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martedì 1 febbraio 2011

“Malato Italia: dalla speranza europea al pericolo dell’auto consunzione”: intervista a Gianguido Palumbo per “Noitaliani”


L’occasione storica della celebrazione dell’Unità di un Paese europeo come l’Italia è unica per una riflessione sulla nostra o sulle nostre identità. È un passaggio collettivo nella vita di un popolo in un momento storico in cui la globalizzazione avanza velocemente, l’Europa procede a fatica ma procede, il mondo sta vivendo grandi trasformazioni. E allora: chi siamo noi italiani? Che senso ha l’Italia? Dove ci porterà la mediocrità della politica contemporanea, lo squallore della maggioranza al governo e la pochezza sterile di un’opposizione che non esiste?
Gianguido Palumbo, palermitano di nascita, veneziano e romano d’adozione, già autore di diversi lavori editoriali di respiro sociale, racconta il suo punto di vista in quest’intervista e in ottimo libro – NOITALIANI (Infinito edizioni, novembre 2010, 206 pp., € 14,00) – edito da poco e del quale Nando dalla Chiesa ha scritto: “Il campo di stimoli e di scorreria intellettuale definito da NOITALIANI contiene molte delle questioni più rilevanti che la storia, giunta ai 150 anni dell’Unità d’Italia, ci consegna e suggerisce di risolvere. Non ‘presto e bene’, che quasi mai è possibile. Ma con saggezza, questo sì. E con la disposizione di chi sa guardare alle vicende umane con l’occhio più lungo della cronaca”.

Gianguido Palumbo, quale Paese si propone di raccontare NOITALIANI?
Un “Bel Paese”, un buon formaggio andato in parte a male, semi ammuffito, che per essere ancora apprezzato ha bisogno di salvare il suo nucleo, forse ancora buono.

Puoi spiegare la genesi di questo titolo così curioso e particolarmente efficace?
NOITALIANI con una sola “i” esprime tre concetti: NOI Italiani, omnicomprensivo nel senso del tentativo di recupero di un’identità possibile; NO Italiani, nella negazione di appartenenza che stiamo proponendo di fatto ai cittadini stranieri-immigrati; NOI Italiani, plurale maschile voluto nella sua specifica sottolineatura delle responsabilità degli uomini italiani nel processo storico di degrado sociale del nostro Paese.

Centocinquant’anni dopo, fatta più o meno l’Italia, sono stati fatti gli italiani?
Esistono da anni molte teorie e dimostrazioni che questa frase può essere contraddetta o confermata allo stesso tempo: c’è chi sostiene che in realtà sia nato prima il “Popolo italiano”, la cultura italiana, che non la Nazione, e c’è chi sostiene che tutt’ora non esista un “Popolo italiano” dopo 150 anni di vita nazionale ma solamente uno Stato “guscio vuoto”. Credo che siano effettivamente giuste entrambe le tesi, a seconda che si consideri di più la dimensione culturale (lingua, arte, gastronomia, tradizioni ) o la dimensione sociopolitica ed economica. Sono però sempre più convinto che si sottovaluti l’importanza e la specificità positiva della multiculturalità e multietnicità italiane che rendono il nostro Paese veramente un unicum geopolitico culturale difficile da vivere e governare ma potenzialmente molto ricco di energie per sé e per altri.

Di quale sforzo ci sarebbe bisogno oggi per migliorare questo Paese e renderlo non più un Paese moderno ma un Paese contemporaneo che sappia finalmente guardare al futuro?
Innanzi tutto di un grande investimento economico strategico nel rilancio della formazione, della educazione e della produzione culturale che diventino motori propulsivi e progressivi di tutta la società italiana: investire in scuole di ogni ordine e grado, educazione permanente, aggiornamento, rialfabetizzazione, formazione professionale, alta formazione, ricerca, con un coinvolgimento pieno in questi investimenti dei mass media a partire dalla tv pubblica.

Italiani e nuovi italiani: a che punto siamo con l’integrazione?
Tolleranza, accoglienza, solidarietà, inclusione, integrazione, sono termini che esprimono culture e pratiche di vita individuale e collettiva già positive, rispetto ai loro contrari, ma ormai inadeguate al mondo contemporaneo, data la quantità e la qualità delle migrazioni internazionali e della mondializzazione in atto. In Italia oscilliamo paurosamente e sempre più fra una bella e buona tradizione di apertura e di storica mescolanza fra popoli, a una recente tendenza al rigetto, allo sfruttamento, alla separatezza, al razzismo, nati da ignoranza e assenza di politiche adeguate.
I cosidetti “modelli” di “integrazione” sperimentati e vissuti in altri Paesi e anche nel nostro (che non ne ha alcuno), sono in qualche modo falliti tutti perché nati in altri momenti storici e inadeguati al presente. C’è bisogno di altro, da concepire e sperimentare ancora.

E con l’identità? Esiste un’identità italiana, senza per questo sprofondare nel nazionalismo e nella “reazione”?
Credo che esista proprio nella storia delle mescolanze di popoli e culture e sintesi sempre nuove che per posizione geografica caratterizzano la nostra penisola mediterranea. Questa strana e forse unica identità plurima ha proceduto per progressive rielaborazioni di tradizioni molto diverse producendo eccellenti novità in ogni campo della vita. Ma questa ricchezza sembra essere stata dimenticata e svalutata negli ultimi decenni.

Che cosa manca a tuo avviso nell’Italia di oggi per renderla migliore o meno peggiore?
Un “progetto” un’”idea” strategica che non sia banalmente ed erroneamente il “riscatto” l’“orgoglio” generico e vetero nazionalista, o peggio ancora la “competitività internazionale”.
Si tratta di definire e condividere con semplicità, chiarezza e decisione, un rilancio ideale in cui le caratteristiche storiche positive dell’Italia siano riattivate e rigenerate in funzione di una dinamica co-operativa europea e soprattutto mondiale: altro che competitività per “vincere” (chi e contro chi, la Cina con un miliardo e mezzo di persone o l’India con un altro miliardo o il Brasile?!) ma creatività e capacità di proporre e di guidare processi nuovi mettendo a disposizione di altri popoli le nostre potenzialità non per solidarietà ma per procedere assieme e meglio in un mondo che ha bisogno di collaborazione e cooperazione e non certo di gare, conflitti o guerre.

Proviamo a elencare i principali mali di questo Paese e proviamo a verificare quali siano le responsabilità della politica.
I problemi principali che individuo nel libro sono sicuramente almeno tre: il tasso di illegalità diffusa ovunque, il tasso di infiltrazione strutturale economica delle criminalità organizzate, il tasso di ignoranza e incultura della popolazione italiana in tutto il Paese. Purtroppo nella sequenza storica degli ultimi cento anni, dal regime fascista al dominio democristiano alla fase consociativa di centro e sinistra all’ultima fase di dominio di centro destra anomalo guidato da Berlusconi, con alcuni e pochi anni di governi di “sinistra-centro”, i dirigenti politici italiani, principalmente uomini e principalmente poco moderni e progressisti, hanno permesso volutamente o meno che quelle tre grandi e gravi negatività nazionali si espandessero e rendessero l’Italia quello che è ridotta oggi. Ma non solo i dirigenti politici sono responsabili, anche il resto della classe dirigente nazionale in ogni settore, pochi esclusi.

Quali sono, in conclusione, le speranze per quest’Italia? Sapremo finalmente essere migliori o continueremo a scivolare verso il basso?
Credo che l’unica speranza per l’Italia sia proprio il suo rapporto stretto e inevitabile con l’Europa e il resto del mondo: da soli, chiudendoci autarchicamente nelle nostre frontiere culturali, sociali ed economiche finiremmo per morire di asfissia. Il confronto, lo scambio, l’apertura, la collaborazione, la cooperazione, la mescolanza con altri popoli e Paesi europei e non, potranno arricchirci e cambiarci in meglio come è già avvenuto in periodi storici precedenti.

E se gli italiani si accontentassero, in definitiva, davvero di poco, ad esempio della certezza della mediocrità?
Vivremmo purtroppo quelle sindromi cellulari negative e drammatiche che avvenivano nelle micro comunità isolate in cui ci si sposava fra parenti e i corpi e i cervelli si ammalavano progressivamente fino all’auto consunzione.