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martedì 15 novembre 2011

Crash! Bang! Gulp! Oggi parliamo di cartoni animati con uno scrittore grande che si ostina a non voler diventare adulto


Inutile fare tanto i seri. Come poter dimenticare le migliaia di ore della nostra vita passate – sia da bambini che da adulti – a guardare cartoni animati? E come dimenticare l’espressione di meraviglia dei nostri figli o nipoti per la prima volta alle prese con un personaggio dei cartoon trasmesso in tv?
Ecco, “Il cinema di cartone (animato)”, splendida prova saggistica di Roberto Ormanni – un uomo di un metro e novanta, con formazione giuridica e diverse direzioni di giornali all’attivo, che non ha mai smesso di guardare (e di ammettere di farlo) i cartoni animati – è uno splendido lavoro capace non solo di far ricordare a ciascuno di noi le passioni e i sentimenti di quando eravamo bambini ma anche – con tono soffice e rara competenza nel settore – di spiegare quali logiche, quali scelte, quali investimenti, quali errori vi siano stati e vi siano nei più noti cartoni animati della storia del cinema e della tv.
Il primo cartone animato, del 1906, porta la firma del fumettista Winsor McCay, che realizzò i quattro minuti della dinosaura Gertie. All'origine del cartoon però c'è un brevetto, registrato a Parigi: il Praxinoscope. L'inventore era Charles Émile Reynaud, l'anno il 1877. Ma 14.000 anni prima, nelle grotte di Altamira, in Spagna, un nostro antenato aveva disegnato sulla roccia 25 scene in successione per ricostruire il movimento di una mandria di bisonti!
Steamboat Willie, in italiano Willie del vapore (novembre 1928), è il primo cartoon famoso (e sonoro) della storia e segna il debutto di Topolino. Da allora i cartoon hanno fatto progressi da gigante.
Da Topolino e Paperino a Braccobaldo, Biancaneve, Betty Boop, Braccio di Ferro, passando per Wile Coyote e Beep-beep, Tom e Jerry, Mazinga, Goldrake, Candy Candy, i Flintstones, i Simpson, fino ai Puffi, l’Era Glaciale, Shrek, Cattivissimo me, Toy Story e ai webtoon, quello di cui parliamo qui con Ormanni è il libro più completo della storia sulla Storia, i personaggi, i retroscena, i miti e le fortune dell’universo magico dei cartoni animati.

Roberto, la prima domanda che viene spontanea è: come mai un uomo di un metro e novanta ormai entrato negli “anta” ha questa grande – e coltissima – passione per i cartoni animati? Quali le origini di questo amore?
La verità è che non sono mai riuscito a decidere cosa fare da grande. E così, intanto, continuo a guardare cartoni animati e leggere fumetti nell’illusione di fermare il tempo che, come è noto, nei cartoni non passa mai: sono vent’anni che Bart Simpson ha dieci anni e sessanta che Charlie Brown ne ha otto e mezzo. Poi però mi sono accorto che così rischiavo di avere un grande avvenire dietro le spalle, per dirla con Flajano, e allora da quando, nel 1978, ho organizzato la prima mostra internazionale del fumetto e del cinema d’animazione, ho cominciato a mettere insieme una parola dopo l’altra fino a ritrovarmi, oggi, con un libro...

Qual è il cartone animato che, in qualche modo, senti ti abbia un po’ segnato, in positivo o in negativo, come ragazzo e poi come uomo?
A proposito di “segni”, o di rivelazioni, aggiungerei ai cartoni che mi hanno segnato anche le trasmissioni dedicate al cartoon: “Gli Eroi di Cartone”, il programma che nel 1970, per la prima volta, Rai Uno – che allora si chiamava “Programma Nazionale” – mandò in onda con la sigla e la conduzione di Lucio Dalla, resta un pensiero costante tutti i giorni della mia vita! E poi “Gulp”, la prima versione, nel 1972 – per il “Secondo Canale”, in dodici puntate – del programma di Guido De Maria e Giancarlo Governi che ritornò in onda come “SuperGulp” nel 1977: una tappa fondamentale della storia dei cartoni animati in Tv per la quale il grande Bonvi creò l’insuperabile personaggio di Nick Carter. Venendo ai cartoni... positivi, potrei citare titoli della Disney, o della Marvel, o della Warner come Gatto Silvestro e Wile Coyote. Ma in fondo al mio cuore ci sono tre cose: Mister Magoo, l’ungherese Gustavo e la genialità surreale della Linea di Osvaldo Cavandoli che, creato per fare pubblicità alle pentole di Massimo Lagostina, è entrato nella storia passando dal palcoscenico di Carosello. In negativo... non me ne vogliano i fans, che pure ci sono: L’Apemaia!

Nel tuo libro passi in rassegna, con uno stile trascinante, praticamente ogni singolo cartone animato partorito a oggi da mente umana: ma li hai davvero visti tutti o qualcosa te la sei risparmiata?
Se non li avessi visti tutti come avrei fatto a non trovare mai il tempo per decidere cosa fare da grande? Scherzi a parte, la realtà è ancora più tragica: prima li ho visti al cinema o in televisione, e poi anche in cassetta o dvd. Mia figlia è stata costretta a riservare metà dello spazio della sua stanza ai miei dvd. E deve pure rimetterli in ordine dopo averli rivisti...

A che punto è la scuola italiana del cartone animato?
Non dimentichiamo che il primo lungometraggio animato della storia, nel 1916, venne realizzato e prodotto da due italiani. Ma in Argentina. La scuola italiana ha sempre avuto e ha ancora oggi buone idee, un’ottima capacità innovativa e una discreta professionalità. Le idee si scontrano e vengono sopraffatte da un mercato produttivo che si appiattisce sulle mode, la professionalità è spesso mortificata dai budget ristretti che preferiscono rivolgersi agli animatori coreani. Questo accade quando lavora per la televisione. Quando si impegna nel cinema – molto di rado, visto che le produzioni in Italia sono state dodici in settant’anni – talvolta dimentica che il ritmo della narrazione è un ingrediente fondamentale. Morale: le case di produzione di tutto il mondo sono piene di italiani e alla fuga dei cervelli si è aggiunto l’esodo delle matite!

Abbiamo da imparare dagli statunitensi o abbiamo qualcosa da insegnare loro?
A qualcuno degli sceneggiatori un po’ di lezioni private non farebbero male. Per il resto, più che i disegnatori e gli animatori, sono i produttori italiani che dovrebbero imparare qualcosa dagli statunitensi. Anzi, l’ideale sarebbe comprare qualche produttore straniero. In fondo, se lo facciamo con i calciatori per vincere il campionato, perché non farlo anche nel cinema d’animazione per scalare le classifiche?

Parliamo dei giapponesi: hanno segnato – a volte con robaccia, altre con ottime intuizioni, magari disegnate un po’ “così così” – quelli che guardavano pervicacemente la tv negli anni Settanta. Oggi il cartone animato giapponese è in recessione o dà segni di vita?
È decisamente migliorato negli ultimi anni. Gli esempi dei grandi maestri come Myazaki e Tezuka sono poco alla volta riusciti a fare breccia nella melassa della produzione televisiva e il cinema d’animazione giapponese ritorna sempre più spesso nelle sale con buoni film e grande successo.

Tra i nuovi cartoni per il cinema, ho adorato “L’era glaciale” e il mitico scoiattolo Scrat. Che ne pensi dei tre “L’era glaciale” (col quarto in arrivo – su Youtube c’è un’anticipazione strepitosa delle avventure di Scrat!) e, secondo te, è questa la miscela giusta per un cartone animato di successo o dobbiamo aspettarci ulteriori passi in avanti?
Sembrerò un... bastian contrario ma gli ulteriori passi in avanti li giudico indispensabili. Mi spiego: non c’è dubbio che il modello “Era glaciale”, così come il modello “Shrek”, abbiano segnato la scoperta di un nuovo mondo. Fatto di ironia e autoironia, satira sociale e anche politica, ma negli ultimi tempi si tende a essere un po’ autoreferenziali, un po’ troppo compiaciuti, tanto da citare se stessi. E questo non è mai un bene...

Personalmente non sopporto molto “cover” e “remake”, nella musica come nel cinema. Prodotti per il grande pubblico come “Garfield” o i “Puffi” o come il nuovissimo “Tin Tin” di Spielberg quale impressione ti lasciano?
L’impressione che c’è sempre qualcuno che tenta di guadagnare con le idee degli altri o, per dirla diversamente, riscaldando la minestra del giorno prima credendo che sia sufficiente aggiungere un condimento nuovo fatto di effetti speciali, 3D e computer generated imagery. Nonostante la storia insegni che il bel gioco dura poco, non riusciremo mai a liberarci di quelli che ci provano. Il punto è che, grazie al marketing, nel portafoglio resta comunque qualcosa...

Dopo i primi tre minuti de “I Puffi” già non sopportavo più né i protagonisti blu né quelli in carne e ossa. A te che impressione ha fatto questa pellicola?
È come lo show del sabato in prima serata: coreografie scintillanti, musiche da filarmonica, effetti speciali, ospiti d’eccezione e contenuti stiracchiati, come sempre accade quando si prendono personaggi pensati per interpretare storie da dodici minuti e li si piazzano sulla scena per un’ora e venti.

Torniamo al libro. Io l’ho trovato geniale e scritto benissimo, però posso essere considerato di parte. Da autore, trovami tre ottime ragioni per comprarlo e una per non farlo.
Sei certamente di parte! Però se 1) si è curiosi di sapere perché un giorno qualcuno ha pensato di far muovere un disegno; 2) perché questo sogno si è realizzato e invece a Icaro andò molto peggio; 3) come fare ad avere in poco spazio qualcosa che ti permetta di recuperare alcuni dei ricordi più sorridenti della tua vita, allora bisogna comprarlo, questo libro. Mentre un’ottima ragione per non farlo è che lo ha scritto un ex ragazzino che di mestiere non fa il critico cinematografico, che non insegna all’Università e che si è lasciato guidare da emozioni e simpatie.

Continuerai a vedere cartoni animati fino ai cento anni o prima o poi cambierai genere?
A 98 anni mi dedicherò alla lirica. Cominciando da “Magical Mastro”, il cartoon del 1952 dove Bugs Bunny boicotta l’esibizione del tenore che si esibisce al Metropolitan e proponendo alla direzione artistica della Scala di chiudere ogni spettacolo con la scritta: “Questo è tutto, gente!”.

Grazie!