Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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giovedì 1 marzo 2018

Trentanove ore al gelo, altro che pantofole...


Il vecchio distributore – che mai e poi mai, per svariate ragioni, rimpiangeremo – ha scelto la settimana più fredda dell’anno per rendere i libri come da contratto. Abbiamo così ricevuto alle otto del mattino di un gelido martedì 27 febbraio che ricorderemo a lungo ben tredici carton-pallet di dimensione centimetri 120 per 80 di base, alti 80 centimetri. Dei mostri. Dentro le rese nostre e quelle di un editore amico, che non aveva spazi logistici sufficienti ad affrontare l’opera titanica. Totale: quasi 26.000 libri per circa quattrocento titoli da lavorare. La maggior parte gettati dentro alla rinfusa. Molti dei quali mai hanno visto il mondo al di fuori del magazzino del distributore. Tanto, quando sono gli altri a pagare per i costi di stampa, qual è il problema? L’ambiente? L’ecologia? Questi sconosciuti.
Il lavoro, all’aperto, si è svolto dalle otto del mattino del 27 febbraio all’una di notte del 28 febbraio; poi dalle otto del mattino del 28 febbraio alle undici di sera del giorno stesso. Con l’incubo della neve (che per un’oretta in effetti è scesa, il 27 pomeriggio), annunciata dalle dieci di sera del 28, e con temperature che hanno raggiunto i -7 gradi centigradi. Il tutto, in due persone.
Naturalmente il telefono non ha fatto altro che squillare per due giorni. Ma rispondere era semplicemente impossibile. Qualcuno ha anche scritto stizzito, sia sms che e-mail. Chissà mai perché in tanti, troppi, hanno il brutto vizio di attaccare il prossimo prima di sincerarsi che sia ancora vivo e in condizione di intendere e di volere…
Ora ci troviamo tra piramidi e colonne di libri, con una domanda che ci mulina nel cervello: che farne?
Vedremo.
Tutto questo, alla fine, per dire che siamo tornati su piazza e che a volte ci sono persone costrette a impegnarsi in lavori che gli altri nemmeno immaginerebbero.

Qualche anno fa una vecchia collaboratrice mi “accusò” di aver scelto di fare questo lavoro in proprio per starmene in pantofole, mentre lei, poverina, ogni giorno doveva smazzarsi dei chilometri in auto per venire al lavoro. Io in quelle trentanove ore, passate tra l’altro senza mangiare, tranne ogni tanto un tè caldo (che diventava gelato nel volgere di dieci minuti) di pantofole non ne ho viste. Ma le sognavo. Vedo e ascolto ogni giorno tanti luoghi comuni. Magari prima di spararne fuori altri, sarebbe bello che in tanti sperimentassero l’esperienza di riordinare 26.000 libri al gelo. Altro che pantofole, mia cara ex collaboratrice…
Nelle due foto, qualche scorcio di colonne in smaltimento...