Eden. Il paradiso può uccidere (Infinito edizioni, 2016)

sabato 28 maggio 2016

La candela che illumina il buio compie 55 anni

Il 28 maggio 1961 nasceva a Londra Amnesty International.
Il suo fondatore, l’avvocato Peter Benenson, non si rese immediatamente conto di aver creato ciò che oggi è definito un social network ma ebbe da subito la convinzione che, se l’indignazione isolata avrebbe provocato solo frustrazione, quella mobilitata e organizzata in campagne e appelli di massa avrebbe potuto produrre un cambiamento nella vita delle persone.
Proprio il cambiamento, in meglio, nella vita delle persone, nel loro accesso ai diritti fondamentali e nella rivendicazione di questi ultimi, è stato l’obiettivo di Amnesty International in questi 55 anni e lo sarà fino a quando ce ne sarà bisogno.
Come sempre, ogni vigilia di anniversario è segnata da avvenimenti di segno opposto: due giorni fa, la liberazione in Azerbaigian di una delle più note prigioniere di coscienza, la giornalista indipendente Khadija Ismayilova; ieri, la scoperta che decine di persone stanno lentamente morendo di fame, sete e mancanza d’aria in container da trasporto marittimo in un centro di detenzione del Sud Sudan. In mezzo, naufragi in serie di migranti e richiedenti asilo, torture ed esecuzioni.

venerdì 27 maggio 2016

Buon compleanno Khadija Ismayilova, giornalista azera (e anche un po' nostra) scarcerata il 25 maggio

Andrea Camilleri, Erri De Luca, Dacia Maraini, Giulia Quintavalle, Luca Leone e Riccardo Noury hanno aderito alla richiesta di Amnesty International Italia di donare un loro libro alla giornalista investigativa e scrittrice dell’Azerbaigian Khadija Ismayilova, che oggi compie 40 anni.
I libri avrebbero dovuto essere spediti in carcere ma il 25 maggio, dopo 537 giorni di prigionia e una serie di appelli di Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa, Khadija Ismayilova è stata rimessa in libertà.
Per questo, i regali di compleanno verranno inviati alla sua abitazione nella capitale Baku.
Khadija Ismayilova è autrice di numerosi articoli e saggi sulle violazioni dei diritti umani e la corruzione in Azerbaigian.
Le autorità avevano dapprima dato vita a una prolungata campagna diffamatoria sui media e successivamente l’avevano incriminata per reati inventati, tra cui evasione fiscale e appropriazione indebita, condannandola a sette anni e mezzo di carcere.
Il 25 maggio un tribunale ha commutato il resto della pena a un periodo di tre anni di libertà condizionata. Amnesty International continua a chiedere che Khadija Ismayilova sia prosciolta da ogni accusa.
Nonostante il recente rilascio di una quindicina di prigionieri di coscienza al centro di una campagna di Amnesty International, in Azerbaigian la libertà di espressione rimane assai limitata.
I regali di compleanno per Khadija Ismayilova sono: “Questo mondo un po’ sgualcito” di Andrea Camilleri (con Francesco De Filippo), “La parola contraria” di Erri De Luca (in edizione francese), “La lunga vita di Marianna Ucria” (in edizione inglese) di Dacia Maraini, “La Signora del judo” di Giulia Quintavalle (con Chiara Di Cesare) e “Srebrenica. La giustizia negata” di Luca Leone e Riccardo Noury.

Uranio, una settimana rivoluzionaria

Una settimana rivoluzionaria. Una settimana dove in certi momenti abbiamo stentato a credere ai nostri occhi. Una settimana che stavamo aspettando da tanto tempo. Sedici anni, per l’appunto. È iniziata venerdì scorso, con una sentenza definita storica, senza esagerazioni. Il ministero della Difesa è stato condannato a pagare 1,8 milioni di euro alla famiglia Vacca. Si ipotizza un omicidio colposo: Tore, così come lo chiamavano gli amici, non aveva ricevuto le giuste protezioni e le precauzioni.
Perché Tore nel settembre 1999 è morto a causa dell’uranio impoverito.
C’è scritto nero su bianco nel dispositivo della sentenza d’appello e quindi ora si può dire ufficialmente.
Nel 2005 abbiamo scelto proprio la sua storia, e quella di sua mamma Giuseppina, una donna forte e coraggiosa, per aprire il nostro libro di inchiesta sull’uranio impoverito (“Uranio, il nemico invisibile”). Giuseppina, la sua forza, la sua tenacia hanno scoperchiato il vaso di Pandora di questa vicenda che in questi anni ci ha fatto vivere di tutto: l’omertà, le bugie, le deviazioni, le ammissioni. E le sentenze. Ce ne sono state più di 40 favorevoli alle vittime, ma questa è la più forte di tutte. Si dice senza mezzi termini che il soldato Salvatore Vacca morì a causa dell’uranio impoverito. E che la letteratura scientifica internazionale in questi anni ha dimostrato con così tanta chiarezza il nesso tra le malattie e l’uso di uranio che non è più neanche il caso di doverlo dimostrare in ogni procedimento giudiziario.
“La sentenza non mi restituirà mio figlio, ma giustizia è stata fatta”, ha detto mamma Giuseppina.

Viaggio in Bosnia, settembre 2016: dialoghi sul futuro

Dialoghi sul futuro
Incontri a Sarajevo con i cinque grandi gruppi della Bosnia Erzegovina

L’associazione Artidjane di Giavera del Montello, in collaborazione con il giornalista e scrittore Luca Leone, organizza un nuovo viaggio di contatto e di conoscenza in Bosnia Erzegovina.
Questa volta voliamo veramente alto e osiamo tanto. Andiamo a Sarajevo per entrare nel cuore multinazionale e multiculturale della città e della sua incredibile storia e architettura;  percorriamo le sue strade, i suoi ponti, la sua storia secolare. E incontriamo i rappresentanti dei cinque maggiori gruppi della Bosnia Erzegovina – in ordine di grandezza numerica: musulmani bosniaci, serbo-bosniaci, croato-bosniaci, rom, ebrei – per parlare di presente e di futuro, di dialogo sociale e interreligioso, di libertà di espressione e di culto, di nazionalismi e di democrazia.
Saremo non spettatori ma intervistatori attivi e incontreremo i rappresentanti dei cinque gruppi a casa loro, del cuore della loro appartenenza, mettendo a confronti gli uni con altri e noi con ciascuno di loro.
Al termine di questo viaggio – che man mano si arricchirà di ulteriori incontri e suggestioni – potrebbe prendere vita qualcosa di più di semplici appunti e ricordi.
Partiremo da Giavera del Montello la mattina di mercoledì 28 settembre e ripartiremo da Sarajevo domenica 2 ottobre.
Ci sono una quindicina di posti ancora a disposizione; per prenotare preghiamo di fare riferimento al volantino provvisorio che potete scaricare.

giovedì 26 maggio 2016

Egitto, Amnesty chiede alla Ue (e all'Italia) di sospendere i trasferimenti di armi che favoriscono omicidi e torture

Quasi la metà degli stati dell’Unione europea ha violato la sospensione dei trasferimenti di armi all’Egitto decisa dalla stessa Unione europea, rischiando così di rendersi complice di un’ondata di uccisioni illegali, sparizioni forzate e torture.
Nonostante la sospensione, imposta dopo che nell’agosto 2013 centinaia di manifestanti erano stati uccisi in un’esibizione di uso gravemente eccessivo della forza, 12 stati dell’Unione europea su 28 sono rimasti tra i principali fornitori di armi ed equipaggiamento di polizia all’Egitto. Vi è il timore che i ministri degli Esteri dell’Unione europea decidano presto di abolire l’attuale, già insufficiente, sospensione.
“Quasi tre anni dopo il massacro che spinse l’Unione europea a chiedere agli stati membri di sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani nel paese è peggiorata” – ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
“La repressione interna da parte delle forze di sicurezza resta elevata e praticamente nessuno è chiamato a risponderne. L’uso eccessivo della forza, gli arresti arbitrari di massa, la tortura e le sparizioni forzate fanno ormai parte del modus operandi delle forze di sicurezza” – ha proseguito Mughrabi.
“Gli stati membri dell’Unione europea che trasferiscono armi ed equipaggiamento di polizia alle forze egiziane, responsabili di sparizioni forzate, torture e arresti arbitrari di massa, stanno agendo in modo sconsiderato e rischiano di rendersi complici di queste gravi violazioni dei diritti umani” – ha aggiunto Mughrabi.

26 maggio 2011, l’arresto di Mladić: una riflessione di Riccardo Noury

Presunto genocida. Una definizione che offende.
Nelle figurine dell’orrore delle guerre dell’ex Jugoslavia, sotto il nome di Ratko Mladić compare quella parola.
È probabilmente destinata a rimanerci un po’. Altri mesi, almeno, fino a quando la sentenza di primo grado nei confronti dell’ex generale delle forze serb-bosniache non sarà stata emessa.
Di Mladić, oggi, ricorre il quinto anniversario dell’arresto, avvenuto esattamente il 26 maggio 2011: 16 anni dopo il genocidio di Srebrenica, che costituisce uno degli 11 capi d’accusa di cui Mladić deve rispondere e che comprendono anche la “serbizzazione” di altre zone della Bosnia nonché gli attacchi contro i civili di Sarajevo.
Sedici anni di ritardo, 16 anni di protezioni e complicità, 16 anni di mancata giustizia.
I sopravvissuti al genocidio di Srebrenica e ai crimini di guerra e contro l’umanità e, con loro, i familiari delle vittime, aspettano ancora, così come hanno aspettato il verdetto di primo grado nei confronti dell’altro “presunto” genocida (Radovan Karadžić, che è ancora tale dato che l’appello contro il verdetto di primo grado deve ancora iniziare).
Aspettano e sperano che il Tribunale per l’ex Jugoslavia riesca a emettere una sentenza definitiva di colpevolezza, a cancellare quel “presunto”, quella offensiva definizione. Sempre che il Tribunale non chiuda prima. Sempre che Mladić non muoia prima. Sempre che…
Quella per la Bosnia è una giustizia condizionata da troppi “sempre che”.

Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International e coautore di “Srebrenica. La giustizia negata” con Luca Leone (Infinito edizioni, 2015).

martedì 24 maggio 2016

25 maggio, Giornata dell’Africa

Il 25 maggio, su iniziativa dell’Unione Africana (UA), si celebra la Giornata mondiale dell’Africa. La ricorrenza coincide con l’anniversario della fondazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), avvenuta il 25 maggio del 1963, giorno in cui i leader di 30 dei 32 Stati indipendenti del continente firmarono lo statuto ad Addis Abeba (Etiopia). L’OUA è stata poi  sostituita, nel 2002, dall’Unione Africana.
Vogliamo festeggiare questo compleanno in modo nuovo e speciale, dando il via a una nuova collana che avrà proprio il nome Afriche. Ci pensiamo da anni. E se avessimo dato vita prima a questa collana oggi conterebbe già parecchi titoli. Da oggi il libri sulle tante Afriche che compongono quel meraviglioso continente avranno una precisa collocazione. E ne siamo davvero felici e orgogliosi.
L’Africa, la culla dell’umanità, racchiude in sé tante diverse luci, ricchezze, possibilità e, allo stesso tempo, ombre, povertà estreme e grandi disparità. Afriche racconterà le storie di donne e uomini di un continente unico, nei suoi mille colori, iniziando dal Burundi, con il libro di Maria Ollari dal titolo Burundi, la terra del dolore e del silenzio”, appena arrivato in libreria, e proseguendo con uno straordinario titolo sul Burkina Faso in giugno. In autunno sarà poi la volta di due autobiografie: una ambientata in Marocco, l’altra tra Senegal e Italia.

Continuate a seguirci, molto presto nuovi arrivi in Afriche!

lunedì 23 maggio 2016

Sulla scrivania dell'editore per maggio

Sulla scrivania dell'editore questa mattina sono comparsi i quattro titoli nuovi per maggio 2016. Comparsi non miracolosamente, perché prima l'editore medesimo (il cui piedone compare in basso in questa immagine) se li è anche scaricati.
Come sempre, grandi titoli e grandi argomenti. In ordine sparso:
Maria Ollari, BURUNDI. LA TERRA DEL DOLORE E DEL SILENZIO, un capolavoro autobiografico con presenza molto importanti, primo libro della nuova collana Afriche;
Antonello Sacchetti, LA RANA E LA PIOGGIA, lo splendido quinto titolo di un grande esperto italiano di Persia;
Luciano Garofano e Lorenzo Puglisi, LA PREPOTENZA INVISIBILE, grande saggio su bullismo e cyberbullismo;
Gaia Gentile, IO E TE FRA TRAMONTO E ALBA, opera terza di una giovane e grande poetessa.
Speriamo li leggerete e che vi piaceranno!

venerdì 20 maggio 2016

Censimento in Bosnia, il colpo di scena: i risultati entro il 1° luglio

Clamoroso colpo di scena ieri in Bosnia Erzegovina dopo il precedente annuncio della rottura delle trattative per trovare un accordo sulla metodologia di elaborazione dei dati raccolti in occasione del censimento del 2013. In un post di ieri ho raccontato ragioni e retroscena della rottura tra Repubblica serba di Bosnia e Federazione di Bosnia Erzegovina, le due Entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina. Proprio ieri, in seguito alla mediazione dell’Unione europea e allo scalpore che aveva destato in patria l’ipotesi che ben 25 milioni di euro – il costo del censimento – potessero andare in fumo a causa della mancanza di volontà politica dei rappresentanti delle due Entità, a sorpresa il direttore dell’agenzia di statistica centrale della Bosnia Erzegovina, il serbo-bosniaco Velimir Jukić, ha apposto la sua firma su un atto che decreta l’adozione delle stesse metodologie in tutte e due le Entità. In palio, in particolare, come spiegavamo ieri, ci sono circa 196.000 cittadini bosniaco-erzegovesi la determinazione della cui appartenenza “etnica” e “religiosa” è in dubbio. La notizia è stata riferita ieri dall’agenzia di stampa “Fena”. Se non ci saranno nuovi colpi di scena in chiave nazionalista, i risultati del censimento saranno resi noti entro il 1° luglio 2016, ben tre anni dopo essere stati rilevati.

giovedì 19 maggio 2016

Bosnia, il censimento del 2013 potrebbe essere annullato

1° luglio 2016: è la data ultima entro la quale devono essere pubblicati i dati raccolti durante il censimento del 2013, il primo mai realizzato in Bosnia Erzegovina dal 1991, costato la bellezza di 25 milioni di euro.

La pubblicazione dei dati del censimento slitta mese dopo mese da quasi tre anni, ma ormai si è forse arrivati al punto di non ritorno. Secondo quanto rivelato dal quotidiano bosniaco “Nezavisne novine”, l’ultimo tentativo di mediazione tra i gruppi nazionalisti al potere nelle due Entità che dal 1995 costituiscono la Bosnia Erzegovina sarebbe fallito poiché le due parti non riescono a mettersi d’accordo sulla metodologia di elaborazione dei dati raccolti. La sostanza è che ci sarebbero problemi nell’individuare o nel determinare l’appartenenza “etnica” e “religiosa” di circa 196.000 cittadini. E ciascuno dei gruppi nazionalisti al potere nelle due entità sta tirando per la giacchetta quelle persone per fare in modo che entrino a ingrossare i numeri del proprio schieramento. A questo si aggiunge la volontà dei serbi di Bosnia di usare quei dati per dimostrare che, secondo loro, le vittime del conflitto bosniaco-erzegovese sarebbero state 96.000 e non 254.000, come denunciato dai musulmani di Bosnia, che a loro volta avrebbero l’interesse a incrementare il numero delle loro vittime e, secondo i serbo-bosniaci, e ridurre quello dell’altra parte. Insomma, una situazione difficilissima, figlia ancora una volta dell’idiozia nazionalista di tutte le parti, che rischia non solo di mandare in fumo una cifra enorme per i magri conti bosniaco-erzegovesi, ma anche di rinfocolare vecchi rancori e allontanare ancora di più la Bosnia dall’Unione europea. Circostanza, quest’ultima, particolarmente gradita al momento soprattutto al nazionalismo serbo-bosniaco. La Ue media, ma la situazione pare difficile da modificare. Al momento, l’unica speranza parrebbe essere quella di rinviare al 31 dicembre 2016 la scadenza per la pubblicazione dei dati, così da provare a intavolare nuove trattative. Ma non è ben chiaro se tutte le parti siano disposte a questo slittamento.