Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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martedì 30 novembre 2010

In Rwanda, dove l’uomo è sceso all’inferno e risalito forse peggiore di prima

RWANDA. ISTRUZIONI PER UN GENOCIDIO è uno dei libri più amati dai lettori italiani (e non solo) interessati alle dinamiche politiche e sociali africane. Già pubblicato in passato con lo stesso titolo, presto esaurito nelle librerie, il volume è stato ripubblicato, con lo stesso titolo, dalla casa editrice Infinito edizioni perché sempre estremamente attenta alle tematiche legate ai diritti civili e ai diritti umani, e alle loro violazioni.
Il libro è scritto da Daniele Scaglione, uno dei principali esperti non solo italiani di Rwanda e di diritti umani, già in passato presidente della sezione italiana di Amnesty International e oggi responsabile per la comunicazione di ActionAid.
Con Scaglione abbiamo parlato del libro, di Rwanda, di diritti umani, di informazione, di giustizia…


Daniele, quando e come ti sei avvicinato per la prima volta al Rwanda?
È stato nel giugno del 2000, quando ho letto del ritrovamento, in pessime condizioni, del generale Romeo Dallaire in un parco di una piccola città canadese. Era il capo dei caschi blu mandati in Rwanda per mantenere la pace, ma che invece assistettero al genocidio. La sua psiche era molto disturbata, e infatti quel giorno lui era finito su una panchina del parco perché aveva mescolato del whisky alle tante medicine che doveva prendere, come parte della sua terapia. La sua vicenda personale ha costituito per me l’aggancio: ho cercato di saperne di più e ho scoperto una storia che meritava di essere raccontata.

Qual è la risposta del pubblico italiano a un argomento duro, arduo come il Rwanda e quali sono le domande più ricorrenti che ti vengono poste?
La reazione più ricorrente è quella di curiosità. Quel genocidio è stato raccontato come un massacro etnico, come il frutto di un odio tribale. Ma quando le persone sentono che invece è stato un eccidio premeditato, ben organizzato, con gravi responsabilità dei governi tanti Paesi occidentali e di importanti dirigenti dell’Onu, restano sorprese, vogliono saperne di più. Le persone interessate a questa vicenda, certo, non sono molte. Però dipende anche da come la raccontiamo: sulla base di quello che ho scritto è stato realizzato un monologo teatrale, che ha girato per l’Italia e ha destato interesse.

Secondo te, durante il genocidio della primavera del 1994 e negli anni a seguire, fino a oggi, la stampa italiana come ha seguito la questione rwandese e come ci ha informato?
In generale male, i giornalisti che hanno fatto un buon lavoro sono pochi, di testate che hanno seguito in modo regolare e chiaro la vicenda non ve ne sono. E se l’interesse è stato scarso ai tempi del genocidio, figuriamoci dopo.

Perché?
Non saprei dire perché ma una cosa è certa: il mondo dell’informazione non si è accorto che quello che è accaduto e che sta accadendo in Rwanda è qualcosa di straordinario, e non soltanto per l’enormità della violenza che vi si è registrata nel 1994, ma anche per quello che è accaduto dopo. Penso al tema della giustizia: praticamente nessun giornale si è accorto che al tribunale internazionale di Arusha s’è fatta la storia. La prima condanna per crimine di genocidio, la prima condanna di un capo di governo, la prima condanna per stupro come arma di genocidio… mi è capitato di leggere alcuni articoli che assegnavano alcuni di questi “primati” al tribunale per la ex Jugoslavia, mentre invece, seppure per pochi mesi, ha “vinto” il Rwanda, ma questo lo dico solo per evidenziare la distrazione dei media. Il Rwanda è arrivato prima di tutti nell’avere un parlamento a maggioranza femminile, ma quanto si è parlato di questo? Al più in qualche trafiletto o in articoli di costume. Insomma, il mondo dell’informazione non si rende conto che, nel bene e nel male, il piccolo Paese africano sembra essere più avanti degli altri, nella storia.

Entrare in contatto con una vicenda come quella del genocidio rwandese comporta delle implicazioni emotive personali enormi. Come riesce, in questi casi, lo scrittore Scaglione a mantenere l’imparzialità e il giusto distacco? Ma poi ha senso parlare di “distacco”, in questi casi?
Chi riesce a mantenere distacco da una storia come quella del genocidio in Rwanda non è un essere umano. Non è possibile, semplicemente. Altro è dire che devi cercare di ricostruire i ruoli e le responsabilità in quello che è accaduto prima, durante e dopo il genocidio. Questo non è facile, certo, ma nemmeno impossibile. Bisogna essere scrupolosi, cercare fonti e conferme su tutto quello che si vuole dire o scrivere. Ma si può fare, su quella storia è stato scritto tanto, ci sono tante testimonianze, documenti, riflessioni. Ci sono organismi seri e autorevoli che monitorano oggi la situazione nel Paese e ai suoi confini. Basta avere la pazienza di andare a vedere cosa scrivono e dicono.

Nel lungo lavoro che ha portato alla genesi di questo libro hai avuto modo di incontrare uno dei protagonisti e, al contempo, delle “vittime” del genocidio. Mi riferisco al generale canadese Romeo Dallaire, nel 1994 a capo dei caschi blu delle Nazioni Unite in Rwanda. Puoi raccontare la parabola umana di Dallaire e la tragedia che un uomo si trova ad affrontare quando si rende conto che il mondo intero, come fu nel caso del Rwanda, non è interessato a prevenire prima, a fermare poi, un genocidio di innocenti?
Dallaire è un figlio della seconda guerra mondiale. Suo padre e suo zio erano due militari canadesi che hanno partecipato allo sbarco in Normandia, tant’è che lui è nato in Olanda e sua madre era un’infermiera olandese. Evitare il ripetersi di una catastrofe come quella della seconda guerra mondiale è stato l’imperativo che ha guidato tutta la sua vita. La sua scelta è stata quella di fare il militare al “servizio della pace”, e dunque ha cercato di entrare nei caschi blu dell’Onu. Così, nel 1993 ha avuto quella che ha definito l’opportunità della sua vita: guidare una missione di pace voluta dalle Nazioni Unite. Arrivato in Rwanda, si è subito reso conto della difficoltà del suo compito. Non si trattava, come gli era stato detto, di guidare una tranquilla transizione verso la pace, ma di evitare un massacro. Pur mettendocela tutta, non c’è riuscito, e questo ha causato il suo tracollo psichico. Per quanto ci provasse, una volta tornato a casa non riusciva a lasciarsi la storia del Rwanda alle spalle. Così, benché fosse poco più che cinquantenne e fosse già un generale a quattro stelle, nel 2000 lasciò l’esercito. Fu in questo momento che toccò il punto più basso, ma fu anche quello in cui cominciò a risalire, affidandosi a cure mediche adeguate che gli hanno consentito di tornare a essere un uomo impegnato in politica – è diventato senatore canadese – e attivissimo nell’impegno per la pace, come divulgatore, conferenziere, consulente.

Che cosa è il Rwanda oggi e come ha potuto almeno in parte risollevarsi dal peso di 800.000 morti?
Il Rwanda è un Paese completamente rinato. Il genocidio lo ha letteralmente devastato, sotto ogni punto di vista: politico, sociale, economico. Oggi il Paese è uno di quelli, tra i cosiddetti in via di sviluppo, che meglio concretizzano il raggiungimento degli obiettivi del millennio, quelli che l’Onu ha definito nel 2000 come risultati irrinunciabili per combattere la povertà. Il Rwanda è uno dei Paesi più avanzati per come concretizza il ruolo delle donne, ed è il primo nella storia dell’umanità ad avere un parlamento a maggioranza femminile. C’è però anche un aspetto negativo, in tutto questo, ed è quello del rispetto dei diritti civili e politici, in particolare della libertà d’espressione. Chi oggi governa il Rwanda, vale a dire Paul Kagame e il suo partito, il Fronte patriottico rwandese, è chi ha fermato il genocidio sconfiggendo gli estremisti che l’avevano pianificato e lo stavano eseguendo. Ma oggi è responsabile, come denunciato da Amnesty International e Human Rights Watch, vale a dire importanti e autorevoli organizzazioni per i diritti umani, di gravi violazioni delle libertà di partecipazione politica, di stampa. È inoltre responsabile, insieme a molti altri – sia Paesi confinanti, sia multinazionali che approfittano della situazione – delle violenze che devastano la vicina regione orientale della Repubblica democratica del Congo. Il Rwanda deve affrontare seriamente queste situazioni.

In quanti rimangono – e in quali condizioni – in carcere per i crimini commessi e come procede il lavoro della giustizia?
La giustizia si è sviluppata lungo due filoni indipendenti. Uno è quello del tribunale internazionale di Arusha, dove sotto processo sono finiti una decina di ministri del governo estremista, a partire dal capo Kambanda, e sindaci, giornalisti, imprenditori, religiosi, esponenti del clan Akazu. Vi è finito l'uomo più potente e responsabile del genocidio, il colonnello Bagosora. Complessivamente non si arriva a cento, ma i condannati sono davvero personaggi di primo piano. Nessun tribunale internazionale ha mai raggiunto risultati tanto eclatanti. Poi c’è la giustizia nazionale, quella che, in un modo senza precedenti, è stata amministrata dal popolo, con i “macaca”, i “prati” dove tradizionalmente i villaggi si riunivano per risolvere le controversie. Questi tribunali hanno consentito di far uscire dal carcere la maggior parte delle oltre centomila persone che erano ancora detenute quasi dieci anni dopo il genocidio. Eppure, le carceri rwandesi all’ottobre 2009 detenevano oltre 62.000 persone, un sovraffollamento spaventoso.

In definitiva secondo te, alla fine – e chissà quando arriverà questa fine e chi sarà a stabilire che è arrivato il momento – le vittime e i loro familiari avranno veramente giustizia o anche il processo di Arusha finirà come quello dell’Aja ai danni dei carnefici della coeva guerra nella ex Jugoslavia, ovvero con un doloroso nulla di fatto dalle chiare implicazioni politiche?
Non temo il nulla di fatto. Delle cose sono successe e stanno ancora succedendo, responsabili di gravi crimini ricevono punizioni severe, anche all’ergastolo. Ma un conto è prendere atto che la giustizia sta procedendo, a livello internazionale e nazionale, altro è valutare se la giustizia sta effettivamente contribuendo a superare le divisioni nel Paese, a ridare serenità ai famigliari delle vittime. La risposta non è affatto semplice. Il tribunale internazionale di Arusha, che pure ha ottenuto gli straordinari risultati richiamati, è visto come qualcosa di lontano, dai rwandesi. E i “gacaca” sono visti con sospetto da tutti: dalle vittime, che hanno visto molti loro carnefici tornare liberi (e molti testimoni sono stati uccisi, per impedire che andassero ai “gacaca” a raccontare quello che sapevano); dalle organizzazioni per i diritti umani che ritengono non vengano rispettati gli standard internazionali… Ma io penso che siano un modo straordinario, unico, per consentire al Paese di fare i conti con il suo terribile passato. Il Rwanda poteva scegliere di lasciare marcire in carcere oltre centomila persone: chi riusciva ad avere un processo bene, gli altri, pazienza. Oppure poteva optare per un’amnistia collettiva: chi ha avuto ha avuto, guardare avanti e scordarsi il passato. Ha scelto invece una terza via, realizzando un precedente assoluto nella storia dell’umanità.

Daniele, in conclusione: tempo fa parlavamo del perché ci sono persone che si interessano di temi come il genocidio in Rwanda, in un mondo come quello attuale che sembra “settato” soprattutto sul disimpegno e sull’egoismo. Ecco: perché un uomo impegnato come te investe anni della sua vita a raccontare del Rwanda, a scriverne? Quale senso scorgi in tutto questo?
Perché il Rwanda parla di noi, della nostra storia recente, del nostro quotidiano. Quella del Rwanda è una vicenda che ci chiama in causa, perché noi europei abbiamo diviso hutu e tutsi, noi occidentali abbiamo venduto le armi a questo Paese, noi italiani abbiamo mandato i nostri soldati migliori in missione a salvare i bianchi e lasciare morire i neri. Noi abbiamo dichiarato “mai più” dopo il genocidio della seconda guerra mondiale, e noi ci siamo voltati dall’altra parte quando il genocidio è accaduto di nuovo. Noi abbiamo costruito una società in cui nessuno si deve sentire responsabile di niente, nemmeno delle peggiori tragedie, e questa è una cosa pericolosissima: se non l’affrontiamo, siamo destinati a vivere nell’insicurezza assoluta.

Quindi continuerai a occuparti di Rwanda?
Quella del Rwanda è una storia incredibile e incredibilmente sconosciuta, ma una volta che la si è lasciata arrivare a noi, non si può più mandarla via, e si sente una grande voglia di raccontarla. Cercherò quindi di continuare a imparare tutte le lezioni che arrivano da questa storia e, per quanto ne sarò capace, cercherò di coinvolgere il più ampio numero di persone.