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lunedì 18 dicembre 2017

I Bastardi di Sarajevo: una riflessione piena di riferimenti e di poesia, regalo di un lettore-viaggiatore


Davide Roncaioli, viaggiatore nei Balcani, mi ha fatto trovare questa mattina nella posta elettronica questa bella riflessione, nata dalla lettura del mio I bastardi di Sarajevo, uno dei libri che più sforzo mi è costato scrivere e che più riscontri ha avuto dai miei cari e impegnati lettori. Questa bella lettera mi fa capire come si debba continuare a parlare di Bosnia e di Balcani e che i modi per farlo possono essere i più vari: l'importante è che siano efficaci e veri, non propagandistici. Il mio unico rimpianto è stato quello di aver dovuto interrompere la promozione de I bastardi di Sarajevo, a suo tempo, per cominciare quella di un altro libro importante, Srebrenica. La giustizia negata. Purtroppo i due libri uscirono, a suo tempo, con troppi pochi mesi di distanza l'uno dall'altro. E questo andò a penalizzare il mio primo e unico romanzo sulla Bosnia Erzegovina. Grazie a Davide per quanto ha scritto e per avermi fatto capire che forse un giorno varrà la pena non solo rispolverare le pagine de I bastardi di Sarajevo, ma anche forse procedere con la scrittura del nuovo romanzo sulla Bosnia, che ho in mente da tempo, che nella mia testa si dipana giorno dopo giorno, e che mai ho avuto il tempo, il coraggio e la forza di cominciare a scrivere.
"Sfogliata l'ultima pagina di questo libro sai già che ti mancherà. È una sensazione strana, l’amaro in bocca che ti lasciano le parole finali sui Bastardi. Un appellativo assolutamente appropriato per definire piccoli uomini (se così possiamo chiamarli) che sfruttando lo stato di caos durante l’assedio si arricchirono alle spalle della povera gente, costretta persino a bruciare gli ultimi mobili di casa per scaldarsi. L’animo rimane turbato, il cuore scosso, come annebbiato, dalla stessa foschia che ricopre la Baščaršija in una gelida mattina di fine novembre. Passeggi con la mente per la Ferhadija e non puoi fare a meno di fermarti a guardare una finestra, la stessa, forse, dalla quale una ragazza, distrutta, violentata, profanata dalla sua storia di vergine venduta, si tolse la vita. Provò a volare come gli angeli, non appena fu informata della dipartita della sorella malata. Trovò la morte, quella fisica. La bellezza e la vita, invece, già appassite alcuni anni prima tra le luride mani dei suoi aguzzini cetnici. La storia dei Balcani è questa, dolore e accanimento. Troppo rispetto a quanto questa gente, fiera, ne possa digerire.
L’intreccio del libro svela molte vicende, narra di predatori, mercenari, faccendieri che per qualche sporco marco fanno divertire annoiati turisti europei, persino italiani. I personaggi sono sempre quelli, ratti immortali, che durante la guerra popolarono trincee, palazzi occupati e montagne con gitanti travestiti da cecchini a pagamento sui civili di Sarajevo. Oggi, in tempo di “pace”, si sono specializzati quali accompagnatori di caccia illegale in Croazia, ma non disdegnano di tornare all’antico hobby accanendosi su tribù dimenticate della Bosnia Centrale. Emozioni forti per spiriti malati. Lo scorrere delle parole fa riflettere, costringe a cercare nell’animo buio della tua anima. I fatti sembrano lontanissimi, quasi irreali, ma in realtà trovano sviluppo appena oltre l’Adriatico. Le cupe vampe che ancora avvolgono la Bosnia sono vive, la corruzione è il combustibile. Politici che controllano la stampa, anzi la brutalizzano con metodi da milizia paramilitare. E il tutto viene coperto da una fitta coltre di silenzio, perché l’esercizio criminale del potere non va disturbato. Le opposizioni devono essere normalizzate, siano esse intellettuali o giornalistiche. In tutte le burocrazie di Stato il collante è la menzogna. La narrazione ci mostra anche la speranza, la troviamo nella faccia pulita, onesta di un vecchio professore universitario che ridicolizza il suo studente, ora onorevole candidato in pectore a importanti ruoli politici, mettendolo con ironia tutta balcanica davanti alle sue pochezze.
C’è chi si è venduto, chi ha perso e chi non ha mai abbandonato la retta via. Questa è la sottile differenza.
Lo scenario che intuiamo da queste pagine è quello di una situazione del Paese cristallizzata, come quell’uomo del film No Man’s Land seduto su una mina. Se si muove, è la fine. Ma è seduto su un posto meraviglioso. Il nostro compito è quello di tenere accesa la luce, di mostrare che sotto al marcio qualcosa può rifiorire; la coscienza civile, la generosa ospitalità del popolo bosniaco è intatta. E questo libro ne è il manifesto. Rumiz descrive poeticamente Sarajevo come un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua. Bene. Al rudere la facciata è stata rifatta, il signore nel frattempo è invecchiato e sul suo volto sbarbato sono comparse rughe cariche di vita, vissuta con dignità e orgoglio".