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sabato 7 gennaio 2017

La Bosnia tra falsi e veri integralismi, ecomafie e bugie

Un anno fa la direttrice di un periodico mi aveva chiesto il pezzo qui a seguire pubblicato. Avrebbe dovuto essere l'articolo di apertura di un numero quasi monografico sulla Bosnia Erzegovina. Dopo un anno, la direttrice del giornale - perfettamente integrata con la categoria di cui fa parte - non ha più dato notizia di sé, l'articolo non è mai uscito né è mai stato pagato (e mai lo sarà). Così, siccome non sopporto più essere preso in giro, è un piacere regalarlo in lettura a chi lo vorrà gradire. Buon anno e buona lettura.

Lo si chiami Stato islamico, Isis, Isil, Daesh, Sic ovvero al Sham, un sempre più folto numero di “commentatori”, di “strateghi” o di “esperti” a vario titolo non sembra nutrire dubbi: il terrorismo islamico ha la sua sede europea nei Balcani, e nello specifico in Bosnia Erzegovina. La stampa italiana di destra e quello strano regno dell’apodittico in cui è stato trasformato internet si sbracciano per indicare il nuovo nemico da combattere, una volta di più creando quel cortocircuito folle che trasforma il musulmano bosniaco in “turco”, il “turco” in integralista, l’integralista (mai cattolico od ortodosso, sempre islamico) in nemico. Così si chiude il cerchio. Circa trecento cittadini bosniaci appartenenti al gruppo nazionale musulmano sospettati d’essere simpatizzanti di quell’abominio che si chiama Isis (o come si voglia) o, peggio ancora, d’esserne reclutatori o finanziatori o di avere combattuto sotto quella ridicola e al contempo orribile insegna nera, nonostante costituiscano un’esigua e risibile minoranza, agli occhi dei media italiani rappresentano un intero Paese o, nel “minore dei mali”, un intero “popolo costitutivo” di quello Stato, ovvero i bosniaci musulmani (che non sono sinonimo di bosgnacchi, ma di questo magari parleremo un’altra volta…).
In pochi pensano che nelle sole banlieue parigine la polizia dell’Esagono tenga sotto controllo almeno 1.500 tra sospettati fiancheggiatori e sicuri appartenenti all’Isis. Nessuno ama ricordare che anche dei cittadini – e delle cittadine – italiani stanno “combattendo” nelle file del terrorismo islamico. Come hanno fatto, per divertimento o a pagamento, tra il 1992 e il 1995 sia a Sarajevo che a Srebrenica. Sempre dalla parte dei serbo-bosniaci e con la buona compagnia” soprattutto di estremisti di destra e paramilitari greci, serbi e russi. Ed ecco, dunque, la semplificazione massima, quella che ti salva i neuroni e non ti costringe a studiare, leggere, capire: ogni musulmano è un terrorista. Una menzogna feroce, come quando si diceva (e ancora purtroppo si dice) che la guerra bosniaco-erzegovese era un conflitto etnico e religioso. Ci sono persino libri di storia in uso nelle scuole italiane che spacciano ancora oggi, nel 2016, per vera questa colossale idiozia.

A nessuno pare, tuttavia, passare per la testa l’ipotesi che quella del terrorismo islamico sia una schermatura, una cortina fumogena utile per nascondere ben altre verità: che la Bosnia Erzegovina – e tutti i Balcani – non è “marcia” solo a causa dell’Isis, ma prima di tutto per via della corruzione. E che questa corruzione, che oramai investe ogni campo della vita pubblica e privata, fa comodo sia alle élite dei tre grandi “gruppi costitutivi” (musulmani, serbi e croati di Bosnia) che ai loro alleati internazionali. Alleati sia nei grandi gruppi privati esteri che nei governi. Anche molto grossi: Stati Uniti, Russia, Turchia, Francia, Germania e Arabia Saudita in testa.
La cortina fumogena serve a nascondere traffici d’ogni genere, come facilmente leggibile nei rapporti dell’Interpol, che i nostri politici invece sembrano (o vogliono) sistematicamente ignorare. I traffici più importanti sono quelli di armi: non a vantaggio del terrorismo islamico, ma ad esempio per gruppi eversivi e criminali tedeschi e serbi, come portato alla luce da un’indagine internazionale non più tardi del 22 dicembre 2015 (e di cui i media italiani non hanno parlato): nellooperazione Lift la polizia bosniaca ha sequestrato, tra l’altro, 11 chili di esplosivo, 29 fucili, 34 pistole, 4.771 munizioni di vario calibro, 21 bombe a mano, 4,7 chili di polvere da sparo e 123 detonatori, destinati ad attività delittuose in Germania e Serbia.
Non bisogna naturalmente tacere della droga: i Balcani, Bosnia Erzegovina inclusa, sono solo in parte terminale, ma soprattutto snodo e punto di smistamento sia degli ingenti quantitativi di cocaina ed eroina che arrivano dall’Afghanistan sia di quelle di marjuana che partono dall’Albania, invadendo l’Europa occidentale, centrale e orientale. Poi c’è il traffico d’esseri umani. Attività nella quale le cosche mafiose balcaniche sono sempre state all’avanguardia, mentre l’appalto dei traffici d’organi – forse ancora con la Turchia come terminale prediletto – spetta a kosovari albanesi e albanesi d’Albania.
Si aggiunga a tutto questo il traffico internazionale di rifiuti, che ha reso alcune zone della Bosnia Erzegovina una discarica, anche di materiali radioattivi. Illuminante (e inquietante al contempo) è il caso di Livno, cittadina bosniaca a un centinaio di chilometri da Mostar. A Livno vivono circa 30.000 persone che, un giorno, hanno visto spuntare nei dintorni del lago Buško un cartello con su scritto: “Dopo il bagno, fate la doccia”. Un eccesso di zelo sanitario? Non è detto. Il lago Buško è uno splendido specchio d’acqua dolce, molto ampio: quasi 56 chilometri quadrati d’estensione per una portata di oltre 780 milioni di metri cubi, nei cui dintorni da anni si registra un incremento non indifferente di casi di tumore, dei quali i sanitari locali non sanno trovare l’origine. Qui, secondo un ex agente dei servizi segreti bosniaci, dopo il 1995 sarebbero stati gettati non meglio identificati rifiuti radioattivi, forse addirittura scorie nucleari. Scorie francesi, trasportate via nave fino al porto montenegrino di Bar, poi caricate su camion militari e portate nella base francese di Stolac, dove venivano imprigionate in cubi creati ad hoc con colate di cemento. Questo ha denunciato la stampa bosniaca indipendente. I cubi, una volta asciutti, venivano imbracati con funi d’acciaio e trasportati in elicottero fino al lago di Buško, dove con un bel tuffo venivano fatti inabissare dai prodi guerrieri di Parigi, che in effetti avevano il controllo strategico della zona, dalla fine del conflitto del 1992-1995 e per diversi anni. Vero o meno, il governo bosniaco ha sempre rifiutato di rendere pubblico il documento top secret citato dall’ex agente dei servizi segreti e non ha mai acconsentito a dragare il lago alla ricerca degli eventuali cubi. E intanto la gente muore di cancro.
Quelle del lago Buško non sarebbero, tuttavia, le sole scorie sepolte in Bosnia. I francesi sono sospettati di essersi ripetuti in altre zone, sempre intorno Mostar, e a Gradiska gli ungheresi sono stati accusati di traffico illecito di rifiuti radioattivi. C’è addirittura chi sospetta che scarti radioattivi possano essere stati sepolti sotto il monte Igman, da dove viene pompata l’acqua bevuta a Sarajevo. Magari persino – chissà – l’acqua generosamente offerta dalla fontana fuori dalla moschea principale della capitale: “Chi beve dalle sue cannelle, torna di sicuro”, dice l’adagio popolare. Posso testimoniare che è così.
C’è, poi, un’altra domanda alla quale l’Alleanza Atlantica non ha mai voluto dare risposta: quali sono i siti bellici sui quali la Nato nel 1994-1995 sparò i suoi proiettili all’uranio impoverito? Quanta gente è morta in questi anni nel laboratorio a cielo aperto chiamato Bosnia?
Parliamo, è chiaro, di traffici immensi, che rendono le mafie locali padrone di ricchezze tali da far impallidire il bilancio di qualsiasi dei sette Stati nati dal disfacimento indotto della Jugoslavia.
Manca un tassello, a questo punto: che cosa fare con tutto questo denaro? Come utilizzarlo? Ecco allora il sistema bancario internazionale muoversi in massa per andare ad aprire filiali in Paesi sull’orlo del default, come la Bosnia Erzegovina. Paesi in cui, tra l’altro, non esistono leggi che regolino lo strapotere bancario rispetto a piccole imprese e cittadini. Mentre i grandi, e a maggior ragione i mafiosi, sanno invece bene come farsi valere.
Tutti gli inquirenti italiani che si occupano di mafia conoscono a memoria la lezione: i due settori che maggiormente calzano a pennello dei mafiosi per il lavaggio del denaro sporco sono quello immobiliare e quello bancario, con particolare riferimento alle banche che operano sul mercato finanziario internazionale (ormai, purtroppo, pressoché tutte). Il mattone è il modo più immediato e diretto per lavare denaro sporco. A Sarajevo lo skyline cittadino negli ultimi dieci anni è stato stravolto dalla costruzione di grattacieli e di centri commerciali dalle forme più fantasiose. Strutture sempre invariabilmente vuote, perché nessuno – politici, mafiosi e stranieri a parte – può permettersi di alloggiare in un grattacielo, di aprirvi un ufficio o di fare spesa in un centro commerciale di stampo occidentale. Ma il mattone permette di lavare i soldi sporchi con grande facilità, di oliare i meccanismi giusti e poi di ripulire gli immobili grazie al vecchio trucco: porto l’edificio presso una banca amica, di cui magari sono anche azionista, accendo un mutuo a costo agevolato oppure ottengo un prestito mettendo un’ipoteca su quell’immobile e reinvesto la somma ottenuta nel mercato finanziario internazionale. Così la mafia, con facilità risibile, entra nei cosiddetti “mercati”, lava i suoi soldi e li recupera non solo immacolati, ma persino con gli interessi.
Il gioco è facile e me lo illustrarono anni fa, per la prima volta, due Carabinieri italiani che conobbi all’aeroporto internazionale di Sarajevo, in partenza come me per rientrare nel nostro Paese. Impossibile pensare che i politici bosniaco-erzegovesi non sappiano ciò che anche le casalinghe più sprovvedute dei villaggi più sperduti in Bosnia hanno capito. Sanno eccome, ma poiché fanno parte appieno di questo sistema di corruzione e di malaffare, sostenuti da organismi internazionali e cancellerie proseguono per la loro strada. Che è quella della spoliazione delle risorse produttive del Paese attraverso l’appropriazione coatta, della quale beneficiano anche gli sponsor internazionali dei gruppi nazionalisti al potere in Bosnia.
Che cosa fare? Invecchiando si perde il disincanto e si comincia a fare i conti con il mondo corrotto che purtroppo c’è là fuori. Eppure, in qualche modo i cittadini possono ancora agire. Anche nelle democrazie zoppe in cui accettiamo di vivere sotto la minaccia di ectoplasmi spesso inventati dagli stessi che dovrebbero proteggerci. La prima, principale cosa, è informarsi. Per non accontentarci di quello che ci dicono. Perché, come ho provato a spiegare in questo articolo, spesso le verità che ci vengono “smerciate” apparentemente a poco prezzo sono invece solo interpretazioni di parte. E di comodo. La seconda cosa è investire sui nostri e sui loro giovani. Investire non solo denaro, ma in fiducia, consigli, impegno, libertà. La Bosnia Erzegovina ha perso una generazione in guerra e un paio nel dopo-guerra infinito e instabile che è costretta a vivere. I nostri giovani, in Italia, stanno solo apparentemente meglio. Sono meno poveri, ma non meno soli. Investire su di loro vuol dire provare a cambiare marcia, a dare una direzione diversa al futuro di tutti noi. Non è un caso che dalla Bosnia, come dall’Italia, ogni anno vi sia un’emorragia di decine di migliaia di giovani. Perché nessuno vuole credere in loro. E se ne vanno. Vorrebbero cambiare pianeta, per il momento si limitano a cambiare Paese. Eppure, per quanto possa apparire e forse essere scontato, è solo su di loro che si può fare affidamento per il futuro. A patto che tutti noi si cominci ad aiutarli e a proteggerli da coloro che quelle gambe le vogliono tagliare, invece che liberare e far correre.