Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
Il nuovo libro di Luca Leone, nelle librerie e negli store online. Compralo su www.infinitoedizioni.it

lunedì 7 agosto 2017

Di che "feccia" parlano?

Nel veronese, ieri pomeriggio, due manifesti affissi illegalmente, probabilmente di notte, gridavano in nero: "Fuori la feccia". E a campeggiare su tutto un evidente simbolo fascista.
Un'oretta dopo, in quella silenziosa e incandescente terra compresa tra il mantovano e il modenese, in un campo che sfila sulla destra dell'automobile, una ventina di giovanotti nordafricani e pachistani, nel sole appena velato delle tre di una domenica pomeriggio torrida, chini al suolo raccolgono grondanti prodotti agricoli e li impilano in cassette che probabilmente da questa mattina sono in distribuzione presso mercati e supermercati nazionali e locali.
Da vent'anni, in molte regioni d'Italia, assisto a scene simili. In Sicilia e in Puglia, all'inizio del Duemila, i nuovi schiavi del caporalato venivano pagati al massimo trenta euro a giornata, che cominciava la mattina presto, ben prima del sorgere del sole, e finiva alla sera tardi, senza diritti, senza malattia, senza nulla. In quelle zone, nelle terre in cui i nuovi schiavi raccolgono i prodotti destinati a noi, non passano mai la Guardia di finanza, i sindacati, lo Stato. Lì il silenzio è assoluto. Assordante. La "feccia" è al lavoro per noi, in silenzio. China. Resta però il reale dubbio su chi incarni veramente la feccia: quei lavoratori sfruttati o quei razzisti che di giorno mangiano i frutti del lavoro di quei nuovi schiavi e di notte li vorrebbero deportare come già i loro padri e nonni fecero con oppositori politici, democratici, ebrei, rom e altre persone capaci di libero pensiero?
Facile fare i razzisti e riempirsi la bocca di qualche slogan idiota ma tremendamente efficace nei confronti delle menti piccole quando si vive in un Paese democratico e si ha la pancia piena...

venerdì 14 luglio 2017

18-21 luglio, all’isola d’Elba Festival di libri e mare

Terza edizione di Elba Book Festival  prossima al via: mancano ormai pochi giorni alla sera di martedì 18 luglio quando il centro storico di Rio nell’Elba si animerà con le proposte editoriali di 24 editori indipendenti, tra cui le novità e i classici della nostra casa editrice. Ogni sera, dalle 18,00 a mezzanotte, fino al 21 luglio, un’occasione per curiosare tra gli stand e incontrare i nostri lettori in vacanza e chi vive all’Elba tutto l’anno. Vi aspettiamo!

Belgrado, niente processo per otto poliziotti: uccisero 1.313 civili a Srebrenica

Annullato. Questa la decisione presa dalla Corte d’appello di Belgrado in riferimento al processo istituito da un tribunale penale di primo grado serbo per l’assassinio di 1.313 civili musulmano-bosniaci perpetrato a Srebrenica da un gruppo di otto paramilitari serbi, tutti ex agenti di polizia, il cui leader era l’ex poliziotto Nedeljko Milidragović, noto anche col nome di Neđo il macellaio. L’eccidio è avvenuto dei giorni 13 e 14 luglio nel villaggio di Kravice, nei pressi di Srebrenica. Le vittime erano state ammassate in un capannone e sono state trucidate sparandovi all’interno e gettando tra i corpi bombe a mano. I sopravvissuti sono stati finiti con colpi d’arma da fuoco. Al centro della decisione della Corte d’appello di Belgrado c’è un vizio procedurale, che purtroppo annulla quanto fatto fin qui dall’inizio del 2016: le imputazioni contro gli otto paramilitari sarebbero state sollevate, infatti, quando c’era un vuoto di potere all’interno della Procura per i crimini di guerra: il Procuratore Vladimir Vukčević, infatti, era da poco andato in pensione e al suo posto non era ancora stato nominato il successore, la signora Snežana Stanojković, che arrivò a capo della Procura solo nel maggio del 2016.
Felici gli otto presunti criminali e i loro legali, per tacere degli ultranazionalisti serbi e serbo-bosniaci e processo completamente da rifare. Un vero peccato, anche solo considerando l’impegno a oggi piuttosto lasco della giustizia serba per consegnare alle patrie galere le migliaia di paramilitari che si sono macchiati le mani di sangue sia nella guerra di Bosnia che nei conflitti nella Krajina e nella Slavonia croate e nel Kosovo, a oggi assolutamente liberi.

giovedì 13 luglio 2017

Quando due bambini muoiono e insieme non hanno una settimana di vita…

Nel buio ovattato di una scatola piccola piccola, involucro leggero strappato al corpo di un albero, è partito oggi, in questo luglio afoso e impietoso, per un viaggio senza tempo e senza spazio. Arrivato tre giorni or sono, proveniente da spazi lontani e sconosciuti, il Viaggiatore s’era annunziato al mondo con un flebile vagito, affidandosi a mani umane che nulla hanno potuto. Quest’oggi nugoli di amici sconosciuti lo hanno salutato. È ripartito. Per un nuovo viaggio misterioso, verso luoghi inconoscibili, forse ameni. Forse bui per sempre.
Pensando a questa piccola vita spezzatasi a Baggiovara dopo settantadue ore di stenti e speranze dolorose, la mente ha vagato a più di mille chilometri da qui, a un quarto di secolo fa. A Pionirska ulica lei di ore di vita ne aveva solo 48. L’hanno bruciata viva con la mamma, il papà e un’altra cinquantina di innocenti.
Quali paralleli?
Ambedue hanno potuto godere troppo poco della vita. Ambedue innocenti vittime. Entrambi, forse – e questa è la speranza grande e forse non vana – incapaci di comprendere quanto stesse loro accadendo.
Resta un dolore immenso, perché quando a pagare sono i bambini è impossibile rassegnarsi.
Qui qualcuno ti piangerà per sempre, piccolo sfortunato. Il povero tesoro di Pionirska ulica – che oggi sarebbe una splendida libellula nel pieno della vita – non ha mai avuto neppure quello. Che in ogni caso è troppo poco. Speriamo almeno che le vostre stelle brillino vicine e possiate avere in cielo quegli istanti dolci e felici di gioco che la sorte, per disegno sconosciuti a avari, vi ha voluto negare.
Riposate in pace, se potete.

mercoledì 12 luglio 2017

11 luglio, a Banja Luka va in scena il fallimento (per ora) della manifestazione pro-Mladić

Si è risolta in un nulla di fatto la manifestazione di sostegno al presunto (perché ancora non condannato) criminale di guerra e genocida Ratko Mladić, che si sarebbe dovuta svolgere ieri, 11 luglio, nella capitale amministrativa della Repubblica serba di Bosnia (Rs) Banja Luka. La manifestazione, che si sarebbe dovuta svolgere nelle strade cittadine al grido di “Siamo dalla parte del generale Mladić – Basta menzogne su Srebrenica” e che era stata autorizzata, su richiesta dell’associazione negazionista Zavetnici, dalle autorità serbo-bosniache, è stata rinviata a data da destinarsi a causa della presunta mancanza di un numero sufficiente di poliziotti per garantire la sicurezza in città. Secondo le autorità serbo-bosniache, infatti, il grosso delle forze di polizia l’11 luglio è stato dislocato a Srebrenica e non esistevano le condizioni per mandare in scena la manifestazione di Banja Luka, dove gli organizzatori si aspettavano la partecipazione di un migliaio di negazionisti e di estremisti portati in strada dai partiti ultranazionalisti.
Probabilmente si tratta solo di un rinvio e la manifestazione sarà tirata fuori dal cilindro pieno di menzogne dell’ultranazionalismo serbo-bosniaco appena se ne presenteranno le condizioni, per gettare ad arte altra benzina sul fuoco del disagio sociale e politico che caratterizza ormai da anni le relazioni tra gruppi nazionali in Bosnia Erzegovina.

martedì 11 luglio 2017

11 luglio 1995, la caduta di Srebrenica

Ventidue anni fa, davanti agli occhi del mondo – colpevolmente indifferente – cadeva nelle mani del generale Mladić e dei suoi uomini la cittadina di Srebrenica, dopo un assedio durato tre anni. Ripercorriamo il giorno chiave grazie al lavoro di ricostruzione storica che è il cuore del volume Srebrenica. I giorni della vergogna (Infinito edizioni).
Martedì 11 luglio 1995
Alle 6,00 del mattino la popolazione si è già riversata nelle strade devastate, in attesa. Al rumore dei motori degli aerei della Nato non segue il tanto atteso boato delle bombe. Perché? Alle 9,00 il colonnello olandese ammette davanti ai rappresentanti della comunità che la sua richiesta d’appoggio aereo è stata considerata sottoposta in modo non conforme al regolamento. In volo da ormai più di quattro ore, gli aerei sono in riserva e devono rientrare in Italia, ad Aviano, da dove sono partiti. Intorno alle 10,30 l’artiglieria serba ricomincia a vomitare fuoco sulla città. Karremans informa il comando, ma alle 11,00 il generale Janvier ancora esita a capacitarsi del fatto che i serbo-bosniaci stiano sferrando l’attacco finale. La gente di Srebrenica è tutta in strada, in trappola. La città sta per cadere e gli uomini sanno che i primi a subirne le conseguenze saranno loro. In molti decidono di separarsi dalle famiglie che, in fin dei conti, restano “al sicuro” con gli olandesi dal casco blu.
Lo stesso Karremans, secondo molti testimoni, invita gli uomini a prendere la via del bosco per cercare di sfuggire alla vendetta degli assedianti, accecati dalle esecuzioni sommarie effettuate dalle forze musulmane nei tre anni precedenti in una cinquantina di villaggi nei dintorni di Srebrenica, dall’alcol, dalla droga, dalle menzogne propagandistiche e dalla promessa di bottino. Tra le 12.000 e le 15.000 persone, in gran parte uomini (che costituiranno la cosiddetta colonna mista), scelgono di prendere la strada delle montagne, che passa attraverso i boschi per arrivare, dopo una roulette russa di una cinquantina di chilometri di campi minati, dirupi, sterpi e cannonate, a Tuzla, nel territorio controllato dal governo bosniaco, definito territorio libero. Sarà in seguito ribattezzata, questa, la Marcia della morte. Almeno 20.000, più probabilmente 25.000, tra donne, bambini, feriti e malati fuggono invece a piedi verso la lontana base olandese di Potočari. I sopravvissuti ricordano quella giornata come un inferno in terra, anche per la temperatura, già a quell’ora vicina ai 35 gradi centigradi.
Alle 12,05 il generale Janvier autorizza l’intervento aereo. Alle 14,40 – più di due ore e mezza dopo – due F16 olandesi sparano altrettanti missili sulle postazioni serbe. Si odono due deflagrazioni, due tank centrati, poi più nulla: così si esaurisce la risposta della comunità internazionale contro la violazione della Risoluzione 819. Gli assedianti intensificano il cannoneggiamento della città e minacciano di uccidere gli ostaggi olandesi oltre che di sparare sugli sfollati inermi. Dall’esterno, da quel momento in poi, non sarebbe più arrivato alcun aiuto ai dannati di Srebrenica. Gli olandesi non reagiscono, non sparano neppure un colpo: in compenso, caricano su qualche camion bianco con la scritta UN i feriti e le donne con i bambini piccoli, qualche anziano, e velocizzano l’evacuazione verso il compound di Potočari. Alcuni malati saranno persino “dimenticati” in ospedale.
Alle 16,15 il generale Mladić, comodamente seduto su una jeep, aggiustandosi i capelli tagliati di recente entra a Srebrenica e proclama ufficialmente la conquista della città. Da quel momento in poi qualsiasi azione di stampo propagandistico sarà ripresa dalla troupe televisiva che il carnefice serbo-bosniaco porta sempre con sé. (…)

lunedì 10 luglio 2017

Srebrenica, in Senato iniziativa a 22 anni dal genocidio

In occasione del 22° anniversario del genocidio di Srebrenica si svolgerà il prossimo 11 luglio 2017, alle ore 12.00 presso la sala “Caduti di Nassirya“ di palazzo Madama  la conferenza stampa dal titolo “In Ricordo del Genocidio di Srebrenica: 1995-2017”. L’evento è promosso su iniziativa del Senatore Aldo Di Biagio, membro della Commissione Diritti Umani del Senato, e della Comunità di Bosnia ed Erzegovina a Roma.
Assieme al Sen. Di Biagio porterà il proprio saluto il Sen. Pierferdinando Casini, Presidente della Commissione Esteri del Senato. Seguiranno interventi della Dott.ssa Vesela Planinic, Ministro Consigliere dell'Ambasciata di Bosnia ed Erzegovina in Italia, dell’On. Giulio Marcon e della Vicepresidente dell’Associazione «Bosnia u srcu – Bosnia nel cuore» Slavica Josipovic. Interverranno inoltre il giornalista e scrittore Luca Leone e il foto-reporter Mario Boccia, di cui sarà proiettato un reportage fotografico su Srebrenica. L’incontro sarà moderato da Fatima Neimarlija, Presidente dell’Associazione «Bosnia u srcu – Bosnia nel cuore».
L'evento sarà trasmesso in diretta web sulla tv del Senato.
L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Per accreditarsi inviare mail a: dibiagio.ufficiostampa@senato.it

Srebrenica, 11 luglio 2017: numeri, nomi e fatti da ricordare


Ventiduesimo anniversario del genocidio di Srebrenica. Le grancasse dei negazionisti suonano a tutta forza. Nessuna traccia di quell’immateriale facoltà nota come coscienza. Non pervenuti neppure vergogna e senso del limite.
L’11 luglio 2017 saranno solo 71 i poveri resti di vittime del genocidio sepolti nel Memoriale di Potočari. Nel 2016 erano stati 127, che avevano portato a 6.504 i corpi sepolti. All’appello mancano ancora circa 4.000 corpi. Ormai il lavoro di riconoscimento delle vittime è sempre più lungo e difficile. I resti dei 71 sepolti di domani sono stati ritrovati in trenta diverse fosse comuni, alcune delle quali secondarie.
Per la prima volta sarà presente una delegazione di tre parlamentari macedoni. Nulla invece, come di consueto, dalla patria del negazionismo, Banja Luka, e dalla sua gemella Belgrado. Anzi, il nuovo presidente Alexandar Vučić, ultranazionalista prestato per necessità alla causa del “moderatismo”, sarà addirittura in visita in Turchia, per incontrarsi con un altro “paladino” della giustizia e dei diritti umani, il suo omologo Recep Tayyip Erdoğan. Pecunia non olet, il denaro non ha odore. Almeno non a certi livelli. Come noto, né Banja Luka né Belgrado hanno mai riconosciuto il genocidio di Srebrenica, come Ankara non ha mai riconosciuto quello degli armeni. Per non parlare di chi oggi ancora non riconosce l’Olocausto – o di chi l’Olocausto lo ha subìto ma non riconosce Srebrenica, perché appunto pecunia non olet e gli interessi della Repubblica serba di Bosnia in Israele sono sempre più forti, come il giro annuo di soldi. Unico colpo, quello battuto da Belgrado dalla biografa – ma sarebbe meglio scrivere agiografa – di Radovan Karadžić e di Ratko Mladić, che avrebbe voluto presentare a Srebrenica, nella casa della cultura, proprio l’11 luglio, il suo nuovo libro, nel quale i suoi due eroi di cui sopra vengono glorificati e già assisi in cielo, nonostante siano ancora tra noi, per quanto almeno al momento in galera (Karadžić condannato solo a quarant’anni, Mladić in attesa di sentenza di primo grado). L’agiografa di cui sopra si chiama Ljiljana Bulatović. Magari qualche compiacente editore italiano che la traduca sarà disponibile a dare voce a questa nuova fanfara della negazione e della mistificazione. Stando a chi ha letto il libro, tra l’altro, la signora consiglierebbe di riesumare le bare delle vittime del genocidio e di spostarle da qualche altra parte nel territorio della Federazione di Bosnia Erzegovina, così da lasciare il terreno su cui sorge il Memoriale di Potočari a usi agricoli… Magari la signora dovrebbe fare un giro per la Repubblica serba di Bosnia: scoprirebbe che sono migliaia e migliaia gli ettari di terreno incolto a causa dell’incapacità – o forse della spudorata volontà – del governo serbo-bosniaco di investire per creare posti di lavoro o magari anche solo di garantire crediti all’agricoltura per meccanizzarla. Ma Dodik i soldi li usa in altri modi.
Unica buona notizia – per ora, ma poi vedremo in futuro – giunge dal municipio di Srebrenica, dove il giovane sindaco negazionista e ultranazionalista serbo-bosniaco ha negato a un’associazione di reduci serbo-bosniaci di posare nel giardinetto davanti alla sede comunale una statua raffigurante l’ex ambasciatore russo all’Onu, il defunto Vitaly Churkin, noto alle cronache nel 2015 per essersi opposto all’approvazione di una risoluzione di riconoscimento del genocidio di Srebrenica in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, presentata dalla Gran Bretagna. Sono due anni che gli estremisti serbo-bosniaci insistono in materia, corroborati nelle loro richieste anche dalla vergognosa installazione di una croce altra cinque metri e mezzo e pesante 400 chili su una delle alture che dominano Višegrad, il cui scopo è quello di celebrare i paramilitari russi morti in loco. Secondo il sindaco Mladen Grujčić è meglio non “versare olio sul fuoco”. A volte anche tra gli ultranazionalisti si alza una voce capace di dire qualcosa di senso compiuto… Varrà la pena di ricordare che i paramilitari russi sono stati attivi anche a Srebrenica, dove però, oltre a quelli serbi, il grosso del lavoro sporco è stato compiuto dai paramilitari greci. Di loro non si parla mai. Varrebbe invece la pena farlo, perché quei cittadini dell’Unione europea hanno partecipato in prima persona a un genocidio: quello di Srebrenica.