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mercoledì 10 aprile 2013

"La scuola diversa" di Daniela Tazzioli

È una bella sfida quella alla quale si è sottoposta – e ci sottopone in qualità di cittadini italiani – Daniela Tazzioli nel suo nuovo lavoro, “La scuola diversa” (Infinito edizioni, 2013, pagg. 168, € 12,00), dal sottotitolo decisamente curioso e stuzzicante: “Manuale di sopravvivenza (in classe e fuori) fra Italia e Svizzera”. Una sfida non romanzesca ma strettamente legata alla realtà, alla testimonianza in presa diretta dalle cattedre italiane e da quelle svizzere, dietro le quali l’autrice ha lavorato e continua a insegnare, con slancio e responsabilità. Lo stile de “La scuola diversa” è quello pungente e pulito di “Puro amore”, della stessa autrice. Ma se quest’ultimo è un libro “catalogabile” (brutta parola, scrivendo di letteratura) come narrativa, per quanto autobiografica, “La scuola diversa” è invece quasi un reportage di ottimo livello letterario dalle aule di due Paesi così incredibilmente diversi e, seppur confinanti, del tutto asintotici e dunque destinati a non incontrarsi mai.
È troppo scalcinata, dolorante, maltrattata, dimenticata, impoverita, la scuola italiana, per poter reggere il confronto con quella svizzera, così perfetta, pulita, ultra-dotata sia in tecnologia che in cancelleria, asettica e quasi invulnerabile. Ma quante differenze, quando si entra nel corpo vivo di questi due modelli di scuola. Scopriamo così una sorta di scuola dell’apartheid nella pulita e geometrica Svizzera, in cui a contare non sono i contenuti ma la calligrafia, e in cui la diversità culturale, etnica e di censo dei ragazzi viene punita con confinamenti dei “meno svizzeri” in scuole minori che si trasformano in gironi danteschi del sottosviluppo personale, che avviluppano in stereotipi e in un destino di “inferiorità” dal quale non si sfugge i ragazzi che vi vengono destinati a causa del loro scarso rendimento (presunto, talvolta). Se è questo il modello di scuola a cui mirano determinati partiti politici italiani e leader moderati o sedicenti tali, quale ad esempio il professor Mario Monti – non fu lui, nella campagna elettorale per il voto del 24-25 febbraio 2013, a proporre: “Suole aperte undici mesi l’anno”? Ebbene, in Svizzera (luogo amato dall’ex commissario europeo per le sue vacanze), guarda caso, è così, e mentre i ragazzi di Francia e Italia sguazzano al mare o in piscina, i loro pari svizzeri sbuffano inutilmente in classe – beh allora prepariamoci all’ultimo assalto alla nostra depauperata scuola pubblica italiana. Depauperata, è vero, ma ancora capace di lavorare, grazie a insegnanti a volte eroici, sui contenuti e sulla capacità critica dei ragazzi.
Se vogliamo una scuola che regali ai nostri giovani una bella calligrafia, insomma, quella svizzera è perfetta per raggiungere lo scopo. Se invece – ci suggerisce l’autrice – quel che più conta è formare ragazzi che diventino adulti dotati di spirito critico e di una capacità di pensiero non omologata e non omologabile, allora siamo ancora in tempo a salvare la scuola italiana e a evitare che decada ai livelli di quella svizzera. Perché è vero che nelle scuole svizzere ci sono più gessi, più fogli per le fotocopie, banchi e lavagne migliori, bagni impensabili e persino divanetti per far riposare alunni e docenti stressati e tanto altro ancora; ma se andiamo in profondità, se ci lasciamo almeno per un istante alle spalle l’esteriorità e proviamo a valorizzare i contenuti, allora c’è da chiedersi che cosa aspettino i nostri politici a investire finalmente e di nuovo nella scuola pubblica italiana, invece di continuare a distruggere non un gioiello, per carità, ma qualcosa che potrebbe e dovrebbe avere comunque un futuro.
Qualcuno lo dica ai nostri politici. Intanto il consiglio è di leggere e rileggere il libro di Daniela Tazzioli, emiliana doc e professoressa per vocazione, che non mancherà di deliziarci stilisticamente e di spingerci alla riflessione attraverso le pagine del suo bel libro. Nell’auspicio che la scuola pubblica italiana diventi sempre più “diversa”, ma finalmente solo nella positività.