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sabato 18 febbraio 2012

Il libro sullo scaffale e le ambite “pile”

Quattordicesima puntata della mia rubrica sull'editoria scritta per Golem Informazione.


Una volta prenotato dal libraio, ogni titolo viene consegnato dal distributore nelle quantità convenute nel periodo previsto di uscita, salvo casi eccezionali.

Il libraio apre fisicamente lo scatolone, firma i moduli per il conto vendita o per il conto deposito, “carica” elettronicamente il codice a barre con l’Isbn e mette in vendita il libro sugli scaffali.

Detto così, pare tutto molto facile. Ma il libro – un titolo a caso, diciamo un ipotetico “Il gufo che si fidanzò col topolino che aveva cacciato in una notte di luna piena poco prima che piovesse” – dove sarà sistemato? Su quale scaffale? In alto, a media altezza, in basso? Di fronte o di dorso? In vetrina o sotto una scala? Vicino alla cassa (posizione tra le più ambite) o nell’angolo più buio del negozio? Per ordine alfabetico di autore o di editore? Per titolo oppure a caso? In vetrina o accanto alla porta del bagno (che, poi, forse non è per niente il posto peggiore…)?


Dare una risposta a queste domande è fondamentale per quelle che saranno le chance di successo commerciale di un libro. In pochi, pochissimi, tuttavia, possono scegliere il luogo, in libreria, in cui far posizionare un proprio libro, e tra quei pochi non ci sono quasi mai piccoli e medi editori, a meno che non acquistino a pagamento un loro spazio. Questa tecnica ad esempio è stata a lungo usata da una importante libreria romana – molto di tendenza, oggi chiusa, almeno momentaneamente – che aveva qualche decina di scaffali agli editori che volessero affittarli. L’iniziativa per un certo periodo di tempo ebbe un certo successo, per quanto eticamente alquanto discutibile.

Cominciamo comunque a sfatare alcuni miti, soprattutto cari ad aspiranti autori con un grosso ego: la “pila” di libri non è per tutti, come anche la collocazione in vetrina. Nelle grandi catene sono logiche aziendali e di filiera che decidono innanzitutto quali libri vadano a costituire le “pile” o vadano in cassa o in vetrina. “Logiche aziendali” vuol dire che le posizioni più ambite saranno assegnate nell’ordine ai titoli prodotti dal proprio marchio (Feltrinelli, Mondadori, Giunti…), ai migliori della concorrenza (perché si prevede che vendano e per non rompere le regole dell’oligopolio di fatto), poi a quelli di marchi minori ma considerati più remunerativi (ma sono posti marginali). Ci sono grandi o medie librerie, inoltre, che vendono gli spazi migliori: un mese in vetrina in cambio di tot euro o di particolari condizioni di pagamento o della fornitura di un certo numero di libri gratis o con uno sconto più alto. È giusto, sia a livello etico che di salvaguardia degli elementari principi di concorrenza? La discussione è aperta.

Tolti di mezzo gli spazi più ambiti, rimane il resto della libreria. Qui le logiche di posizionamento possono essere le più diverse e in ogni caso fanno riferimento in primis a logiche aziendali (nel caso dei grandi gruppi) e commerciali: quindi i posti migliori vanno ai libri che si presume venderanno di più perché più commerciali o perché promossi meglio, magari con l’acquisto di spazi sui principali giornali; a scendere poi tutti gli altri. Il posizionamento è quindi spesso delegato, soprattutto nelle medie e piccole librerie, a logiche che fanno capo al caso o a scelte di singoli librai, con le loro proprie motivazioni.

Ora, è evidente che in una libreria di centocinquanta metri quadrati trovare un titolo potrà avere una difficoltà bassa, soprattutto se c’è un libraio ad aiutarci, mentre farlo in una di cinquecento metri quadrati o in un megastore sarà ancora più complicato, e quindi selettivo. A questo si aggiunge la predisposizione del libraio o del suo commesso a voler o non voler aiutare il cliente. Soprattutto – ma non solo – nelle grandi librerie di catena è facile che, nei giorni più affollati dal pubblico, un aspirante lettore si senta dire che un certo libro non esiste, è esaurito, non è ordinabile e altre bugie di questo tenore. Si tratta di casi – purtroppo molti – in cui il commesso, salvaguardando i suoi spazi di riposo o di inattività mentale – crea un danno – piccolo – a un piccolo o medio editore distribuito. Ma la somma, durante tutto l’anno, di tutti questi piccoli danni può determinare un grande danno. Che quel libraio o più probabilmente quel commesso pigro o demotivato non risarciranno mai. Purtroppo per l’editore e per la coscienza dello stesso libraio o commesso.