaro e il desiderio di partire, di tornare in Bosnia, è grande e forse superiore al passato.
Probabile che si decida di organizzare un nuovo viaggio, nella speranza che altri italiani curiosi e mentalmente aperti vogliano venire a conoscere e a toccare con mano, insieme a noi, la Bosnia e i suoi mille significati.
E non date retta a chi vi dice che è un viaggio pericoloso. È una bugia bella e buona. La cosa più pericolosa per l’umanità è l’ignoranza. Una malattia che uccide più della fame e delle pestilenze, e che più d’ogni altra cosa è cagione di dolore e di chiusura. Lasciate a casa i vostri luoghi comuni, quando partite. Se poi verrete in Bosnia con noi, cercheremo di farvi capire che cosa è veramente successo, e non che cosa qualcuno ha cercato di farci credere che sia accaduto. E le due cose, in tutta sincerità, sono davvero diverse. Toccare per credere.
Dall'alto: l'immagine di un piatto di cevapi; lo Stari Most a Mostar; la rocca di Pocjtelj; l'incontro all'interno del museo dell'assedio a Sarajevo; quello con la psichiatra Irfanka Pašagić nei locali dell'associazione Tuzlanska Amica a Tuzla; l'incontro presso la moschea all'aperto di Potočari, a Srebrenica, con Hatiđa Mehmedović e con diverse classi di studenti bosniaci in visita al memoriale di Potočari.