Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
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mercoledì 13 aprile 2016

A cosa stavamo andando incontro?

In omaggio - da oggi anche in pdf sul sito della casa editrice - la prima parte dell'ottavo capitolo di EDEN. IL PARADISO PUO' UCCIDERE. il libro d'avventura e di attualità che potrebbe cambiarvi la primavera, l'estate e la vita...


Il rosso infuocato del tramonto ricordava all’orologio impazzito della mia pancia che era ora di cominciare a brontolare. Nuvole giganti, grondanti densa luce sanguigna, si sovrapponevano al disco del sole in picchiata dietro il mare. Ne nasceva, negli anfratti più reconditi dell’anima, schiaffeggiata dalle turbolenze degli esami di coscienza indotti dal lungo viaggio aereo, un effetto quasi tangibile di smaterializzazione. Improvvisamente, come la mano piena d’amore sul capo del bimbo scosso dal disagio di sogni incomprensibili, un mantello di pace sembrò scivolare dolcemente sull’animo sovrastato dall’eccezionalità di quella manifestazione altissima della natura. Elemento estraneo agli istinti di un europeo, quel cielo grondante forza rubava, dopo attimi di smarrimento, ogni vigore all’ansia, facendo calare istanti infiniti di pace nel corpo, quasi disciolto in quella luce portentosa. Poi, al ritorno nella mia materialità, ecco lo spettacolo del cielo, del mare, degli occhi, dell’anima, persino del cemento austero e squadrato del resort nel quale riposava la tela ormai lurida delle valige: la certezza esteriore che tutto era inondato di una luce inspiegabile, emozionante, unica, dopo il bagno catartico di stupore interiore. E il cuore palpitava, al pensiero del domani, del viaggio verso quell’ignoto che l’uomo borioso al comando del nostro gruppo non voleva disvelare.

Oggi mi chiedo, con pacata ma quasi disattenta curiosità, se quell’uomo intuisse almeno a che cosa stessimo andando incontro. Eppure, non c’è più posto per l’astio, ora, in me. È la sorpresa la sensazione che, alternandosi con la paura, maggiormente pervade le mie viscere, rivoltando tutti gli organi interni ogni volta per una nuova impensabile manifestazione. Ma non devo perdere tempo in dettagli inutili. Non devo lasciare che sia l’anima a guidare la mano. È il cervello che deve comandare. Il cervello. Ecco, mi darò dei tempi. Nelle prossime pagine racconterò del nostro arrivo fin qui. Poi passerò al resto. E, se tutto dovesse andare per il meglio, potrò finalmente tenere un vero diario delle nostre incredibili esperienze in questo luogo, che nonostante tutto, io e Paolo abbiamo battezzato Eden.

Era un’alba livida di pioggia tropicale quella che ci vide fare colazione al piano terra del lussuoso resort che ci aveva ospitati durante le due notti che avevamo trascorso a Kota Kinabalu, città in cui eravamo giunti in aereo dopo aver lasciato Kuala Lumpur. All’uscita dalla stanza – una reggia faraonica di quaranta metri quadrati con un bagno hollywoodiano – i 30 gradi umidi del mattino mi avevano colpito come un pugno alla gola, facendomi rimpiangere la notte passata sotto le coperte cullato dalla frescura diffusa dalla macchina infernale che dall’alto irrorava allegria artificiale e sinusiti. Già ben prima delle sette del mattino del 20 marzo, come aveva previsto Molinari, i bagagli erano stati caricati sul minibus che ci avrebbe portati, unici passeggeri, attraverso Ranau e Telupid, in un punto imprecisato del monte Trus Madi, con i suoi 2.640 metri la vetta più alta dalle parti del Crocker Range National Park.
Il viaggio che ci dovemmo sobbarcare durò molte ore, alcune delle quali passate dormendo scomodamente rannicchiati sui sedili di ruvida tela blu. Se avessimo toccato terra sulla pista più orientale di Sandakan, anziché a Kota Kinabalu, forse avremmo potuto risparmiare del tempo e, soprattutto, gli strapazzi di un lungo viaggio in autobus cominciato con la sveglia puntata su ore decisamente antelucane per gente che doveva fingere d’essere in vacanza. Ma, asseriva il professore, in un aeroporto periferico come quello di Sandakan avremmo rischiato di dare troppo nell’occhio: non sembravamo, realmente, una comitiva di turisti. Almeno non ai suoi occhi. Certamente, non lui. Meglio Kota Kinabalu, allora, per quanto fosse quasi paragonabile, per traffico e grandezza, non più che all’aeroporto di una media città italiana.
Giunti nei pressi di Tumbunan, un’orrenda città commerciale in irrefrenabile espansione che nulla ha a che vedere con l’idea che uno ha dell’Asia, lasciammo la statale e prendemmo una strada secondaria, che costrinse l’autobus a cominciare la salita verso il Trus Madi, la seconda montagna più alta del Sabah dopo l’affascinante monte Kota Kinabalu. Già dalla statale era possibile scorgere – e in alcuni casi vi transitammo praticamente in mezzo – gli effetti del passaggio dei denti rozzi delle scavatrici sulla carne preistorica della foresta pluviale. Là dove fino a poco tempo prima le gigantesche dipterocarpacee formavano un inestricabile groviglio di spessi rami nervosi, sorretti da fusti impressionanti per circonferenza, quello che era stato il palcoscenico fantastico per i gorgheggi dei buceri, delle putta e dei beccolargo e per le capriole dei piccoli degli orangutan e delle nasica, ora appariva ridotto a una desolata landa macchiata dal rosso impregnato d’acqua dell’inconfondibile terra malese. Le ruspe avevano già da tempo messo in fuga il leopardo nebuloso, gli scoiattoli, il pagolino, le civette zibetto. Ora, laddove non erano i piedi sporchi di desolazione dei palazzi, dei capannoni industriali e dei centri commerciali a insozzare il ricordo delle meraviglie scomparse, sorgevano estese piantagioni di frutta tropicale, come quelle che si possono scorgere dalla strada arrampicandosi verso il monte Kota Kinabalu.
Finalmente, dopo chilometri di terra dilavata e stremata dalle ricorrenti piogge, tornammo a immergerci nella fitta foresta che conduce fino al Trus Madi.
Nei pressi di un tozzo edificio in stile regime, a un numero imprecisato di chilometri dalla base della montagna, il nostro minibus s’infilò agilmente tra le due alte siepi che nascondevano i pochi metri quadrati di grigio asfalto di una piccola area di sosta. Quello capimmo essere il nostro punto d’arrivo. Seguendo la punta del pizzo bianco di Molinari, compresi che il suo sguardo aveva già catturato le figure che si aspettava di trovare. Scese dal mezzo quasi correndo, lasciando la moglie ancora assopita su un sedile. Due uomini allungarono il passo e gli si fecero incontro nell’aria che, finalmente, era diventata fresca e accogliente, grazie ai metri in altitudine guadagnati nel corso della nostra marcia a tappe forzate. Molinari strinse le mani, poi lungamente abbracciò i due uomini. Uno pareva un anglosassone sulla sessantina, vestito alla foggia di John Huston al safari. L’altro era un asiatico sui 55 anni, ingessato in un abito blu da amministratore delegato. Ripensando a quanto avevo sentito circa due settimane prima nello studio di Bentivoglio, capii facilmente che si trattasse dei colleghi australiano e malese di cui il professore aveva parlato, accennandoci alle sue fonti.
«Un bel pezzo di impero del male… – bisbigliò Borelli con una smorfia del viso stanco, prima di profondersi in uno sbadiglio colossale – Immagino che daresti un braccio per sentire quello che quei tre ceffi stanno dicendosi» aggiunse una volta ricompostosi.
«Un braccio non lo darei per nulla al mondo. E poi, che vuoi che si stiano dicendo in mezzo alla strada?».
«Che so? Cose tipo: sapessi che bel teschio ho scavato ieri…! Ah no, allora non hai visto quello che ho trovato io…».
Risi. «Stai tranquillo che quei tre non tarderanno ad appartarsi per scambiarsi impressioni, piani e informazioni. Piuttosto, non mi spiego la presenza di quegli altri due brutti personaggi laggiù», feci indicando due asiatici vestiti di scuro, appoggiati con la schiena al muro grigio della tozza costruzione.
«Sono quasi pronto a scommettere che sotto quelle giacche nascondono due belle pistole», fece Paolo, guardandomi.
«Mi sa che vinceresti la scommessa…».
«Questa storia puzza sempre più di marcio, mio caro giornalista d’assalto…».
«Io non ci vedo niente di strano. O sono poliziotti, oppure sono due gorilla. Nel primo caso, comincia a immaginarti con indosso una divisa a strisce orizzontali bianche e nere. Nel secondo, mi pare evidente che ci trascineremo dietro quei due angeli custodi – ammesso che siano solo due – per tutto il viaggio».

Quel che restava del piovoso pomeriggio non bastò per smaltire la stanchezza. Borelli continuava ad avvertire fastidi alle gambe, nonostante si fossero ormai del tutto sgonfiate. Io mi sentivo come spezzato in due, con la zona lombare e i due nervi sciatici impegnati senza sosta nel protestare le loro ragioni al resto della mia provata carcassa di cittadino post-industriale. Passammo le ultime due ore di luce di una giornata plumbea a passeggiare nella natura rigogliosa che circondava quella specie di casamatta nella quale avremmo trascorso l’ultima notte nella cosiddetta civiltà, prima di avventurarci alla ricerca di ossa fossili nel bel mezzo della foresta pluviale. Sulle nostre teste la sinfonia formidabile dei becchi di incredibili creature policrome ci rendeva partecipi di segreti alati che non avremmo mai saputo ripetere a nessuno. Che linguaggio incredibile, e quale meraviglia per le orecchie! Di tanto in tanto, la caduta improvvisa di semi di frutti selvatici c’invitava ad alzare gli occhi verso il tetto di fronde che ci sovrastava, permettendoci di avvistare qualche coda di scoiattolo sgusciare via sui tronchi bagnati e viscidi. A un certo punto ci ritrovammo quasi faccia a faccia con un tapiro lungo non meno di un metro e mezzo: ci guardò, con quel suo muso buffo metà ippopotamo e mezzo cinghiale, e si voltò poi allontanandosi con studiata lentezza, ben lungi dal pensare di sprecare tempo e fatiche nel caricarci. Poi, con nostra massima sorpresa, mentre assistevamo alle evoluzioni di uno scoiattolo meno timido degli altri, impegnato nel percorrere in un senso e nell’altro un lungo ramo quasi orizzontale, a non più di cinque metri d’altezza da terra, ecco d’un tratto una figura rapida e inizialmente indistinguibile guizzare da un albero vicino e avviluppare l’animaletto con uno scatto fulmineo. Così, scoprimmo, attaccano i serpenti volanti. Era un rettile lungo almeno un paio di metri, di colore verde maculato di nero, che prima schiantò con le sue spire il corpo dello scoiattolo, poi ne divorò il cadavere con un sol boccone. Mai più, mi dissi, nella vita avrei assistito a un simile spettacolo. Sbagliavo. Aspettammo che il serpente scivolasse via, prima di rimetterci in marcia. Ci rendemmo conto, un po’ alla volta, che i nostri passi si facevano più rapidi. Ora ricordavamo che nella foresta malese vivono vipere e cobra e circa altre cento specie di serpenti, molti dei quali velenosi. Avevo letto su una guida, ad esempio, che il pitone reticolato, rettile non velenoso ma dalla forza e dalla furbizia incommensurabili, raggiunge finanche i dieci metri di lunghezza. Pensavo a una porta da calcio e mi meravigliavo, scoprendo che sarebbe avanzato ancora un buon terzo di quell’animale gigantesco. Eppure… che cosa sono, in fondo, dieci metri di fronte a quello che i miei occhi oggi stanno vedendo?

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