Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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martedì 15 novembre 2011

E Dodik scrisse all'Onu: "Basta con l'Alto Rappresentante in Bosnia"

Nuova estemporanea iniziativa del presidente della Republika Srpska (Rs), una delle due Entità in cui gli Accordi di Dayton del 1995 hanno suddiviso la Bosnia Erzegovina.
Il vulcanico e provocatorio leader del nazionalismo serbo-bosniaco – record mondiale di referendum indipendentistici convocati e poi regolarmente ritirati – questa volta è tornato a cavalcare uno dei suoi vecchi cavalli, o forse sarebbe meglio dire ronzini, di battaglia: la soppressione dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante della comunità internazionale. Il miliardario padrone e signore della Rs ha così scritto di suo pugno una letterina all’Onu, nella quale sostiene che “dopo 16 anni di pace non vi è ormai più alcuna necessità di avere in Bosnia Erzegovina un Alto Rappresentante, che viola i diritti umani e democratici dei cittadini bosniaci, frena lo sviluppo economico, non favorisce l’integrazione nell’Unione europea e mina la costruzione di un consenso interno”.
Questione, evidentemente, di punti di vista, poiché – per quanto l’Ufficio dell’Alto Rappresentante in Bosnia abbia fatto molto meno di quanto avrebbe dovuto e potuto, la sua azione sia stata limitata da farraginosità burocratiche e dalla diplomazia, e non di rado la carica sia stata assegnata a politici di basso spessore internazionale – è proprio grazie alla presenza dell’Alto Rappresentante (oltre che fino a poco tempo fa di contingenti militari prima dell’Onu, poi della Ue, e oggi della polizia europea) se la Bosnia Erzergovina ha fatto qualche piccolo passo avanti sul terreno dello sviluppo, della democrazia e della sicurezza interna. Per Dodik, in effetti, la presenza internazionale in Bosnia è sempre stata una limitazione non dei diritti dei bosniaci, ma dei suoi presunti e infondati diritti di vita e di morte sui serbo-bosniaci. Interpretata in questo modo, la letterina del miliardario all’Onu può essere allora più chiara e non lasciare spazio a fraintendimenti. Su questo campo, si badi bene, Dodik non è isolato, poiché anche il nazionalismo musulmano da tempo aspira alla cacciata dell’Alto Rappresentante, ultimo baluardo per impedire che pochi noti finiscano di mettersi in tasca il Paese, dividendolo tra i loro sostenitori interni e quelli internazionali (nel caso di Dodik, senz’altro la Russia e la onnipresente Francia, in quello dei nazionalisti musulmani, Turchia, Stati Uniti e alcuni Paesi arabi).

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