Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
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lunedì 23 ottobre 2017

“Nina nella Grande Guerra” cento anni dopo Caporetto

Nina nella Grande Guerra” è un romanzo storico, in equilibrio fra storia e finzione. Quale peso hanno avuto nella narrazione i due termini, cioè l’invenzione narrativa e il rigore storico?
Nina nella Grande Guerra è romanzo storico in senso ampio. La narrazione si sviluppa attorno a fatti successi realmente, ma questi fatti vengono messi in relazione attraverso il vissuto di personaggi che sono frutto di fantasia. Storie minori e personaggi inventati servono a portare all’attenzione del lettore la verità di fatti storiograficamente importanti.
Quali sono allora questi fatti veri su cui si costruisce il plot del romanzo?
I fatti sono sostanzialmente tre.
Il primo: due giorni prima della rotta di Caporetto arrivano al comando italiano di Cividale due disertori romeni. Questi consegnano in mani italiane il piano di attacco austriaco così come si sarebbe verificato il 24 ottobre.
Il secondo: il comando di Cividale, in conseguenza a questa informazione, decide di mandare in località Foni, poco distante da Caporetto, uno dei due reggimenti che compongono la brigata Napoli, così da arginare lo sfondamento del giorno dopo. Sono cinquemila uomini. Troppo pochi, comunque. Non avrebbero avuto alcuna possibilità di fare la differenza. Ma il giorno dopo la brigata Napoli non sarà al posto designato. Tutti quei soldati se ne staranno nascosti nelle alture circostanti. Questo è ciò che succede.
Il terzo fatto è davvero piccolo e insignificante ma mi conquistò più di tutti appena ne venni a conoscenza, tanto da farne il vero cuore del romanzo. Nei giorni successivi lo sfondamento di Caporetto, dopo la sostituzione di Cadorna col generale Diaz, viene dato l’ordine di scavare una trincea bassa, 30 chilometri sotto la linea del Piave. La trincea, che seguiva la linea Treviso-Vicenza, sarebbe servita ad arginare un eventuale sfondamento dell’esercito nemico anche sulla linea del Piave. Durante lo scavo della trincea, a Galliera Veneta, viene tirato fuori un morto. Un morto sepolto. E la cosa è assolutamente incredibile.
Un morto non era cosa poi così incredibile nello scenario di quei giorni.
Un morto in guerra no di certo. Ma quel morto, fra l’altro sepolto da non molto, è saltato fuori da uno scavo fatto in mezzo a un campo, dove per caso passava la linea della trincea, in mezzo a un campo confiscato dall’esercito. Quel morto era stato sepolto lontano dal cimitero, ovviamente da qualcuno che non voleva si sapesse. Chi era quel morto? Chi l’aveva sepolto?
Appunto, chi era?
Nessuno l’ha mai saputo. E non venne fatta neppure nessuna indagine dai carabinieri di Galliera Veneta di quel tempo.

venerdì 20 ottobre 2017

22 ottobre 1992, a Višegrad va in scena il massacro di Sjeverin

Višegrad, Valle della Drina, Bosnia orientale: qui dal 19 maggio 1992 comandano i cugini Milan e Sredoje Lukić, sanguinari paramilitari serbo-bosniaci che, con le loro Aquile bianche, un gruppo di assassini ancora oggi in larga parte impuniti, impongono alla cittadina e ai villaggi nei dintorni un regime del terrore e dell’orrore.
I due cugini si rendono protagonisti di una serie di episodi tremendi e con operazioni di rastrellamento, deportazioni e omicidi di massa di decine di civili all’interno di case private compiono una completa pulizia etnica ai danni dei musulmani-bosniaci – che costituivano il 63 per cento della popolazione locale. Circa tremila persone vengono uccise e fatte scomparire.
Il 22 ottobre 1992 sedici musulmani-bosniaci, quindici uomini e una donna, in viaggio per motivi di lavoro, sono rapiti sull’autobus di linea serbo che viaggiava da Sjeverin a Priboj, in Serbia. L’autobus viene fermato dal gruppo paramilitare serbo-bosniaco delle Aquile bianche, al comando di Milan Lukić, a circa due chilometri dalla cittadina serbo-bosniaca di Rudo. Dopo aver controllato i documenti di tutti i passeg­geri, i paramilitari ordinano ai “non-serbi” di scendere dal mezzo. I bo­sniaci saranno caricati su un camion davanti al bar Amfora, brutalmente torturati nell’hotel Vilina Vlas, portati sulla riva della Drina, uccisi e i corpi gettati nel fiume. L’unico musulmano sull’autobus a salvarsi è Ad­mir Đikić, 13 anni, che ha la prontezza di riflessi di nascondersi dietro Ilija e Desa Kitić, una coppia di serbo-bosniaci che gli salvano la vita dichiarandolo loro figlio. La strage dei passeggeri di Sjeverin è il primo caso in cui i para­militari serbo-bosniaci assassinano non dei musulmani-bosniaci cittadini della Bosnia Erzegovina, ma dei musulmani-bosniaci cittadini serbi. Per i fatti della cosiddetta strage di Sjeverin a oggi sono stati condannati solo quattro responsabili, ovvero Milan Lukić, che ha avuto l’ergastolo per la somma dei suoi crimini, Dragutin Dragićević e Oliver Krsmanović, cui sono stati comminati vent’anni di carcere, e Đorđe Šević, che ha avuto quindici anni.
Questa e tante altre vicende sono narrate in Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (Infinito edizioni, 2017), reportage scritto sul campo dal giornalista Luca Leone.

Processo Mladić, possibile sentenza di primo grado il 22 novembre

I giudici del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) potrebbero emettere il prossimo 22 novembre la sentenza di primo grado nell’ambito del processo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità istruito contro l’ex capo di stato maggiore serbo-bosniaco, l’ex generale Ratko Mladić. Ne ha dato notizia lo stesso Tpi.
Per Mladić, 74 anni – da molti ribattezzato “il boia di Srebrenica” o “Il macellaio di Srebrenica” –, la Procura generale del Tpi ha chiesto la condanna all’ergastolo.
Qualunque sia la sentenza di primo grado, è quasi certo che il processo contro Mladić non si concluderà prima della sentenza di appello.
La latitanza di Mladić, protetta sia da elementi interni alle istituzioni serbe che serbo-bosniache, si è protratta fino al 26 maggio 2011, quando è stato arrestato e successivamente estradato a L’Aja. Il processo è cominciato un anno dopo.

venerdì 13 ottobre 2017

1-5 novembre: Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac



Motori quasi caldi e gruppo quasi pronto per il viaggio dell'1-5 novembre 2017 a Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac. E altro ancora, dalla piega molto interessante che sta prendendo l'organizzazione. Ma per ora meglio non scoprire le carte. Con me e Stefano Donà questa volta c'è Silvio Ziliotto, grande amico e traduttore. Incontreremo persone, vedremo luoghi, conosceremo associazioni e alcune pagine della storia europea del Novecento fin qui molto poco narrate. Al momento abbiamo ancora solo 6-7 posti liberi. Se ci fossero persone interessate a venire a fare quest'esperienza, i contatti sono sul volantino presente in questa pagina. Buon fine settimana. 

giovedì 12 ottobre 2017

Cinque bambini, un arco e un assassino…: la fotografia dell'Italia di oggi e di domani?

Oggi in pausa pranzo me ne stavo tranquillo e sereno al campo di tiro con l’arco. Tranquillo e sereno si fa per dire, perché domenica c’è l’esordio stagionale indoor e l’arco, quando tra infortuni e trasferte di lavoro non ti alleni da mesi, ti presenta sempre il conto. Un conto molto salato.
Comunque, me ne stavo lì, sotto al tunnel, a provare a scoccare dai 18 metri qualche freccia decente, quando d’improvviso sento un rumore sordo alla mia sinistra. Stavo per tirare, quindi provo a non farci caso, ma il risultato è un inevitabile 5. Che diavolo succede? Do un’occhiata fuori e vedo che, affacciati alla ringhiera sul muretto che divide il campo di tiro con l’arco dalla scuola materna, c’è un gruppetto di cinque bambini appesi all’ombreggiante.
Spesso a pranzo è così, quindi non ci faccio caso e vado avanti. O, almeno, ci provo. Dopo poco un altro rumore sordo, poi ancora. Stanno tirando verso il tunnel – e verso di me, che me ne sto là dentro – sassi e bastoni. Sono tentato d’uscire ma decido di lasciar correre, certo che le maestre interverranno. Come non detto. Non solo i cinque continuano con il lancio di sassi e bastoni, ma uno di loro urla contro di me una parola terribile: “Assassino”. In vita mia me ne hanno dette un po’ di tutti i colori, visto anche il lavoro che faccio, ma “assassino” è la prima volta. Mi ha fatto malissimo. Ho provato ad andare avanti, confidando nell’intervento delle maestre, ma il linciaggio è continuato, e alla voce del primo bimbetto via via se ne sono aggiunte un’altra, poi una seconda, infine una terza: “Assassino”, gridavano a un certo punto in quattro. E poi, con grida sempre più selvagge, il capobranco: “Muori!”. Solo una vocina fuori dal coro diceva, flebile: “Non è vero, non è un assassino, lui tira solo con l’arco…”.
Misura colma: ho posato l’arco, le frecce e sono uscito fuori. Due gesti repentini: stop ai cinque che tentavano la fuga, secco invito a una delle due maestre – la più giovane – di avvicinarsi, mentre le più anziana si allontanava. Ho fatto il mio discorsetto, ho spiegato una serie di cose che credo fondamentali, anche a uso e consumo della deludente maestra, e me ne sono tornato nel tunnel, ma ormai le frecce andavano per conto loro e l’unica opzione possibile era tornarsene al lavoro, amareggiato.
Mi sono posto delle domande. Mi sono chiesto quanto violente possano essere le parole del padre di quel bambinetto, la sera a casa o nei fine settimana, per spingere un’anima ancora comunque candida ad andare in giro a dire certe cose. Con chi ce l’avrà mai quell’uomo? Chi sono gli assassini? Chi vorrebbe veder morire?
Ma la cosa più sorprendente è stata, attraverso quei cinque bimbetti e la loro insegnante, trovarsi impotente – ma fino a un certo punto – di fronte alla fotografia dell’Italia di oggi e di domani. Il 20 per cento di facinorosi e forcaioli; il 60 per cento di massa grigia, pavida, vigliacca, omertosa, pronta a schierarsi un po’ alla volta con chi strilla di più, senza chiedere ragioni; un 20 per cento di società civile che prova a usare l’arma della ragione e del dialogo, inevitabilmente inascoltata. E le istituzioni che si voltano dall’altra parte e lasciano stare.
Se questa è la fotografia del nostro Paese oggi e domani – e purtroppo lo è – abbiamo davvero poco di cui stare allegri.
Qualcuno potrà eccepire: non è l’Italia, è tutto il mondo che va così. Beh, ancora peggio, ancora più preoccupante, se ci pensate… c’è da rimboccarsi parecchio le maniche…

mercoledì 11 ottobre 2017

Cadorna sapeva: Caporetto 100 anni dopo


Cadorna e le alte sfere dell’esercito sapevano dello sfondamento. Sapevano, e non hanno agito in conseguenza. Le informazioni, chiare e nitide, erano arrivate da più parti. L’esercito austro-ungarico stava ammassando le sue truppe ormai da più di un mese nei pressi di Tolmino, in faccia a Caporetto, dall’altra parte del confine.
La prima fonte la troviamo nei fatti di Carzano del settembre del ’17. Un maggiore sloveno, tale Ljudevit Pivko, consegnò all’Italia un piano che, se messo in atto, in poche mosse, avrebbe potuto far vincere la guerra all’esercito italiano. Pivko in quel periodo prestava servizio a Carzano, in Valsugana, in quel momento territorio austriaco. Il maggiore rivelò che la strada fino a Trento era libera, che Trento stessa era sguarnita di uomini, che il grosso dell’esercito si stava spostando a est, a Tolmino appunto. L’Austria stava organizzando la madre di tutte le offensive.
Pivko ricevette ascolto e si tentò di attuare il suo piano, ma i fatti di Carzano finirono in tragedia.
Ora, al di là delle motivazioni di quel fallimento, ciò che ci interessa è semplicemente lo strascico che quella storia ha avuto, o meglio, che non ha avuto. Perché anche se quella storia era finita male, a Cadorna rimaneva in mano la grande informazione. Il grosso dell’esercito austriaco era in faccia a Caporetto, pronto a sfondare. Non mancava molto. Tuttavia, il generalissimo rimase immobile.
Non bastasse, ulteriore conferma dello sfondamento arrivò a Cadorna qualche settimana più tardi. A metà ottobre un ufficiale ceco, disertore austriaco, portò l’informazione che un grande contingente germanico si stava organizzando per un massiccio attacco davanti a Tolmino. Dopo qualche giorno, il 21 ottobre, altri due disertori, romeni questa volta, portarono addirittura l’ordine di attacco preciso che l’Austria avrebbe messo in atto.
Alle 2,00 bombe a gas. Alle 6,00 fuoco di distruzione. Alle 8,00 attacco in fondovalle. Alle 15,00 a Caporetto.
E così andarono le cose.
Tutto quello che fece Cadorna, dopo l’ennesima conferma dello sfondamento imminente, fu di inviare la brigata Napoli, la sera precedente al 24 ottobre, in località Foni, esattamente davanti a Tolmino, in direzione Caporetto. Un pugno di uomini ad arginare un esercito. Al mattino, la brigata Napoli non si fece trovare al posto designato. Forse la notizia di quanto stava succedendo era in qualche modo arrivata fino a loro e scelsero di sottrarsi a quel sacrificio inutile. Ma la storia della brigata Napoli in quella notte non è rilevante. La vera questione rimane legata a Cadorna.
Qualsiasi stratega militare, nel mezzo di una guerra tanto maledetta, con un’informazione tanto chiara fra le mani, avrebbe fatto una sola cosa, difficile anche solo da pronunciare, ma unica scelta possibile. L’unico ordine militarmente sensato sarebbe stato quello di bombardare Tolmino con artiglieria pesante, far disperdere l’esercito nemico, rompere gli schieramenti. Lì c’era un formicaio di uomini pronto a riversarsi in Friuli. Le linee di tiro erano facili e le possibilità di riuscita evidenti.
Perché Cadorna non l’ha fatto? Perché non ha agito?
La domanda rimane, e rimarrà, forse per sempre, senza una risposta.

Il racconto dei fatti di Carzano è contenuto nel romanzo Il Battaglione Bosniaco, di Daniele Zanon e Valerio Curcio.
La storia dei disertori romeni e il perché dell’assenza della brigata Napoli a Foni, sono i pilastri del romanzo storico Nina nella Grande Guerra, di Daniele Zanon.

martedì 10 ottobre 2017

10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte

Il 10 ottobre è una data importante nell’elenco delle ricorrenze da celebrare perché si ricorda la
Giornata Mondiale contro la pena di morte, che ha iniziato a essere ricordata nel 2003. L'evento venne promosso dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, che riunisce organizzazioni non governative internazionali, ordini degli avvocati, sindacati e governi locali di tutto il mondo.
Nel nostro Paese l’abolizione della pena di morte era stata prevista già nel 1889 durante il Regno d’Italia, ma la pena capitale fu poi reintrodotta sotto il regime fascista. L’ultima esecuzione avvenne nel 1947, e la pena di morte fu abolita dalla Costituzione nel 1948 e, soltanto nel 1994, anche dal codice militare. Il nostro Paese, comunque, non è il fanalino di coda in Europa: la Città del Vaticano la rimuove dalla Legge fondamentale soltanto nel 2001, mentre la Francia la abolisce nel 1981, ma la esclude esplicitamente dalla Costituzione nei primi mesi del 2007. Il motivo di tale intervento ha lo scopo di rendere più difficile un suo eventuale reinserimento nel codice penale: infatti il leader di estrema destra Jean Marie Le Pen aveva proposto di reintegrarla sia nel 1994, a seguito di gravi fatti di sangue e nel 2004 per gli atti terroristici.
Attualmente la pena capitale è ancora applicata in 57 Paesi al mondo mentre 141 Paesi l’hanno abolita: ci sono diverse associazioni che lottano contro l’abolizione totale, tra le prime Amnesty International, che ha patrocinato il lavoro, composto da un libro e un dvd di e con Marco Cortesi dal titolo L’Esecutore. Ancora sul tema della pena di morte segnaliamo il Rapporto 2016-2017. La situazione dei Diritti Umani nel mondo, in cui Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 159 Paesi e territori durante il 2016, segnalando gli Stati dove è ancora in vigore o dove è stata recentemente introdotta per punire dei reati. 

Srebrenica: assolto Naser Orić, la dura reazione serba e serbo-bosniaca

Il Tribunale di Sarajevo ha assolto, con non poca sorpresa generale, l’ex comandante paramilitare della difesa di Srebrenica durante l’assedio serbo-bosniaco, il musulmano bosniaco Naser Orić, dall’accusa di crimini di guerra contro civili in merito all’omicidio, nel 1992, di tre civili serbo-bosniaci in tre villaggi siti nei dintorni di Srebrenica. Si tratta dell’ennesima assoluzione inanellata da Orić nell’ambito dei processi intentati ai suoi danni in merito alle violenze perpetrate nel 1992 contro civili serbo-bosniaci da parte di squadre paramilitari musulmano bosniache, dopo che la prima aggressione serbo-bosniaca a Srebrenica era stata respinta e i musulmani bosniaci avevano ripreso il controllo della città, sostenendo un assedio che sarebbe durato fino al luglio del 1995 e si sarebbe concluso con l’omicidio a sangue freddo di 10.701 maschi musulmano bosniaci di età compresa dai 12 ai 76 anni, nella totale indifferenza dei caschi blu olandesi dell’Onu presenti in loco.
Dura la reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić, secondo cui “le vite dei serbi evidentemente non valgono quanto quelle degli altri”. Una reazione scomposta e priva di visione da parte di un presunto ultranazionalista “pentito” e passato al campo moderato, che qualcuno già considera un punto di riferimento per la stabilità della martoriata regione balcanica. Alimentare il senso di persecuzione del bacino elettorale nazionalista serbo può essere positivo per il futuro politico di Vučić ma non certo per i già problematici equilibri dell’area. Come al solito distruttiva la reazione del presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik, da mesi in difficoltà politica e quindi deciso a entrare a gamba tesa appena possibile pur di recuperare un po’ di credito politico e prolungare la sua permanenza sulla poltrona del potere. Dodik ha invitato tutti i serbi a lasciare le istituzioni statali bosniache, ponendosi di fatto una volta di più in continuità con le decisioni politiche del criminale di guerra Radovan Karadžić, condannato lo scorso anno dal Tribunale de L’Aja a quarant’anni di carcere. Eccessiva anche la reazione delle donne di Srebrenica, che hanno applaudito e abbracciato Orić, che loro considerano un eroe di guerra ma il cui operato – e quello dei suoi luogotenenti – a Srebrenica è ancora oggi pieno d’ombre e meriterebbe un vaglio più approfondito sia da parte della giustizia che da parte degli storici.

In ogni caso – e questo è un dato di fatto – sembra non esserci mai pace in Bosnia né per i vivi né per i morti.