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lunedì 27 febbraio 2012

A proposito del progetto "Frutta nelle scuole"

Da alcune settimane la mia figlia maggiore è coinvolta in un progetto, apparentemente bello, che si chiama "Frutta nelle scuole". In sostanza, due volte alle settimana ai bambini delle scuole elementari (non so se anche a quelli di altro ordine) della provincia di Roma viene data, alla fine del pranzo, frutta che apprendo essere "controllata e certificata", prodotta da un'azienda emiliana di cui non riferisco qui il nome per non fare pubblicità.
Si tratta, in sostanza, da quel che si capisce dalla busta (di cellophane) in cui la frutta è contenuta, di un progetto per far mangiare buona frutta biologica ai nostri figli. Il tutto col patrocinio del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e i quattrini dell'Unione europea, ovvero sempre e comunque nostri. Benissimo. Ottimo. Ben fatto.
Ora, io ho sempre pensato che la frutta biologica, ambientalmente etica, sia non solo frutta prodotta con sistemi bilogici, quindi senza aggiunta di chimica, ma anche in un ambiente biologicamente sano, in cui frutta biogica arrivi sulle nostre tavole a "chilometri zero" o quasi. Allora in questo progetto ci sono alcune cose che non mi quadrano, da cittadino un minimo rompipalle.

La prima: perché non c'è scritto, sulla busta di cellophane, se si tratta di plastica o di un prodotto alternativo simile alla plastica ma biodegradabile nell'ambiente?
La seconda: perché non mi viene, di conseguenza, spiegato come smaltire tale busta?
La terza: perché vedo scritto, sempre sulla busta, che l'origine della frutta è l'Italia ma non mi viene detto quale città e quale regione italiana? Trattandosi, nel caso della frutta della scorsa settimana, di pallidi, molli, piccoli mandarini pieni di semi, mi vien da pensare, nella mia ignoranza, che questi agrumi possano provenire dalla Sicilia. Perché non me lo dite?
La quarta: perché dei mandarini che forse provengono dalla Sicilia e vengono consumati nelle scuole della provincia di Roma vengono confezionati in uno stabilimento di Cesena, facendo percorrere, presumibilmente in camion, centinaia e centinaia di chilometri a questa frutta?
La quinta: perché la Ue, quindi tutti noi, dobbiamo sostenere coi nostri soldi i costi del viaggio dalla Sicilia (presunto) a Cesena e da qui a Roma, facendo arricchire i petrolieri?
La sesta e ultima: per me biologico deve equivalere a "chilometri zero". Se per dare quattro (o cinque?) mandarini ai nostri figli due volte alla settimana dobbiamo far percorrere alla merce di cui sopra qualche migliaio di chilometri, inquinando, che cosa resta di biologico, oltre alla scritta stampigliata sulla busta forse di cellophane?
Ho appena spedito una e-mail con questo testo al ministero, che riceve - deo gratias - solo messaggi tramite PEC. Se qualcuno risponde, vi farò sapere...