Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 21 aprile 2010

Cecenia, il giardino di casa (e degli orrori) di Putin


Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja.
“Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.
Ne abbiamo parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti…
“Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i Russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!
E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i Russi considerano i Ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi?
Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un'attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa.
La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

E quali sono le prospettive di pacificazione?
Difficile dire quali siano le reali intenzioni dei burattinai e dei burattini governativi… Noi occidentali però possiamo fare tanto. Leggendo, facendo domande, prendendo consapevolezza. Formandoci delle opinioni. “Come un Dovere”. Ci sono alcune associazioni o ong che si battono per questo. Si battono per la Verità, per la pace, perché tutti i bambini possano avere un’infanzia come la nostra in Europa. Alcune di queste associazioni od ong hanno avuto un ruolo fondamentale anche per la nascita di questo libro, ad esempio Annaviva, Memorial e Mondo in cammino.

Mosca ha scelto la strategia dell’annientamento contro l’opposizione, sia politica sia armata, cecena. Qual è stato il risultato di due guerre e di due decenni di dolore per il Paese e la sua popolazione, sia dal punto di vista materiale sia da quello psicologico?
È chiaro che a Mosca il c.d. “principio di autodeterminazione dei popoli” è un principio di cui ci si ricorda solo in date circostanze. Ce ne si ricorda quando si tratta di Ossezia meridionale o di Abkhazia contro la Georgia (chissà, magari per una futura annessione di questi territori alla Federazione Russa…). Guarda caso per la Cecenia questo principio non vale. A ogni modo, trovo comprensibile che un governo ci tenga a preservare i propri confini e a limitare la fuga dalla Federazione… Quello che mi sento di condannare è l'uso della forza e della violenza e l'altissimo costo umano che ogni guerra porta con sé… Ho poche idee ma fisse e una di queste è che la violenza non porta da nessuna parte, meglio dialogare.

Di quali orrori si sono resi attivi protagonisti i gruppi paramilitari, i tagliatori di teste russi, in Cecenia?
La brutalità non viene mai da una parte sola. Nefandezze sono state compiute dall'una e dall'altra parte. Nel libro questo è spiegato bene. Le violenze devono essere tutte denunciate: ahimè non ce ne sono di violenze buone e costruttive.

Quale è stato il livello di connivenza locale con l’esercito russo e in cambio di cosa? Chi c’è, in particolare, oggi al potere in Cecenia e come è arrivato a ricoprire quella posizione?
Dal maggio del 2004 de facto, dal marzo 2007 de iure, Putin-burattinaio ha trovato in Ramzan Kadyrov il suo fedele burattino a Grozny. Questo giovanotto rozzo, malvestito (solo da poco tempo ha smesso di presentarsi agli incontri ufficiali con gli altri capi di Stato in tuta da ginnastica), cafone, che si è permesso di offrire del denaro ad Anna Politkovskaja in cambio del suo silenzio per poi riferire agli amici che "quella donna è una pazza: non conosce neanche il valore dei soldi!", oggi è il presidente filo-russo della Cecenia. Un presidente che di punto in bianco obbliga le studentesse dell'Università statale Cecena, giovani donne con una cultura assai moderna, a indossare i copricapo, pena l'espulsione dall'Università; è un presidente che ricostruisce moschee, rende obbligatorio l’uso del velo per le donne e sostiene la poligamia; è un presidente che usa l’islam per affermare il suo potere; che ha elevato il culto islamico a religione di Stato, facendogli però assumere, per dirla con Libération, dei "toni da operetta”; è il presidente che si è fatto promotore di un programma di “rinnovamento spirituale e morale”: ha proposto di legalizzare la poligamia e di depenalizzare il delitto d’onore. Ma la verità è che la religione per Kadyrov è solo un altro modo per controllare meglio la gente. Anche perché un vero musulmano, un vero credente, non lo troveresti in giro a partecipare a combattimenti di cani, a compiere rapimenti in pieno centro a Grozny a infilare il malcapitato di turno nel bagagliaio di un'automobile, né coinvolto in squallidi festini, dove la telecamera di un telefonino lo ha ripreso in volgarissimi palpeggiamenti di seni di prostitute, o in masturbazioni da vero macho; e via dicendo (e quello che dico è tutto documentato in diversi video). Quella dei festini, evidentemente, non è solo una moda dei nostri politici...

Nel tuo libro, alla fine, una figura si erge rispetto a tutte le altre, quella di Anna Politkovskaja, uccisa proprio per le sue inchieste giornalistiche sulla Cecenia. Qual è stato l’insegnamento di Anna e perché la sua uccisione è rimasta – come tutti si aspettavano – impunita?
Nella guerra in Cecenia, il messaggio di Anna è stato (ed è) che la colpa della Russia è stata quella di non essere andata in Cecenia a risolvere le cose politicamente, sedendosi a un tavolo, ma attraverso la violenza fin dall’inizio, con la guerra.“La violenza genera violenza”. I Russi – diceva Anna – non sono colpevoli di aver voluto risolvere un problema politico, quale era quello del ruolo della repubblica cecena all’interno della Federazione russa, perché questo era nei loro diritti, ma di aver voluto risolvere quel problema attraverso la violenza. E questa violenza iniziale ha creato una spirale di violenza, senza fine, fino a che anche il “fondamentalismo islamico”, che all’inizio non c’entrava niente, ha trovato nella povertà e nella sofferenza della gente un terreno fertile su cui proliferare. E così anche i guerriglieri si sono macchiati di violenze contro quella parte della popolazione che magari non li seguiva.
Anna Politkovskaja va ricordata per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. E va ricordata per aver organizzato, nel dicembre del 1999, sotto un bombardamento, l’evacuazione dell’ospizio di Grozny mettendo in salvo 89 anziani. E per aver tentato di far da mediatrice nell’ottobre del 2002 durante l’assalto al Teatro Dubrovka da parte di un commando di terroristi ceceni. E, ancora, per aver subito un misterioso avvelenamento (servizi segreti russi?) nel settembre del 2004, mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola dell’Ossezia.
Va ricordata!

Credi che in Italia il pubblico medio sappia che cos’è e dove si trovi la Cecenia?
Non credo. Ma forse per il pubblico medio è più facile ricordare la Cecenia piuttosto che un'Inguscezia o un'Ossezia o un Daghestan, che con la Cecenia confinano e che sempre della Federazione russa fanno parte e oggi vivono situazioni drammatiche. Sulla situazione attuale in queste repubbliche l'ong Memorial ha girato dei documentari che danno l'idea di come si vive laggiù. Li abbiamo proiettati durante una tavola rotonda a Vittorio Veneto e la gente è rimasta di sasso...”Non pensavo potessero verificarsi certi fatti ai giorni nostri” è stato il commento più frequente a queste immagini terribili.

Sulla questione cecena e su altre crisi internazionali che pure ci vedono responsabili, sebbene non ci tocchino, come spieghi il silenzio dei media?
I fatti dimostrano che per essere un onesto e buon giornalista non contano le amicizie, quanto piuttosto i nemici che ti fai, i nemici veri intendo, quelli che mettono davvero paura come le mafie o i servizi segreti... Se sei un giornalista e hai tanti nemici e magari ti tocca girare con la scorta, ecco, probabilmente sei un grande giornalista o se non altro vuol dire che hai le palle...
Credo anche che molti giornalisti, soprattutto quelli di ultima o penultima generazione, si autocensurino. Mi spiego e mi permetto di citare Chomsky. La stampa è in mano a persone ricche, preoccupate che solo certe informazioni arrivino al pubblico. Non solo. Il fatto è che quando frequenti le scuole giuste impari che ci sono certe cose che non vanno dette e che certi pensieri non vanno coltivati.
Consiglio a tutti la lettura del lucido saggio di Chomsky “Che cosa rende conformisti”.

È un silenzio, quello dei media, dettato da interessi o da ignoranza della materia?
No, non è ignoranza. Oggi con internet non puoi più accampare questa scusa. Non l'accetto. Forse oggi come oggi si potrebbe (ma attenzione, uso il condizionale) fare giornalismo addirittura da casa, se si hanno dei contatti giusti... Recentemente mi è capitato di scrivere dei pezzi basandomi esclusivamente sul resoconto e su filmati girati da alcuni amici in Cecenia... Se hai il materiale e una fonte attendibile, c'è già una notizia... Non dico che si debba fare giornalismo in questo modo, pacificamente dalla poltrona di casa, dico però che non si può più accampare la scusa dell'ignoranza!
E poi...come si fa a non citare Chomsky? A ogni modo, i media di massa, i media d'èlite, quelli che fissano l'ordine del giorno, per intenderci, sono sempre collegati a società o gruppi molto grandi, quando addirittura non sono parte integrante dei loro beni... Ebbene questi media di massa tentano essenzialmente di distrarre il pubblico. Vogliono che la gente faccia qualcos’altro, in modo che non possa dar fastidio a coloro che organizzano e gestiscono il potere. Che il popolo si interessi di sport, di scandali sessuali o stupidaggini di questo tipo. Qualunque cosa purché non sia seria. Dopo quest'intervista non so se temere di più gli amici di Ramzan Kadyrov o l'editore di Noam Chomsky...

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com