Eden. Il paradiso può uccidere (Infinito edizioni, 2016)

venerdì 1 luglio 2016

Burkina Faso. Lotte, rivolte e resistenza del popolo degli uomini integri

Nessun Paese africano può raccontare l’insurrezione e l’orgoglio meglio del Burkina Faso. In un continente in cui molti presidenti vogliono imporsi come leader “a vita”, i burkinabè hanno insegnato che è possibile prendere in mano il proprio futuro. Un popolo di giovani ha avuto la meglio sul regime quasi trentennale di Blaise Compaoré, cacciato nell’ottobre del 2014, il giorno in cui i parlamentari avrebbero votato la modifica costituzionale per permettergli di ricandidarsi come presidente. I burkinabè hanno detto no all’ennesimo sopruso. E poi hanno resistito al tentativo di colpo di Stato del settembre del 2015. Ma la rivolta è diventata rivoluzione? Possiamo parlare di un’altra “rivoluzione africana”? Marco Bello ed Enrico Casale ce lo spiegano in Burkina Faso. Lotte, rivolte e resistenza del popolo degli uomini integri.
“È un popolo, quello del Paese degli uomini integri, con cui scambiare e imparare: a resistere, a gestire con creatività e innovazione il mondo reale, a trovare soluzioni adeguate pur dovendo fare i conti con risorse economiche spesso scarse, a contare sulla forza delle proprie braccia e delle idee e sulla fiducia delle persone”. (Gianfranco Cattai)
Il Burkina Faso post-insurrezionale resta vigile. C’è un popolo in piedi che non si lascerà raccontare storie dai nuovi governanti”. (Angèle Bassolé)

giovedì 30 giugno 2016

Censimento in Bosnia, i dati principali secondo Radio Sarajevo

Questa mattina Radio Sarajevo ha pubblicato sul suo sito Web una serie di dati riguardanti l’esito del censimento svoltosi nel Paese balcanico nell’ottobre del 2013, e i cui risultati dovevano essere obbligatoriamente pubblicati entro oggi, se non si voleva rischiare di bruciare i 25 milioni di euro spesi quasi tre anni fa.
Secondo queste anticipazioni, in Bosnia Erzegovina il 50,11 per cento si dichiara appartenente al gruppo nazionale musulmano bosniaco, il 30,78 per cento a quello serbo-bosniaco e il 15,43 per cento a quello croato-bosniaco.
Alla domanda relativa a quale lingua pensino di parlare, però, i bosniaci-erzegovesi hanno dato risposte leggermente divergenti. Il 52,86 per cento della popolazione dice infatti di parlare il bosniaco, il 30,76 per cento il serbo e il 14,6 per cento il croato.
Nell’entità denominata Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) ha dichiarato di parlare il bosniaco il 74,64 per cento dei cittadini mentre nell’altra entità, la Repubblica serba di Bosnia (Rs) ha detto di parlare il serbo l’82,48 di coloro che hanno risposto.

Numeri da pulizia etnica, che dimostrano una volta di più come nella guerra del 1992-1995 abbiano e abbiamo perso tutti.

mercoledì 29 giugno 2016

Slovenia, "non so se questa sia la guerra", di Franco Juri

Nel ripercorrere i giorni della guerra in Slovenia offriamo ai nostri lettori il ricordo tracciato da Franco Juri in “Ritorno a Las Hurdes. Guerre, amori, cicogne nere e istriani lontani”, in cui si chiede se questa sia davvero la guerra.

Non so se questa sia la guerra. Un aereo dell’Armata ha appena sorvolato la città, ma più che un’azione di guerra o di semplice ricognizione, mi ha ricordato i sorvoli pubblicitari a bassa quota che entusiasmavano noi bambini del “giardinetto”, pronti alla sfida di raccogliere il maggior numero di volantini colorati lanciati dal pilota.

GRANDE TOMBOLA! Partecipate e vincete una Zastava 750 e tanti altri ricchi premi. Domenica alle ore 16,00 presso il cinema estivo. Suoneranno i Kamaleoni e i Pickups. Non mancate!

La differenza questa volta stava nel testo:

Cittadini, il Consiglio esecutivo della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, ha ordinato all’Armata Popolare e alla polizia federale di assumere e mantenere, fino a nuovo ordine, il controllo dei valichi di frontiera internazionali per salvaguardare l’unità del Paese e la costituzionalità. Ci rivolgiamo a tutti voi affinché le autorità legali e legittime possano espletare i propri compiti senza alcun ostacolo. Rimanete tranquilli nelle vostre case o ai posti di lavoro. Ogni tentativo d’impedire quanto stabilito dalle autorità dello Stato verrà neutralizzato e severamente punito.

Dialoghi sul futuro, viaggio a Sarajevo: ultimi cinque posti disponibili

Dialoghi sul futuro
Incontri a Sarajevo con i cinque grandi gruppi della Bosnia Erzegovina

L’associazione Artidjane di Giavera del Montello, in collaborazione con il giornalista e scrittore Luca Leone, organizza un nuovo viaggio di contatto e di conoscenza in Bosnia Erzegovina.
Questa volta voliamo veramente alto e osiamo tanto. Andiamo a Sarajevo per entrare nel cuore multinazionale e multiculturale della città e della sua incredibile storia e architettura;  percorriamo le sue strade, i suoi ponti, la sua storia secolare. E incontriamo i rappresentanti dei cinque maggiori gruppi della Bosnia Erzegovina – in ordine di grandezza numerica: musulmani bosniaci, serbo-bosniaci, croato-bosniaci, rom, ebrei – per parlare di presente e di futuro, di dialogo sociale e interreligioso, di libertà di espressione e di culto, di nazionalismi e di democrazia.
Saremo non spettatori ma intervistatori attivi e incontreremo i rappresentanti dei cinque gruppi a casa loro, del cuore della loro appartenenza, mettendo a confronti gli uni con altri e noi con ciascuno di loro.
Al termine di questo viaggio – che man mano si arricchirà di ulteriori incontri e suggestioni – potrebbe prendere vita qualcosa di più di semplici appunti e ricordi.
Partiremo da Giavera del Montello la mattina di mercoledì 28 settembre e ripartiremo da Sarajevo domenica 2 ottobre.
Sono rimasti solo cinque posti a disposizione; per prenotare preghiamo di fare riferimento al volantino  che potete scaricare.

Nel Caucaso, da Grozny a Beslan

La Russia di Eltsin, e ancor di più quella dello “zar” Putin, ha mostrato la sua vera faccia nel Caucaso. Nei due conflitti ceceni, tra il 1994 e il 2003, il Cremlino ha mostrato il peggio di sé. Le ritorsioni russe si sono scaraventate addosso alla povera gente, facendo passare chiunque non fosse schierato con la Russia come “pericoloso terrorista”. Quando i terroristi assaltano la scuola numero 1 di Beslan, in Ossezia del Nord, il 1° settembre 2004, Putin usa la mano dura. Nessuna trattativa, muoiono 334 persone, in maggioranza bambini. La strage di innocenti passa sui media come un “attentato terroristico”. Ma la maggior parte delle vittime è morta colpita da proiettili russi. Morti e scomparsi a Beslan, a Grozny, ovunque. Come Giorgji. Di lui si sono perse le tracce il 4 settembre 2004, dopo il blitz delle teste di cuoio russe. Papà Tamerlan e suo fratello Alexandar aspettano ancora che lui bussi alla porta di casa…
Nel Caucaso da Grozny a Beslan. Reportage dalla provincia dell’impero russo è il nuovo libro di Pierfrancesco Curzi che parla di tutto questo.
La verità è la più difficile delle narrazioni: e da buon cronista di strada Pierfrancesco ce la racconta, in prima persona e senza filtri. Semplicemente, così com’è, così come deve essere e così come dobbiamo leggerla per farla anche nostra”. (Massimo Bonfatti)

martedì 28 giugno 2016

28 giugno, una data simbolo nella storia jugoslava

Il 28 giugno, giorno in cui si festeggia San Vito o Vivovdan, è una data simbolica nella storia della Jugoslavia e dei Balcani. Ripercorriamo questa giornata negli ultimi settant’anni di storia insieme a Bruno Maran e al suo preziosissimo libro dal titolo Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti che ripercorre gli ultimi decenni della storia jugoslava, anno per anno, giorno per giorno.
Il 28 giugno del 1948 si segnala per la rottura tra Jugoslavia e Urss, decisa e voluta da Stalin. Il Cominform o Bureau d’Information dichiara che il Partito jugoslavo sta perseguendo una politica ostile verso l’Unione Sovietica. Il Cominform denuncia l’atteggiamento anti-sovietico dei capi del Partito comunista jugoslavo come incompatibile col marxismo-leninismo. Il Bureau pensa che nel Partito non esiste democrazia interna né eleggibilità degli organi interni, né autocritica. Il Partito jugoslavo ha preso la strada di scindersi dal Fronte unito socialista contro l’imperialismo, assumendo una posizione nazionalista. I capi jugoslavi respingono i consigli dei partiti comunisti fratelli di discutere la situazione all’interno del Cominform.
Arriviamo agli anni ’80, più precisamente tra il 26 e il 29 giugno del 1982. A Belgrado si tiene il XII Congresso della Lega dei comunisti, detto “dell’unità e della continuità”. Oltre alle retoriche lodi a Tito e a Kardelj, si odono parole dure e conflittuali tra le correnti. A quella centralista, rappresentata da Serbia e Montenegro; a quella autonomista dei difensori della Costituzione si aggiungono quella dei conservatori e dei liberali. Il rapporto di forze quasi bilanciato permette un compromesso in direzione del “centralismo democratico”.

lunedì 27 giugno 2016

La guerra dei dieci giorni in Slovenia

26 giugno 1991 – Si accende la “Guerra dei dieci giorni”. La Jna decide d’intervenire in Slovenia per preservare l’unità nazionale, di cui è depositaria. Alle 7,20, con un telegramma del generale sloveno Kolšek, lo Stato maggiore jugoslavo lancia l’Operazione Baluardo per restaurare l’ordine e riprendere il controllo dei posti di frontiera con Austria e Italia. L’Armata popolare o Armata federale rappresenta una specie di settima repubblica, il 96% degli ufficiali aderisce alla Lega dei comunisti, status necessario per ambire al grado superiore a quello di tenente. Alcune unità lasciano le caserme di Fiume per dirigersi verso il confine sloveno-italiano. I vertici dell’Armata mobilitano truppe e carri armati anche da Karlovac e da altre zone della Croazia, nella convinzione che una guerra-lampo possa risolvere la questione. Molti ufficiali sloveni si rifiutano di eseguire gli ordini impartiti da Belgrado e sono destituiti. I movimenti di mezzi provocano una forte reazione degli sloveni, che organizzano barricate e dimostrazioni contro le azioni della Jna. Non ci sono combattimenti, sembra che entrambe le parti adottino la politica di non essere i primi ad aprire il fuoco.
Il governo federale da Belgrado denuncia l’azione illegale delle repubbliche secessioniste e che non avrà nessun seguito perché la Jna assicurerà le frontiere interne ed esterne del Paese. Il governo sloveno mette in atto il piano per assumere il controllo delle dogane e prendere l’aeroporto internazionale di Brnik. Il personale ai posti di confine è già composto nella maggior parte dei casi da sloveni e l’occupazione è molto semplice, risolvendosi in un cambio di uniformi e di cartelli.
Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Slovenia, četnici serbi attaccano la stazione di polizia di Glina, nella Banjia croata, a sud di Zagabria. Prima che i croati possano abbozzare un contrattacco si muovono da Petrinja i carri armati federali e creano un cuscinetto attorno a Glina col pretesto di prevenire nuovi scontri. Una bandiera bianco-rossa croata continua a sventolare sul commissariato, quella bandiera per i serbi è un simbolo ustaša. L’odio dei serbi in quella zona è forte, a Glina, durante la seconda guerra mondiale vi è stato il massacro di centinaia di serbi prima convertiti a forza, poi sgozzati sul sagrato della chiesa dagli ustaša: la carneficina deve essere vendicata, anche se sono passati cinquant’anni.
27 giugno 1991 – Una colonna di blindati federali esce dalla caserma di Vrhnica, 15 chilometri da Lubiana, dirigendosi verso l’aeroporto di Brnik. Unità della Jna lasciano Maribor dirette verso il vicino posto di confine di Šentilj e la città di Dravograd. Il comando della V Regione militare è in contatto telefonico con il presidente sloveno Kučan, informandolo che la missione delle truppe è limitata a occupare i posti di dogana e l’aeroporto. In una riunione di emergenza della presidenza slovena, Kučan e il resto dei membri optano per la resistenza armata. Iniziano gli scontri tra l’Armata popolare e la Difesa territoriale slovena, la Teritorialna obramba (To), erede dell’esercito parallelo voluto da Tito dopo l’invasione sovietica di Praga. A Lubiana entra in vigore il coprifuoco. È battaglia all’aeroporto di Brnik, nei pressi di Lubiana, dove si registra l’abbattimento di due elicotteri federali. Uno dei piloti morti è sloveno.

venerdì 24 giugno 2016

25 giugno del 1991, Croazia e Slovenia si proclamano indipendenti

25 anni fa la Slovenia e Croazia proclamavano la propria indipendenza dal­la Federazione jugoslava, ricorda il nostro autore Bruno Maran in Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti. A Lubiana, il 25 giugno del 1991, l’esecutivo approva gli atti costitutivi dell’indipendenza, ordinando il controllo dei passaggi di frontiera con Italia, Austria e Ungheria, sostituendo i simboli federali con quelli nazionali. A Zagabria, i deputati si limitano a una dichiarazione formale, mentre i membri serbi abbandonano l’aula in segno di protesta.
Il Parlamento federale di Belgrado, assenti i membri croati e sloveni, dichiara illegittime le proclamazioni d’indipendenza.Notizie incontrollate, come quella del bombardamento di Lubiana, campeggiano sulle prime pagine dei giornali; nessuno si preoccupa di smentirle, benché false. Anni dopo, l’allora ministro degli Esteri italiano De Michelis rivela, sulla rivista LiMes e in vari dibattiti pubblici, che la campagna di disinformazione era stata pianificata da ambienti filo-sloveni, ma continuerà a essere reticente sui nomi.
Un gruppo di serbi della Slavonia orientale, Baranja e Srem organizza un congresso, Elika narodna skupština Slavonije Baranje i Zapadnog Srema, al termine del quale decide di costituire un’altra regione autonoma serba con l’intenzione di mantenere l’unità con la Jugoslavia. Hadžić è candidato a guidare questa nuova regione autonoma.
Per saperne di più consigliamo la lettura di Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti che ripercorre gli ultimi decenni della storia jugoslava, anno per anno, giorno per giorno.

mercoledì 22 giugno 2016

Kanita-Ita Fočak, quando una sorella di Sarajevo diventa Cavaliere della Repubblica


C’è un Paese, l’Italia, che a volte sa riconoscere i meriti veri delle persone vere. Questo è uno di quei rari casi. Pochi giorni fa, infatti, la Repubblica italiana ha conferito l’onorificenza di Cavaliere all’architetto bosniaco Kanita-Ita Blazević per i grandi servigi resi allo Stato italiano e a molteplici cittadini del nostro Paese – incluso chi scrive – nella sua ormai venticinquennale carriera di interprete, mediatrice culturale, traduttrice giurata. E, aggiungerei, donna colta, raffinata e gentile, professionista ineccepibile, essere umano raro.
Per qualcuno potrà esserci una domanda lì appesa: Blazević? Mai sentita… Giusto. Chiunque conosca Sarajevo e la Bosnia conosce infatti la nostra amica con il cognome da sposata. Dunque, Kanita-Ita Fočak, per quanto il suo nome da nubile fosse, semplicemente, Ita Blazević. La maggior parte la riconoscerà nelle foto che pubblico a corredare questo breve post.
Sono appena rientrato da una trasferta di lavoro in una località che al momento preferisco mantenere riservata. Il Paese è la Bosnia Erzegovina. La traduttrice-interprete-amica al mio fianco era, una volta di più, Kanita. Come sempre, preziosissima e unica.
La richiesta di conferire l’onorificenza a Kanita è partita dal comandante della missione italiana della Eupm. A corredo della richiesta, motivatissima, tante lettere, attestati di riconoscenza, documenti.

Complimenti Kanita e grazie per i servigi che hai reso e rendi non solo all’Italia e a ogni singolo italiano, ma all’intera umanità da quel luogo di sogno e di dolore che si chiama Sarajevo. Che questa onorificenza ti porti la soddisfazione che meriti e ti permetta di portare con te, una volta di più e per sempre, tutta la nostra riconoscenza, stima e ammirazione.

lunedì 20 giugno 2016

Giornata mondiale del rifugiato 2016 – Lungo la rotta balcanica

Si celebra il 20 giugno la Giornata mondiale del Rifugiato, promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Numeri impressionanti sono riportati nel rapporto stilato dall’Unhcr relativi allo scorso anno: 65,3 milioni di rifugiati, una persona su 113 costretta alla fuga nel mondo. Le migrazioni forzate hanno toccato livelli mai raggiunti: guerre e persecuzioni costringono sempre più individui alla fuga. Secondo i dati dell’Unhcr e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), riportati nel reportage di prossima uscita  dal titolo Lungola rotta balcanica. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo, di Anna Clementi e Diego Saccora, lo scorso anno hanno attraversato il Mediterraneo oltre un milione di persone (aggiungendo almeno 3.735 morti/dispersi in mare). Di questo flusso di uomini, donne e bambini, 850.000 sono sbarcati in Grecia e circa 150.000 in Italia. Nel dicembre del 2015 una media di oltre duemila persone è transitata quotidianamente attraverso i Paesi della rotta balca­nica (Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia): la maggior parte era costituita da donne e da bambini. Un dato allarmante riguarda i minori stranieri non accompagnati: secondo l’Ufficio di polizia euro­peo, l’Europol, diecimila minori non accompagnati entrati in Europa nel 2015 sono scomparsi dopo il loro arrivo. Con molta probabilità, segnala l’Europol, molti sono finiti nelle mani di una rete internazionale di trafficanti.