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martedì 20 marzo 2012

Sullo scippo telefonico della particella olofrastica più bella


Neoliberismo e particelle olofrastiche non hanno grossi punti di contatto. Me ne rendo conto ogni giorno di più, rispondendo al telefono.

Vent’anni fa poteva capitare, per vincere la noia del “pronto?”, di rispondere a volte allo squillo imperioso con un sofisticato “Sì?!?”. Un avverbio pronunciato in modo disteso, allungato nel finale proprio per far comprendere all’interlocutore che – sì – in effetti era il benvenuto e c’era massima disponibilità ad accogliere le sue parole.

Col passare del tempo, e con l’aumento spropositato delle chiamate – oltre che degli strumenti di comunicazione – il “sì?!?” s’è perso e il “pronto?” ha perso il punto interrogativo e ha assunto ora un perentorio ora uno stanco punto esclamativo: “Pronto!”. Qualcuno ha optato talvolta per un sostitutivo “pronti!”, ma non è né ammiccante né simpatico, quindi bocciato su tutta la linea.


Perso il “sì” nella risposta, ora la simpatica particella olofrastica è diventata tabù persino durante le chiamate. Sia in azienda che a casa. Dire “sì”, infatti, nella società del neoliberismo telefonico selvaggio e brado può non di rado equivalere a firmare un contratto, quindi a rovinarsi sia fegato sia portafoglio.

Nella nostra casa editrice arrivano, a rotazione, tantissime telefonate alla settimana dei vari gruppi telefonici attivi in Italia alle quali si aggiungono la proposte sempre “imperdibili” di gruppi e gruppuscoli che, talvolta forse in maniera tutt’altro che cristallina, per usare un giro di parole, chiamano, propongono e dispongono – dicono loro – a nome e per conto di qualcuno dei giganti di cui sopra. In tutti questi casi ormai non è più possibile pronunciare la parola “sì” al telefono. Perché quell’avverbio, quella bellissima e cristallina particella olofrastica nata dalla contrazione del latino “sic est” (così è), potrebbe essere registrata e “montata” in un contratto truffaldino che ci incastrerebbe per il solo fatto di aver pronunciato una parola stupenda. Ovviamente – come il mio avvocato mi consiglierebbe di scrivere – non sono i giganti della telefonia bensì alcune delle aziende di call center a cui questi giganti affamati di utenti paganti si rivolgono per massacrarci la pazienza a poter avere la tentazione di inventarsi un contratto. È come per i bambini: e io che ne sapevo? È stato lui! Però poi a dirlo alla “mamma”, ovvero alla giustizia, dobbiamo essere noi. E “mamma” impiega anni per darci ragione, senza certezze di rimborso.

Così ormai, in azienda, siamo costretti a rispondere con un laconico “siamo noi” e poi, dopo aver declinato la richiesta di parlare con il “responsabile per la telefonia” (quante aziende italiane hanno una figura del genere?), ci vediamo costretti a ripetere come fossimo dischi registrati la frase concordata: “Non siamo interessati ad alcuna proposta commerciale, grazie, buon giorno”. Eppure prima o poi dovremo cambiare qualcosa in quella frase preconfezionata ed evitare che “esse” e “i” si incontrino all’interno della frase, come ora avviene. Si può vivere così? È giusto? Anche le segreterie di Pdl e Pd vengono massacrate come i nostri genitali dai call center appaltati dalle società telefoniche oppure quelli vengono risparmiati, così da lasciare i nostri rappresentanti nella loro paciosa e boriosa (e intollerabile) ignoranza? (o si tratta di connivenza?...)

Fatto è che ogni anno ciascuna azienda italiana – per risparmiare qui i singoli cittadini – si trova a rispondere a una media di una ventina di telefonate al mese dei soli call center delle aziende telefoniche, il che vuol dire circa duecentoquaranta seccature l’anno, ovvero circa centoventi minuti di vita e di lavoro scippati, calcolando una media di trenta secondi buttati a chiamata tra alzare la cornetta, rispondere, chiudere e commentare brevemente. A questo si aggiungano i fax, almeno altrettanti, il che equivale a mezza risma di fogli e a una percentuale importante di toner o cartucce bruciati ogni anno. Moltiplicando per le circa cinque milioni di piccole e medie imprese italiane, fa una cifra mostruosa di tempi, carta, toner e soldi buttati letteralmente via.

Allora forse il neoliberismo telefonico selvaggio d’accatto è proprio una risposta voluta e calcolata dei nostri politici alla crisi del mercato: consumiamo e facciamo consumare in tutti i modi possibili. Chi se ne frega degli sprechi. E chi se ne frega – ma a molti di noi invece “frega” eccome – se a fare questo lavoro sono ragazze e ragazzi pagati una miseria, con contratti a tempo e senza protezione. Su ogni singola telefonata o fax si muove non solo un sistema fatto di sprechi, ma incassa anche lo Stato sotto forma di dazi e balzelli.

I nostri genitali, però, chi ce li ripaga?