Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 14 dicembre 2011

Ciao Barbara


Questa mattina, 14 dicembre 2011, alle 9,45, Barbara Fabiani ci ha lasciati.
Nel sonno di un letto dell’ospedale Sant’Andrea, senza accorgersene o farsene accorgere, ha lasciato il suo corpo fiaccato dalla malattia e ci ha salutati. Con lei, come sempre, il marito Carmine, l’uomo che l’adorava e che lei adorava, rimastole fino all’ultimo istante accanto nel suggello di un amore senza tempo e senza riserve. Un amore vero come pochi esseri umani hanno mai potuto sperimentare.
Barbara era una donna di soli 43 anni, messa a dura prova da una vita che non le ha mai risparmiato colpi bassi. Troppi. Immeritati per chiunque, dunque anche e soprattutto per lei.
Donna sincera e onesta, moglie devota, giornalista grintosa e precisa fino a volte alla maniacalità, scrittrice ispirata e generosa, studiosa profondamente appassionata e sempre affascinata dalla sua Roma, cui ha dedicato un libro meraviglioso che è anche il suo testamento intellettuale: “Fare l’amore a Roma”.

Barbara stava lavorando al nuovo libro e ancor di più alla sua Associazione culturale – sua, del marito, di altri amici, ma così profondamente “sua” – quando il male, di nuovo, è tornato a fare capolino. Testardo e recidivo. La ricordo l’estate del 2011, pochi mesi fa – e ora sembra una vita – qui sul terrazzo della sede della casa editrice, fare progetti editoriali di lunghissimo periodo mentre sgranocchiavamo arachidi tostate, con la creatività e il trasporto di cui solo uno spirito indomito e sognatore come il suo poteva essere capace. Rammento una delle sue ultime telefonate, dall’ospedale, durante le quali, nonostante la sofferenza trasparisse da ogni vocale, continuava a progettare, a ispirare disegni culturali ambiziosi, ad affascinare con la sua conoscenza mai dotta e sempre al servizio degli altri. L’ultimo sms che ci siamo scambiati è dell’altro ieri, 12 dicembre: le raccontavo della Fiera del libro della piccola e media editoria a Roma e le dicevo che alcune persone avevano espresso grande apprezzamento per il suo lavoro, e in particolare un professore universitario. Pochi istanti dopo aver schiacciato il pulsante d’invio del telefonino arrivava la sua perentoria risposta: “Chi era?”. Non lo ricordavo e glielo ho detto solo il giorno dopo, troppo tardi: si stava già assopendo nell’ultimo sonno e non poteva più leggere nulla, non mi avrebbe mai più potuto rispondere. Quel professore, conoscendola, lo avrebbe cercato, chiamato appena uscita dall’ospedale, per creare, sognare, progettare, raccontare anche a lui e con lui. Perché Barbara era trascinante, forte, fiera, dolce e dura al contempo, pronta ad accogliere ogni piccolo suggerimento e a gettarsi nelle fiamme per un amico o per una causa. Barbara era così e l’idea – ora, in questo preciso istante – che non ci sia più fa impazzire dal dolore, strappa il cuore dal petto, toglie l’aria dai polmoni, fa venire l’impellenza assoluta di gridare, gridare, urlare al vento che non è giusto. Perché persone come Barbara non possono che vivere. Donne come Barbara meritano di vivere in eterno per renderci tutti migliori, con i loro sforzi, la loro forza immensa, la loro curiosità, il loro amore. Il loro immenso amore per la vita.
Non so come, ma creeremo un Premio letterario per Barbara. Lo vogliamo intitolare a lei, per far sì che non solo il suo nome ma anche la sua passione per la letteratura e per Roma sopravvivano. Faremo in modo che Barbara resti sempre con noi, come una presenza dolce al nostro fianco. Perché fare a meno di lei, oggi e in futuro, sarebbe come privarsi dell’aria, del cibo, dell’acqua, della vista.

A chiunque la conoscesse davvero e la volesse bene davvero, le più sincere condoglianze.
A chi la conoscerà e le vorrà bene, la certezza che quella sarà una grande fortuna.

Ciao Barbara. Anche se non sei più con noi, non lasciarci mai. Tu puoi.