Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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venerdì 10 dicembre 2010

Passaporto di servizio: storie di viaggi a Est senza corsie preferenziali

C’è un robusto filo rosso che lega le vicende dei Paesi dell’Europa orientale, balcanica e mediterranea raccontate da Paolo Bergamaschi – consigliere presso la commissione Esteri del Parlamento europeo, musicista, veterinario, viaggiatore – nel suo PASSAPORTO DI SERVIZIO (Infinito edizioni). Un filo rosso che ci permette di conoscere cibo, cultura, costumi, musica, problematiche, sogni dei cittadini di Paesi e luoghi ai confini con l’Unione europea di cui troppo spesso di parla colpevolmente poco, come Macedonia, Kosovo, Cipro Nord, Moldova, Bielorussia, Kazakistan…
Bergamaschi ci racconta qui di questo filo rosso e ci spiega perché, nonostante da anni possa richiedere un passaporto di servizio e viaggiare usando corsie preferenziali, da sempre preferisca e prediliga subire il fastidio delle file e delle dogane cui sono sottoposti tutti i comuni mortali, invece di sorpassare a destra senza mettere la freccia…

Paolo, cominciamo dal titolo di questo ottimo libro: molti lettori ignorano persino l’esistenza del cosiddetto “passaporto di servizio”. Vogliamo spiegare loro di che cosa si tratta e a che cosa serve?
Il passaporto di servizio è un documento di riconoscimento che alcuni Paesi od organismi internazionali rilasciano al personale dei ministeri per agevolare i controlli di frontiera ed evitare le trafile burocratiche del visto e le lungaggini dei controlli doganali. Non ha il valore di un passaporto diplomatico, che viene concesso solo ad ambasciatori e personale di ambasciata e non è riconosciuto da tutti i Paesi terzi. Il parlamento europeo lo rilascia anche ai parlamentari che ne fanno richiesta.

Tu lavori ormai da molti anni per le istituzioni europee e parte della tua esistenza si sviluppa in viaggio, con i mezzi più disparati e in luoghi non di rado difficili da raggiungere. Fai uso di un passaporto di servizio oppure…
Confesso di essere stato più volte tentato di richiedere al ministero degli Esteri italiano un passaporto di servizio. Le prime volte guardavo con invidia i colleghi che potevano sfoggiarne uno. Poi mi sono reso conto che non ne valeva la pena perché anche nelle lunghe file dei controlli di frontiera e nei tempi di attesa si colgono aspetti importanti che ti aiutano a conoscere il Paese che ti appresti a visitare. I miei colleghi sono spesso vittime della sindrome del “mordi e fuggi”, che consiste nello scendere dall’aereo, correre nell’hotel a cinque stelle per deporre i bagagli, partecipare alle riunioni previste e alle cene protocollari, per poi ritornare subito in aeroporto e riprendere il primo aereo disponibile in business class. Cerco, per quanto possibile, di dare alle mie missioni un tempo e uno stile diverso, che mi permettano di condividere e apprezzare le cose che sfuggono negli ambienti piatti e asettici delle istituzioni nazionali e internazionali.

Veniamo al tuo libro. Nelle cui pagine racconti le tue esperienze di lavoro e di viaggio in parecchi Stati dell’Europa orientale e di quella che oggi è l’area post-sovietica. Da cosa nasce l’idea di un libro e quali sono i messaggi alla base del tuo lavoro editoriale?
Penso di essere una persona fortunata e per certi versi privilegiata. Viaggiare è sempre stata la mia passione e viaggiare è diventato il mio lavoro, per di più in condizioni invidiabili. Ho cercato di combinare nei miei racconti di viaggio gli aspetti professionali con quelli culturali. La politica estera è materia spesso noiosa e per certi versi incomprensibile ai non addetti ai lavori. Con questo libro mi sono sforzato di rendere comprensibili a tutti le dinamiche che stanno alla base delle relazioni internazionali e in particolare le politiche dell’Unione europea. Ho pensato, poi, di porre l’attenzione sui Paesi che, pur trovandosi nel vecchio continente, non fanno ancora parte o non faranno mai parte del processo di integrazione europeo perché con loro, più che con altri, siamo chiamati a condividere il nostro futuro.

Chiariamo – forse è meglio – che il tuo non è affatto un libro noioso, di quelli che parlano di politica e si slanciano in formule alchemico-istituzionali ai più incomprensibili. È, il tuo, un libro che palpita di vita. Scrivi, ad esempio, e racconti molto bene, della nascita delle nuove dogane tra i Paesi di quella che era la Jugoslavia e del senso di frustrazione che stanno vivendo da quasi due decenni milioni di persone che, improvvisamente, da jugoslave sono diventate montenegrine, serbe, bosniache, macedoni… Ma non racconti tutto questo standotene comodamente seduto in aereo bensì viaggiando come i cittadini di quei Paesi, sui loro stessi mezzi, affrontando le stesse code, sfidando le medesime difficoltà…
Anche quella del viaggiatore può essere una scelta di vita che si trasforma in condizione esistenziale. Sono ormai quasi vent’anni che viaggio regolarmente nei Balcani. I cambiamenti e gli sconvolgimenti che sono accaduti in questa regione hanno avuto un impatto devastante che si è ripercosso anche nei Paesi dell’Europa occidentale. Futuro comune, futuro diviso o futuro condiviso sono questioni aperte di cui i cittadini europei non sempre sono protagonisti consapevoli anche se si affrontano quotidianamente.

Poi racconti anche di questioni solo apparentemente marginali, ma che in realtà non lo sono affatto. Penso ai funghi ucraini e bielorussi… La scelta tra mangiarli e non mangiarli è tutt’altro che marginale, visti gli effetti di Cernobyl…
Fa comunque parte del bagaglio del viaggiatore informarsi prima di partire e la conoscenza non può limitarsi ad aspetti istituzionali. Nei ristoranti e nei bar degli hotel a cinque stelle offrono ovunque gli stessi menù. Rifuggo la standardizzazione internazionale. Dal basso le cose hanno un aspetto diverso rispetto a quando sono viste dall’alto.

Poi, ancora, parli di cibo locale, di piatti a volte poveri, che non trovano posto sui banchetti che contano, ma il cui sapore sa forse avvicinarti ulteriormente alle persone che ti accingi a conoscere.
Non potendo spesso parlare la lingua locale sono costretto ad adottare altri modi per conoscere meglio la cultura del posto e il cibo è uno di questi. Cerco, inoltre, di evitare le cene ufficiali soffocate dal protocollo e da vicini istituzionali estranei al concetto di convivialità. La vita è altrove; si tratta di trovare le occasioni giuste per coglierla.

La questione greco-macedone è un’altra di quelle vicende di cui nessuno parla, ma che in Europa ha e avrà un peso notevole. Ce la vuoi delineare ad ampi tratti?
C’è un Paese, la Macedonia, dove i cittadini non possono chiamarsi come vogliono perché il vicino ingombrante, la Grecia, reputa che si tratti di un furto di identità. Sembrano cose di un altro mondo o di altre epoche storiche ma purtroppo sono cose che avvengono oggi in un continente che si vanta di essere la patria del diritto e delle libertà fondamentali. La Macedonia, chiamata con l’assurdo acronimo di Fyrom, continua a bussare alle porte dell’Unione europea, che si nega a causa del veto imposto da Atene. Non tutte le colpe, però, sono solo da una parte perché il governo di Skopje, a sua volta, è oggi in mano alla componente più oltranzista del Paese, che ha legato la sua sopravvivenza allo scontro nazional-identitario con la Grecia. Bruxelles assiste impotente sperando che la questione si smorzi nel tempo ma ormai sono vent’anni che dura. Negli ambienti diplomatici si dice che i negoziati sono ben avviati ma sono proprio gli ultimi metri quelli più difficili da percorrere. Ho imparato che nei Balcani anche le cose semplici si complicano. La società civile potrebbe mobilitarsi e giocare un ruolo più efficace ma anche questa è vittima del vortice nazionalista trasformato in ideologia totalizzante.

Poi – e a questo dedichi un intero capitolo – c’è l’affaire cipriota. Con il capitolo dedicato a Cipro Nord ti sposti nel Mediterraneo, lasciando per un istante la rotta orientale, ma racconti questioni da molti ignorate, nel nostro Paese. E descrivi un luogo dalle mille meraviglie turistiche, ma dall’accesso complicatissimo…
La parte settentrionale dell’isola, quella occupata dall’esercito turco nel 1974, è tagliata fuori da tutte le rotte. Formalmente fa parte dell’Unione europea ma qui il diritto comunitario è congelato perché si è insediata la Repubblica di Cipro Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. Anche a Cipro l’Unione europea assiste impotente agli sviluppi dopo l’ingresso nelle Ue nel 2004 della Repubblica di Cipro che, di fatto, rappresenta solo la parte greco-cipriota e frappone ostacoli a coloro che vogliono allentare la pressione sulla parte nord. Il processo di pace, intanto, non avanza e la comunità turco-cipriota rimane vittima delle incomprensioni fra Bruxelles e Ankara.

Un uomo che viaggia quanto te come fa a non “abituarsi” a questa dimensione e a farsi ogni volta affascinare da quel che trova o scopre laddove si reca, tanto che si tratti di una prima volta che di un ritorno?
Più che di un atteggiamento da “prima volta tutte le volte che ritorno” è un atteggiamento da “dove ero rimasto”. La visita successiva per me è la continuazione della precedente. C’è un unico filo che lega tutti i miei viaggi e cerco di non perderlo. Negli stessi luoghi ci sono volti famigliari che mi aspettano con cose nuove da raccontare e situazioni diverse da vivere.

Poi c’è una dimensione dello scrittore e funzionario europeo Bergamaschi che probabilmente ti aiuta a non perdere la dimensione del rapporto umano, nei luoghi in cui vieni inviato in missione. Penso alla musica…
Ogni viaggio ha la sua colonna sonora. Tutta la nostra vita ha una colonna sonora. La musica richiama alla memoria certi momenti e certe situazioni che si riflettono anche nelle mie canzoni. Dovunque io vado acquisto cd di musica locale, sia essa etnica, folk, rock, rap, metal, progressive, cantautoriale, tradizionale, che poi ascolto in auto quando faccio la spola ogni mese fra Strasburgo e l’Italia. Anche questo libro ha una sua colonna sonora che andrà in onda nell’ambito della trasmissione Demo, su Radio Rai 1. Con l’aiuto di Michael Pergolani, l’antesignano dei dj italiani, curo una finestra chiamata “musica dell’altro mondo”, dove si potrà ascoltare musica della Bielorussia, dell’Ucraina, della Macedonia, del Kosovo, eccetera, musica che non ha nulla da invidiare a quella che ci viene propinata quotidianamente nei circuiti radiofonici più popolari.

Quanto continuerai ancora a viaggiare?
Di certo fin tanto che lavorerò in Commissione Esteri anche se non è mia intenzione fermarmi in seguito. Come ho detto quella del viaggiatore è ormai divenuta una condizione esistenziale.

E poi?
Perché non ritornare a fare il veterinario, la mia vera professione?