Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 24 novembre 2010

A Cadillac, tra “pazzi” inumati in cimiteri fantasma, sindaci amici dell’asfalto e psichiatri d’assalto

Aquitania. Cadillac sur Garonne. Un paese di poco più di duemila anime ospita dagli inizi del Novecento un cimitero in cui riposano quattromila “alienati”, malati di mente, quasi tutti senza identità. La storia del cimitero si intreccia con quelle dell’adiacente ospedale psichiatrico e del castello-prigione e con il triste destino della giovane Marguerite B. e di Osvaldo, fuggito con la famiglia dall’Italia che diventava fascista. Poi, durante la seconda guerra mondiale, quasi 45.000 internati morirono in tutta la Francia sotto il governo filo-nazista di Vichy…
Per la prima volta un libro – IL CIMITERO DEI PAZZI – racconta i misteri del “cimitero dei pazzi”, diventato oggi monumento nazionale francese. Attraverso le sue croci è possibile ricostruire la storia dell’Europa e dei movimenti delle popolazioni del XX secolo.
Ne abbiamo parlato con Francesco Zarzana, autore di quest’ottimo volume.

Francesco, “Il cimitero dei pazzi” nasce casualmente, come succede spesso alle cose belle e a quelle importanti. E il riferimento al tuo libro non è affatto casuale. Puoi raccontare ai lettori la genesi del libro e che cosa ha fatto scattare in te la molla della curiosità?
Mi trovavo a Parigi perché andava in scena uno spettacolo sui diritti umani da me scritto e in una pausa, mentre leggevo Le Monde, sono rimasto colpito da un articolo riferito a Cadillac, piccolo paese dell’Aquitania, che raccontava di uno strano cimitero con quattromila anime sepolte, tutti malati di mente senza identità. Scoprii, leggendo, che il sindaco locale avrebbe voluto abbattere il cimitero per farne un parcheggio. E di come un piccolo gruppo di cittadini, capeggiati dal noto psichiatra Michel Bénézech, stava intraprendendo una battaglia per difendere questo luogo e la sua memoria. Cercai immediatamente di entrare in contatto con lo studioso, che mi accolse subito, con questo gruppo di cittadini. Da qui è cominciata un’avventura indimenticabile.

Quale è stato il primo impatto con Cadillac, l’ex castello-prigione, il manicomio, il cimitero…?
La cittadina è bellissima, piena di storia, un’antica bastide medievale che può turisticamente raccontare tanto. Il primo impatto che ho avuto è stato di grande suggestione e ho ricevuto un’accoglienza straordinaria. Il paese nei giorni in cui sono stato a Cadillac si è animato e tutti mi hanno messo nelle condizioni di svolgere le mie ricerche con scrupolo e attenzione. La visita al castello-prigione, al manicomio e al cimitero mi hanno permesso di elaborare tutto il mio progetto, che ho scritto in un batter d’occhio. Andare a Cadillac mi ha aperto mille orizzonti e ha definitivamente chiarito il progetto che avevo in mente.

A Cadillac hai conosciuto il professor Bénézech, il luminare della psichiatria transalpina che ha avuto il merito di denunciare l’esistenza di un cimitero dimenticato con almeno quattromila “pazzi” inumati al suo interno…
Il professor Bénézech è stato fondamentale per la stesura del libro e ho apprezzato la sua voglia di lottare per riuscire a identificare più persone possibili tra gli inumati del cimitero. Sta facendo un lavoro incredibile. Sono quasi 900 i defunti cui fino a oggi ha ridato un nome. Il lavoro è però lungo e molto complesso, ma la sua caparbietà e l’aiuto dell’associazione degli “Amici del cimitero dei dimenticati” gli permetterà di portare a termine la sua missione. Bénézech ha denunciato lo stato di abbandono e di incuria di un luogo che, oltre a raccogliere i resti di oltre quattromila dimenticati, racconta i movimenti delle popolazioni tra le due guerre mondiali.

Proviamo, magari attraverso qualche profilo, a raccontare chi erano questi “pazzi” e perché venivano, nel corso dei secoli, internati a Cadillac.
Ho raccolto molte testimonianze e ne ho riportate alcune nel libro. Ho scoperto che nel cimitero ci sono sepolti anche molti italiani, come ad esempio Osvaldo, un veneto che fuggì con la famiglia dall’Italia che stava diventando fascista. Le miserie della guerra hanno portato il povero Osvaldo alla follia. Oggi è sepolto nel cimitero, ma nessuno conosce l’esatta collocazione del suo tumulo, come del resto per quasi tutte le persone sepolte. Ma ho raccolto anche molte storie di internati abbandonati dalle loro famiglie per la vergogna di avere un figlio magari un po’ bizzarro e bisognoso di cure. Dimenticare l’infelice parente in manicomio voleva dire per la famiglia sentirsi sollevata dal peso dell’assistenza e, col tempo, cancellare per sempre anche il ricordo dell’infelice.

Poi in Francia sono arrivati i nazisti, c’è stata l’occupazione, la nascita dello Stato fantoccio di Vichy con a capo il vecchio, arrendevole e simpatizzante maresciallo Pétain. E Cadillac, come altre città francesi in cui esistevano strutture manicomiali, ha conosciuto il cosiddetto “sterminio dolce”…
I dati che ho riscontrato mi hanno lasciato senza fiato. Nella sola Cadillac morirono oltre mille persone dal 1941 al 1945 e non si trovano più i registri del 1939 e del ’1940, mentre nello spetto periodo in tutta la Francia perirono oltre 45.000 internati nei manicomi. La domanda che mi sono posto è: la morte di un così alto numero di malati psichiatrici non può essere paragonata alla politica di sterminio messa in atto dai nazisti ai danni dei minorati psichiatrici, sebbene realizzata con più discrezione?

La Francia come ha affrontato queste gravi responsabilità? Ha fatto ammenda e ammesso gli errori (e gli orrori), oppure ha fatto finta di nulla e ha insabbiato, un po’ all’italiana…?
Ho notato molta ritrosia in Francia a parlare dell’argomento e prevale la tesi della carestia causata dalla guerra, della mancanza degli approvvigionamenti alimentari e dell’occupazione nazista. Come ha sottolineato lo storico Angelo Lallo nelle conclusioni de “Il cimitero dei pazzi”, questo libro denuncia un buco nero storiografico che non può fermare la richiesta di approfondimento critico e di ricerca della verità. Bisogna capire se la psichiatria francese, come quella tedesca, sia stata connivente con il regime tedesco o se sia stato semplicemente un tragico caso che ha colpito la sfortunata popolazione dei manicomi sottoposta alle tragedie della guerra.

Secondo te, in conclusione, perché vale la pena investire il proprio tempo, la propria vita, nel raccontare episodi dimenticati e rimossi come quello del cimitero dei pazzi di Cadillac?
A Cadillac ho ascoltato la storia di una giovane, Marguerite, che si è tolta la vita a pochi giorni dalla sua uscita dal castello-prigione dove venivano recluse le ragazze per essere rieducate. Dedico il libro proprio a questa giovane sfortunata. La sua è una storia drammatica e bellissima allo stesso tempo, che mi ha molto colpito emotivamente. La visita al cimitero poi mi ha fatto mettere subito al lavoro per impegnarmi a dare dignità a persone dimenticate da tutti. Spero di aver dato il mio piccolo contributo, cosa alla quale tengo enormemente.

Che significato ha, allora, la testimonianza per l’umanità? È materiale stantio oppure una base di conoscenza per comprendere i nostri orrori del passato e impegnarci a non commetterne più?
Il mio libro non è un semplice esercizio letterario. Le testimonianze raccolte, le storie ascoltate da chi ha vissuto direttamente quei fatti, sono un tesoro prezioso che va divulgato. Le piccole storie possono diventare le grandi storie e io cerco di fornire strumenti di indagine. Poi per fortuna ci sono anche editori, come la Infinito edizioni, che ti lasciano la libertà di scrivere e approfondire. E di questi tempi sono casi molto rari.

In conclusione, quel parcheggio a Cadillac serviva e servirebbe veramente…?
Il piccolo villaggio di Cadillac non ha problemi di traffico o parcheggio. Il sindaco non può più fare nessun parcheggio perché c’è un iter che sta rendendo le mura del cimitero monumento nazionale. È quindi è intoccabile. Per una volta hanno vinto i cittadini, lottando con tutti i mezzi che la democrazia riconosce. Ma questa lotta, aggiungo, è stata intrapresa per la grande pietà verso quelle povere persone sepolte, che avrebbero subito l’ennesima beffa dalla sorte.