Srebrenica. La giustizia negata

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venerdì 3 luglio 2015

Domenica a Collecchio (Parma) con "Srebrenica. La giustizia negata"


Luglio:
- domenica 5 luglio, COLLECCHIO (PARMA), Festa Multiculturale, “Srebrenica 20 anni dopo”, presentazione libro “Srebrenica. La giustizia negata” di e con Luca Leone e Riccardo Noury, Parco Nevicati, via le Valli, 2, Collecchio (Parma), spazio incontri, ore 21,30; modera Laura Caffagnini; a cura del Gruppo Bosnia di Azione cattolica;
- sabato 11 luglio, ANCONA, Festa per la Libertà dei Popoli, Forte Altavilla, palco centrale, ore 19,00; modera Paolo Pignocchi, vicepresidente di Amnesty International; organizzano Amnesty International e Festa per la Libertà dei Popoli; al termine dell’incontro, fiaccolata della pace promossa dall’Associazione Festa dei Popoli e Terza Via;
- giovedì 16 luglio, ROSOLINA MARE (ROVIGO), nell’ambito di “Voci per la libertà - Una canzone per Amnesty”, orario serale, in definizione.

“Il genocidio di Srebrenica alla luce dei fatti degli anni Duemila” – di Riccardo Noury


Srebrenica, l’11 luglio del 1995. Oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Vent’anni dopo Riccardo Noury e Luca Leone entrano con Srebrenica. La giustizia negata nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
Pubblichiamo un estratto tratto dal libro di Riccardo Noury e Luca Leone che fornisce una chiave di lettura dei fatti di allora. Il testo è liberamente utilizzabile dalla stampa citando la fonte © Infinito edizioni – 2015.

“C’è un’altra ragione che spiega il distacco emotivo da Srebrenica, il ridimensionamento del genocidio a un fatto non eccezionale e controverso di guerra. Quella ragione è il modo in cui oggi vediamo l’Islam.
All’inizio degli anni Novanta, l’Islam non era ancora il “nemico”. Non lo era più il comunismo. Erano anni in cui identificare vittime e carnefici era chiaro e non c’era bisogno di contaminare i senti­menti con le fobie.
L’islamofobia era prevalentemente confinata all’interno di gruppi religiosi tradizionalisti. Sarajevo era la città perfetta, in cui quattro religioni monoteistiche convivevano. Era la Gerusalemme realizza­ta, mentre lì partiva la seconda intifada.

Serbia, Nikolić: “Vado a Srebrenica solo se commemorate anche vittime serbo-bosniache”

Il presidente serbo Tomislav Nikolić non andrà a Srebrenica, il prossimo 11 luglio, per portare un saluto alle 10.701 vittime del genocidio di musulmani bosniaci perpetrato a opera degli ultranazionalisti serbo-bosniaci comandati dal generale Ratko Mladić e dai paramilitari serbi mandati a fare il “lavoro sporco” da parte dell’ex presidente serbo Slobodan Milošević.
“Come più volte ribadito – ha detto a tal proposito il consigliere personale di Nikolić per gli Affari internazionali, l’ex ministro degli Esteri serbo Ivan Mrkić – il presidente sarebbe disposto a rendere omaggio alle vittime musulmane di Srebrenica se Bakir Izetbegović facesse la stessa cosa per le vittime serbe a Kravica, Bratunac e in altri posti”. Bakir Izetbegović è l’attuale rappresentante musulmano bosniaco della presidenza tripartita bosniaco erzegovese, oltre a essere figlio dell’ex presidente Alija Izetbegović, per l’universo nazionalista musulmano bosniaco padre della patria ma in realtà co-responsabile del pantano bosniaco, soprattutto a causa di alcune sue discutibili scelte durante la guerra del 1992-1995.
Le vittime di cui parla Mrkić, come noto, sono diverse centinaia di civili serbo-bosniaci uccisi tra il 1992 e il 1993 da squadre della morte bosniache musulmane che lasciavano Srebrenica assediata per cercare nei villaggi circostanti cibo e armi ma che, nel farlo, non hanno lesinato di seminare morte e distruzione. La cifra che la propaganda serba fa, in riferimento a quelle vittime, è di circa 3.500 persone.

#MeseDellaMemoria: Srebrenica vent’anni dopo/3 – A day in Srebrenica

Nell'abitato di Potočari, a due passi dalla fabbrica della morte e dalla spianata del pianto, in mezzo ad alcune case ridotte a ruderi, c'è un campo di calcetto. Spesso è occupato da bambini e ragazzini di varie età, impegnati a superarsi col pallone. Indossano maglie di squadre di calcio importanti, anche di italica origine. Di fronte, un piccolo negozio di alimentari e la fermata dell'autobus della linea che collega Srebrenica a Bratunac. La strada sale dolce verso la città termale, lascio l'auto a Potočari e, a piedi, raggiungo Srebrenica. Con calma, il tempo dalla mia parte. La pianura si fa campagna e di nuovo città, attraverso uno scenario noto. Reciproci saluti, l'offerta di un čaj o di un bicchiere d'acqua, l’ostacolo della lingua è solo parziale. L'ingresso a Srebrenica, il distributore sulla destra, quindi i primi palazzi, la stazione degli autobus, le baracche dei profughi ed ecco gli edifici restaurati di recente. Uno, di fianco alla sede del Comune, è diventato un hotel; quello di fronte fungeva da linea di mezzeria della strada, oggi ospita negozi, caffè e ristoranti. Salgo fino alla piazza principale, eccolo il caffè all'aperto, ricavato dentro un container, ricordo dei giorni dell'inferno. Sempre a piedi imbocco la stradina al suo fianco salendo ancora verso l'hotel Domavia, quanto meno i resti abbandonati dove vivono ancora dei poveri cristi. A monte, infine, dove la strada va a morire, la sede delle mitiche terme Guber. Nelle giornate di sole, è curioso farsi ombra grazie alla torre del minareto o al campanile della chiesa, un centinaio di metri l’una dall’altro. Simbologia stravolta di una convivenza perduta. Sta imbrunendo, decido di rientrare a Potočari. Appena fuori dal centro ecco la scuola con i campetti da basket, gli stessi dove, durante la guerra d’aggressione alla Bosnia e ai bosniaci, sono cadute le granate serbe, facendo strage di innocenti. Le nuove generazioni si divertono senza avere idea di cosa è accaduto lì vent'anni prima. È un piacere ascoltare le voci dei bambini al gioco, chiudere gli occhi e immaginarsi l’inferno di allora. Posso solo immaginare. E mentre, all'imbrunire, riprendo il cammino verso Potočari, stavolta in favorevole discesa, con fatica cerco di bloccare l'incedere di una lacrima. Sconfitta annunciata.

Pierfrancesco Curzi

Aigues-Mortes. Il massacro degli Italiani: quando gli emigranti eravamo noi


(€ 14,00 – pag. 204)
Di Enzo Barnabà

Prefazione di Stefania Parmeggiani - Introduzione di Giuseppe Carlo Marino
Postfazione di Gian Antonio Stella - Con un testo di Alessandro Natta

Quando gli emigranti eravamo noi
Aigues-Mortes è un piccolo comune della Francia del sud circondato dagli stagni della Camargue e da ampi territori paludosi. Dalle paludi si estrae il sale, il prezioso oro bianco, che rappresenta la vera ricchezza del paese. Il lavoro nelle saline è durissimo, pagato con pochi franchi al giorno e non mancano le rivalità tra gli operai francesi e quelli italiani stagionali, accusati dai francesi di essere preferiti dai proprietari delle saline.
È il 17 agosto del 1893 ed è iniziata la faticosa fase della raccolta e trasporto del sale: alcuni scontri tra lavoratori francesi e italiani registrati il giorno precedente aizzano la folla aizzata nella caccia all’italiano. Dieci lavoratori – la maggior parte provenienti dalle campagne del cuneese – resteranno uccisi, tantissimi i feriti. Un episodio di feroce razzismo avvenuto quando gli emigranti eravamo noi e su cui è sceso per decenni un velo di silenzio e di omertà.
“Il libro di Enzo Barnabà è una boccata d’ossigeno. Perché solo ricordando che siamo stati un popolo di emigranti vittime di odio razzista si può evitare che oggi, domani o dopodomani si ripetano altre cacce all’uomo. Mai più Aigues-Mortes. Mai più”. (Gian Antonio Stella)

giovedì 2 luglio 2015

#MeseDellaMemoria: Srebrenica vent’anni dopo/2 - Srebrenica, fine secolo


Srebrenica, fine secolo

Ogni volta che torno da Srebrenica e da Potočari, porto con me le immagini del filmato che documenta lo sporco “lavoro” degli “Scorpioni”, delle truppe paramilitari d’assalto, delle milizie del boia Mladić. Si filmarono da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosniaci disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alla boscaglia, gli sparano. S’intuisce la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “Guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di un genocidio. È una richiesta allucinante, come dire “ora ti sparo. Abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”.
Le immagini scorrono nella fabbrica di batterie fredda e silenziosa, incollando gli sguardi allo schermo. Un silenzio che si fa ancora più assordante, spezzato di tanto in tanto da qualche rumore metallico (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento). L’atmosfera è sempre pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi in uno stress emotivo. Viene il magone e in fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta Memorie di una testa tagliata. Parole che fanno riflettere lì, a Srebrenica.

mercoledì 1 luglio 2015

#MesedellaMemoria: Srebrenica vent’anni dopo/1

Con questo pensiero di Enisa Bukvić inauguriamo una rubrica che durerà per l’intero mese di luglio, il cui scopo è fare memoria attraverso il ricordo del genocidio di Srebrenica, delle sue vittime, dei suoi carnefici.
Nonostante la programmazione sia al completo, come avvenne lo scorso anno siamo aperti a vostri pensieri e ricordi, che saranno pubblicati in agosto, prolungando volentieri la programmazione della rubrica.
Nessuno spazio sarà dato a negazionisti, cafoni e cialtroni di ogni appartenenza nazionale e religiosa, le cui eventuali contumelie saranno girate immediatamente alla Polizia postale per le denunce del caso.

Sono passati vent'anni dal genocidio di Srebrenica.
Il dolore è rimasto lo stesso, forse è anche aumentato. Le madri, le sorelle e le figlie continuano a cercare i resti dei loro cari, uccisi durante il genocidio. Alcuni – i serbi bosniaci coinvolti in questa disumana vicenda – girano liberi per Srebrenica o nelle città vicine, incontrando spesso per strada le persone alle quali hanno ucciso i loro affetti più cari. Molti di questi criminali di guerra oggi lavorano nella polizia della Repubblica serba di Bosnia (Rs).
Recentemente, durante un viaggio nella Rs ho parlato del genocidio con alcune donne. Dicono che i musulmani bosniaci inventano i numeri dei morti. Negano tutto, così come a negare si affrettano i loro politici. E la Serbia sostiene tutto questo.
Finora sono stati identificati e sepolti nel Memoriale di Potočari poco più di 6.000 corpi grazie al lavoro fatto da esperti internazionali e locali, utilizzando avanzati test del Dna. Tutto certificato. Il genocidio di Srebrenica è riconosciuto a livello internazionale. Nonostante tutto, lo negano. Perché è così difficile accettare il genocidio, se è stato compiuto dalla propria comunità? Forse la popolazione della Rs si sente identificata con i criminali di guerra. E allora reagisce negando. È una possibilità.

Srebrenica, quando il negazionismo in Serbia vince a scuola e all’università

Circa 1.300 studenti serbi hanno firmato una petizione per chiedere al primo ministro di Belgrado, Aleksandar Vučić, di non recarsi a Srebrenica l’11 luglio prossimo per il ventennale del genocidio.
Le ragioni della petizione – il solito minestrone di luoghi comuni che da anni viene ripetuto come un disco rotto dagli appartenenti all’estremismo di destra serbo – sono state spiegate alla stampa serba da un rappresentante di questa singolare protesta, tale Nenad Uzelac, studente – o almeno sedicente tale – della facoltà di Scienze politiche di Belgrado: “L’Occidente, iniziatore principale di tutte le guerre e principale colpevole per le centinaia di migliaia di morti e per milioni di sfollati, doveva trovare i serbi colpevoli per nascondere il suo ruolo in questi eventi. In questo processo, l’importante è convincere la gente in Serbia che era l’unico colpevole e che, pertanto, deve sopportare le conseguenze e accettare tutto ciò che l’Occidente sta facendo contro i suoi interessi nazionali”, ha detto il giovane nazionalista, aggiungendo che “l’Occidente investe milioni di euro nel cosiddetto settore non governativo e nel settore dei media, il cui ruolo è quello di mettere di fronte il popolo serbo con la sua presunta colpevolezza”. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, se si escluda l’evidenza che la propaganda estremistica dell’universo ultranazionalista e fascista serbo comincia a dare i suoi frutti anche tra i più giovani, per quanto 1.300 firme siano una cifra risibile, che andrebbe poi scremata da coloro che hanno firmato consapevolmente e chi lo ha invece fatto per mera emulazione.

sabato 27 giugno 2015

Orić, estradizione record dalla Svizzera alla Bosnia

Doveva avere davvero fretta, lo Stato svizzero, di liberarsi della “grana” Naser Orić. Non sono passate infatti neppure 24 ore dalla decisione dell’Ufficio federale di giustizia (Ufg) di Berna di estradare con procedura semplificata il discusso ex comandante civile della difesa di Srebrenica durante la guerra del 1992-1995, che lo stesso è atterrato all’aeroporto internazionale di Sarajevo accolto da politici nazionalisti musulmani par suo.
La Svizzera dunque è voluta rapidamente uscire dall’affaire-Orić, che ora rimane una questione strettamente legata ai rapporti tra Bosnia e Serbia. Probabile che l’unica conseguenza reale per Orić sarà una minor libertà di movimento in Europa.
Orić era stato arrestato lo scorso 10 giugno sul valico franco-svizzero di Thonex-Vallard, in Svizzera, nel Cantone di Ginevra, su mandato di cattura internazionale emesso dalla giustizia serba in riferimento all’uccisione di nove civili serbi avvenuta il 12 luglio 1992 in due villaggi dell’est della Bosnia.
Per chi volesse sapere di più sulla discussa figura di Orić, consiglio il mio SREBRENICA. I GIORNI DELLA VERGOGNA e il nuovissimo SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA, scritto a quattro mani con Riccardo Noury.