Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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giovedì 6 maggio 2010

Una visita al campo di sterminio di Jasenovac


Di ritorno da un viaggio di lavoro nei Balcani, in compagnia di una collega d’eccellenza, Nicole Corritore, ci siamo fermati, in viaggio verso Trieste, a visitare il campo di sterminio di Jasenovac.
L’impatto con il maestoso fiore di cemento slanciato verso il cielo voluto da Tito e progettato dal grande architetto Bogdan Bogdanovic, con i grandi tumuli ricoperti d’erba, con il treno adoperato per deportare esseri umani fin dentro il campo, con le storie e le mostruosità è stato choccante. Ancor più dilaniante è stato l’apprendere che lo Stato socialista jugoslavo aveva reso obbligatoria la visita guidata per le scolaresche al campo di Jasenovac, per evitare attraverso lo strumento della memoria e della testimonianza il ripetersi di mostruosità come quelle provocate nei Balcani e in tutta Europa tra il 1939 e il 1945 dal nazismo tedesco, dal fascismo italiano e da tutti gli altri fascismi balcanici.
Non è servito a nulla.
A parlare è bene che siano le immagini, quelle che in questo caso pubblico sparpagliate tra queste righe.
Vale solo forse la pena ricordare che il campo di concentramento di Jasenovac fu il più grande tra quelli costruiti nei Balcani durante la seconda guerra mondiale. Creato dall’auto-proclamato Stato Indipendente di Croazia, retto dal sanguinario capo ustascia Ante Pavelic, alleato dei nazi-fascisti, fu fondato sulle rive della Sava, a meno di cento chilometri da Zagabria, in una zona facilmente controllabile e dalla quale risultava pressoché impossibile fuggire.
Edificato tra l'agosto 1941 e il febbraio 1942, si componeva inizialmente di due campi di prigionia e sterminio, Krapje e Bročica, chiusi nel novembre del 1941 poiché nel frattempo erano stati attrezzati tre campi – Ciglana (Jasenovac III). Kozara (Jasenovac IV), Stara Gradiška (Jasenovac V) – più adatti alla “necessità” degli aguzzini di perpetrare esecuzioni di massa. Questi campi rimasero in funzione fino all'aprile 1945, quando si verificò l’ultima spaventosa mattanza, con i liberatori ormai alle porte.
Nel campo trovarono la morte un numero ancora imprecisato di prigionieri – nell’ordine comunque delle centinaia di migliaia di persone, inclusi bambini tra i tre mesi e i 14 anni d’età – in particolare ebrei, serbi, rom, musulmani, oppositori politici croati, omosessuali.
Tra i record dell’orrore stabiliti nel campo di Jasenovac c’è quello detenuto dallo studente di legge ustascia Petar Brzica, che nella notte tra il 29 e il 30 agosto 194, per scommessa, sgozzò 1.360 prigionieri, per essere soprannominato “Re delle gole tagliate”.
Meno di mezzo secolo dopo, nei Balcani tutto questo si è ripetuto, a dimostrazione che il genere umano è purtroppo – per sua esplicita volontà – incapace di imparare dalle atrocità commesse.