Srebrenica. La giustizia negata

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giovedì 11 febbraio 2016

Le cose che il Papa deve sapere alla vigilia della sua visita in Messico secondo Amnesty International

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International ha dichiarato che il Paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante.
"Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell'intero continente americano", ha dichiarato a questo proposito Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International, secondo cui "dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di omicidi di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico".

"Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un'azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde", ha concluso Guevara-Rosas.

mercoledì 10 febbraio 2016

Quel testimone dalle foibe

Una voce dell’esodo che risveglia una pietas senza tempo né luogo
10 febbraio, Giorno del ricordo, per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale

“Chi se la sente di andare giù? – chiese il maresciallo Hazarich – Ho bisogno di qualcuno che faccia un rapido calcolo di quanti corpi ci sono per preparare i sacchi”.
“Noi non siamo qui per tirar fuori i morti! Ci hanno detto solo di venire a fare un sopralluogo”, ha protestato uno dei miei colleghi del 41° corpo dei vigili di fuoco di Pola. Quella mattina eravamo stati mandati prima alla foiba di Cregli, ma non avevamo potuto effettuare un sopral­luogo perché la corda era troppo corta per raggiungere il fondo.
Era chiaro che nessuno voleva fare quel lavoro e nessuno dei presenti – Procuratore di Pola, medico, giudice e cancelliere del tribunale di Pola, i venticinque della scorta armata che ci veniva fornita per scongiurare eventuali attacchi da parte dei partigiani, il fotografo Sivilotti – aveva il coraggio di ordinarci di farlo. Mi sono offerto: dissi che mi sarei calato per primo. Sceso in quella voragine carsica, non trovavo la voce per ri­spondere ai colleghi che si preoccupavano per la mia sorte. Non riuscivo nemmeno a trovare il coraggio di tenere accesa la torcia per illuminare quel quadro infernale. Preoccupati dal mio silenzio e temendo il peggio, mi tirarono su in tutta fretta.
“Allora?”, chiese il Maresciallo con voce turbata.
“Non lo so”, sussurrai. Quella terra rossa della mia Istria, rossa per la vergogna, rossa per il sangue, rossa per l’imbarazzo d’aver assistito all’a­pocalisse, mi rivestiva le mani, mi insudiciava tutto. Ho dapprima be­stemmiato, poi mi sono messo a ululare come un cane nero. “Non si possono mica contare! Sono buttati lì uno sopra l’altro come se fossero sacchi d’immondizie”, ho ringhiato.
“Ho bisogno di sapere un circa”, ha insistito il maresciallo.
“Sono una montagna! – ho urlato – Sono una infinità! Settanta, ottanta, forse addirittura…”. Non c’è l’ho fatta a finire la frase. Mi è esplosa dal pet­to una diga di lacrime e un suono di dolore primordiale. Poi sono svenuto.
Con queste parole Mario de Laura, Il testimone di Pirano, di Laila Wadia appena uscito in libreria, ricorda il suo terribile incontro con le foibe.
“Il racconto di Mario, il testimone di Pirano, è una delle voci dell’esodo. Una voce che, come le altre, ogni volta suona come nuova, ritrovato tassello di un più ampio mosaico del dolore. Perché il ricordo dell’infanzia povera, delle ingiustizie subite, della casa abbandonata, degli alloggi provvisori, della fame e del freddo risvegliano nel lettore una pietas senza tempo né luogo. Più ancora, ricordare la discesa nelle foibe per recuperare i corpi delle vittime – scendere nel buio su quel mucchio di corpi decomposti – assume il senso di una prova assoluta, tragica allegoria di un intero secolo di guerre e di massacri”. (dalla prefazione di Pietro Spirito)

Bosnia, muore all’Aja Tolimir, uno dei fedelissimi di Mladić

L’ex generale serbo-bosniaco Zdravko Tolimir (in primo piano in questa foto che lo ritrae durante la guerra insieme a Mladić, tratta da direktno.hr) è morto nella notte tra lunedì 8 e martedì 9 febbraio nel carcere olandese di Scheveningen, dove dal 2012 stava scontando una condanna all’ergastolo comminatagli dal Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) de L’Aja essendo stato trovato colpevole delle accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tolimir era stato capo dei servizi segreti della Repubblica serba di Bosnia e aveva partecipato, tra gli altri crimini, all’assedio e al genocidio di Srebrenica prendendo ordini direttamente dal capo di stato maggiore serbo-bosniaco, generale Ratko Mladić, sotto processo presso il Tpi de L’Aja dal 2011, anno del suo arresto dopo una latitanza durata 16 anni.
Si ignorano al momento le cause del decesso di Tolimir, classe 1948, ma pare che il criminale di guerra fosse affetto da un cancro, diagnosticatogli forse nel 2007. La famiglia aveva chiesto che l’ex generale potesse essere curato in Serbia, ma il Tpi aveva respinto la richiesta e il recluso stava attendendo l’ordine di trasferimento per scontare la condanna a vita in un altro carcere, probabilmente fuori dall’Olanda. La moglie, appresa la notizia della morte di Tolimir nella notte di lunedì, avrebbe dato degli “idioti” ai giudici dell’Aja interpellata da alcuni media serbi.
Se ne va così un altro dei responsabili dei fatti di sangue più terribili verificatisi in Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Uno dei carnefici che, per fortuna, almeno stava pagando il debito altissimo contratto con l’umanità per i suoi comportamenti mostruosi durante il conflitto bosniaco.

martedì 9 febbraio 2016

Ricomincia il lungo viaggio di "Srebrenica. La giustizia negata"

Speravo di arrivare all'appuntamento con almeno un paio di giorni di ferie all'attivo, ma dall'ultima presentazione (10 dicembre, Nocera Inferiore) non è stato possibile staccare nemmeno per 24 ore, feste incluse. Così, con immenso piacere, si ricomincia, per questa inattesa coda di presentazioni del 2016 di SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA, in attesa di marzo, mese in cui uscirà il mio nuovo libro, EDEN. IL PARADISO PUO' UCCIDERE, che nulla ha a che vedere con la Bosnia Erzegovina (si parla infatti di Malesia), ma molto con l'avventura, la guerra, i diritti universali. Ne parleremo a breve.
Nel frattempo, ecco le nuove date degli incontri legati al genocidio di Srebrenica:
Febbraio 2016:
- venerdì 12 febbraio, MACCARESE (RM), IIS “Leonardo da Vinci”, via di Maccarese 38-40,
ore 14,30; Incontro con l'autore: Luca Leone e Riccardo Noury. La questione balcanica. Riflessioni sul genocidio di Srebrenica;
sabato 13 febbraio, CIVITAVECCHIA (RM), IIS “Via dell'Immacolata 47 - Liceo P.A.Guglielmotti”, via dell'Immacolata 47, ore 11,00.
Marzo 2016:
- mercoledì 2 marzo, CUNEOSala San Giovanni, via Roma, 4, ore 20,45, incontro dal titolo “Balcani tra giustizia negata e giustizia possibile”; organizza l’Associazione Santos Milani, ore 20,45;
- sabato 5 marzo, TARANTO, in definizione;
- domenica 6 marzo, SOLETO (LE), in definizione;
- lunedì 7 marzo, BARI, in definizione;
- sabato 19 marzo, MODENA, EmilyBookShop, ore 17,00.
Dal 29 aprile abbiamo presentato il libro 44 volte: Ancona, Attigliano-Guardea (Terni), Bologna, Cagliari (2), Campobasso, Cava de’ Tirreni (SA), Chiari (Bs), Collecchio (PR), Cuneo, Desenzano del Garda (BS), Faenza (2), Fano, Fiorano (MO), Firenze, Giavera del Montello (TV), Guastalla (RE), Lacchiarella (MI), Lanciano, Lecce, Lecco, Macerata, Monteleone di Roncofreddo (FC), Nocera Inferiore (2), Nuoro, Padova, Pavia, Ponte Samoggia (BO), Ravenna (2), Roma, Roseto degli Abruzzi, Rosolina Mare (RO), San Benedetto del Tronto, Sassari (2), Teramo, Todi, Torino, Trento, Treviso, Venezia.

È il fondatore di Antigone il primo Garante dei diritti dei detenuti in Italia

Ci sono voluti ben due anni dall’approvazione della Legge n. 10 del 2014, ma finalmente il governo ha nominato il primo Garante nazionale dei diritti dei detenuti scegliendo probabilmente la persone più competente in materia, ovvero il fondatore di Antigone, il professor Mauro Palma. Il cui ruolo sarà molto importante anche per il superamento della vergognosa questione tutta italiana degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Auguri di buon lavoro a Palma (ne avrà decisamente bisogno).

mercoledì 3 febbraio 2016

Chiusura degli Opg: Relazione al Parlamento conferma l’urgenza di nominare un commissario

Chiusura degli Opg: Relazione al Parlamento conferma l’urgenza di nominare un commissario
La IV Relazione del Governo sul superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari OPG, presentata ieri al Parlamento, conferma l’urgenza di nominare un Commissario che intervenga nelle Regioni inadempienti, che non hanno accolto i loro pazienti, perciò ancora rinchiusi nei quattro OPG “superstiti”. Solo Napoli Secondigliano è stato chiuso. Gli altri OPG (Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Aversa e Barcellona Pozzo di Gotto), pur con un numero ridotto di persone internate, sono ancora aperti. Quello di Castiglione delle Stiviere ha solo cambiato targa “trasformandosi” da Opg in Rems con oltre 200 internati. A quasi un anno dalla data fissata per la chiusura degli OPG (31 marzo 2015) il ritardo accumulato per responsabilità delle regioni inadempienti si somma ora a quello del Governo che indugia inspiegabilmente nella nomina del commissario.
È quanto si apprende da un comunicato stampa diffuso dal movimento stopOPG nazionale (www.stopopg.it), firmata da Stefano Cecconi, Vito D’Anza e Giovanna Del Giudice.
Il commissario deve intervenire per garantire ad ogni internato la dimissione e poter chiudere così gli OPG ma soprattutto dovrà occuparsi della corretta applicazione della legge 81/2014, che indirizza gli interventi verso progetti di cura e riabilitazione individuale da svolgersi preferibilmente senza misura di sicurezza detentiva. Come indica la stessa Relazione al Parlamento, questo è possibile nella stragrande maggioranza dei casi. Così anche il ruolo delle Rems – e quindi della misura di sicurezza detentiva – può e deve diventare residuale rispetto all’assistenza che deve svolgersi nel circuito del servizi di salute mentale territoriali (ai quali vanno subito assegnate le risorse), seguendo finalmente le indicazioni della legge 180 che ha sancito la chiusura dei manicomi.
Per coloro che, per cultura personale, sensibilità umana e senso civico fossero interessati a un approfondimento, non posso non consigliare l’eccellente testo di Angelo Lallo, MALA DIES (Infinito edizioni, 2014)

martedì 2 febbraio 2016

La "grande scommessa" e la "grande spazzatura"... italiana

La nuova “grande scommessa”: banche e risparmiatori, la storia si ripete
Obbligazioni “spazzatura”, scommesse sul fallimento altrui, truffe del sistema bancario ai danni dei risparmiatori. Sono alcuni dei temi del film “La grande scommessa” di  Adam McKay ora nelle sale, anticipati nel libro “Così banche e finanza ci rovinano la vita” di Massimo Guerrieri, Paolo Giovanardi e Antonello Cattani. 
Molti non sanno che già nel 1300 le banche scommettevano concedendo crediti di dubbia solvibilità, in cambio di privilegi. Il risultato? Fallimento e perdite dei risparmiatori, dopo che i banchieri si erano distribuiti lauti profitti.
Il caso delle quattro banche prima commissariate, poi quasi fallite ha portato allo stesso risultato: azionisti e obbligazionisti hanno perso circa 1,2 miliardi di euro e i banchieri sono rimasti impuniti. In finanza la storia non insegna: si ripete amaramente.
Una nuova grande scommessa sembra essere la soluzione trovata per “sistemare” i circa 200 miliardi di sofferenze del sistema bancario italiano, la percentuale più alta in Europa rispetto ai crediti erogati. Il meccanismo sembra lo stesso del 2008: trasformare i crediti dubbi in obbligazioni da distribuire sul mercato, scaricando i rischi sui sottoscrittori di tali titoli. Lo Stato offre una garanzia che, al momento, non prevede esborsi. Ma se i creditori in “sofferenza” non onoreranno i propri impegni, chi pagherà?
La risposta non è difficile…

martedì 19 gennaio 2016

"I ragazzi di Brema": pagina su Repubblica e novità in libreria

 Preceduto da una bellissima pagina firmata, su "Repubblica", da Emenuela Audisio, è da oggi in distribuzione il nuovo splendido libro di Dario Ricci, I RAGAZZI DI BREMA, Infinito edizioni, il lavoro definitivo, nel cinquantesimo anniversario, sugli eventi che colpirono la Nazionale italiana di nuoto il 28 gennaio 1966 a Brema, in Germania.


Di Dario Ricci
Prefazione di Massimiliano Rosolino
Introduzione di Stefano Arcobelli

È il 28 gennaio 1966 nelle case degli italiani risuonano le note delle canzoni del festival di Sanremo. “Un aereo delle linee interne della Lufthansa è precipi­tato nei pressi dell’aeroporto di Brema, in Germania…”: il tono stentoreo del conduttore del telegiornale della sera spazza via il clima di gioiosa confusione che le canzonette sanremesi si portano dietro.
Sette atleti della Nazionale azzurra di nuoto, il loro allenatore e il giornalista della Rai Nico Sapio, muoiono in un incidente aereo in fase di atterraggio al termine del viaggio che li avrebbe dovuti portare da Milano a Brema per gareggiare in un importante meeting internazionale. A mezzo secolo dalla tragedia, Dario Ricci ripercorre le ultime ore di quei campioni, le loro vite, le loro carriere. Pagine che rendono ancora oggi indimenticabile il ricordo de “i ragazzi di Brema”.

venerdì 15 gennaio 2016

Jovo, l’uomo più vecchio della Bosnia: 109 candeline, cinque guerre e tanta voglia di futuro

Il portale d’informazione bosniaco Klix.ba riportava ieri una notizia curiosa e al contempo, per una volta, bella. La testata on line ha infatti rintracciato in un pensionato per anziani della periferia di Sarajevo un vecchio professore di russo che ha da poco compiuto 109 anni e che, a buon diritto, può essere considerato la persona più longeva dell’intera Bosnia Erzegovina, ma chissà, forse di tutti i Balcani.
Per chi fosse interessato, l’articolo è disponibile qui in serbo-croato: http://www.klix.ba/vijesti/bih/cika-jovo-je-prezivio-pet-ratova-i-logore-ali-i-dozivio-109-godinu/151231028

lunedì 11 gennaio 2016

Su Jim Morrison, Gasparri e Goran Hadžić

Nel fine settimana il Web s’è infiammato per una boutade che ha avuto quattro protagonisti: il gruppo satirico “Vergogna Finiamola Fate Girare” (che ha spesso trovate singolari e spiazzanti); il povero barbuto Jim Morrison; l’ex ministro e attuale senatore forzaitaliota ed ex aennino ed ex missino Maurizio Gasparri; e Goran Hadžić. Quest’ultimo, a cui è stata burlescamente attribuita la faccia di Morrison, è stato presentato dal gruppo satirico come un rapinatore seriale di ville nel nord-est d’Italia, con all’attivo più di 50 rapine, ma sempre rilasciato dopo ogni arresto. Gasparri, interpellato via Twitter in chiave anti-renziana, è caduto nel tranello e ha dato fondo al suo populismo.
Io ignoro se esista un Goran Hadžić rapinatore seriale di ville del nord-est. So però bene che esiste un Goran Hadžić oggi poco meno che sessantenne che durante gli anni sanguinosi e spaventosi della guerra nella ex Jugoslavia – tra l’altro, a quel tempo anch’egli barbuto – è stato presidente della auto-proclamata Repubblica serba di Krajina, entità fantoccio fondata sulla pulizia etnica e sul sangue e spazzata via nel 1995 dall’esercito croato con la pulizia etnica e col sangue.
Goran Hadžić è stato uno dei principali ricercati da parte del Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia ed è stato latitante fino al 2011, grazie a una serie di vergognose connivenze e protezioni. Oggi, con Ratko Mladić e Radovan Karadžić, è uno dei tre “grandi” “presunti” criminali di guerra (va lasciato il “beneficio del dubbio” fino a condanna emessa) sotto processo a L’Aja.