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mercoledì 17 settembre 2014

Bosnia, la campagna elettorale parte con la “guerra del gas” russo


La campagna elettorale bosniaca – che s’annuncia piuttosto elettrica e cattiva – per il voto (parlamenti e presidenti della presidenza Tripartita) del prossimo 12 ottobre 2014 è partita formalmente la scorsa settimana. Solo la faccia tosta dei politici bosniaci ha potuto far sì che si ricominciasse a fare promesse a vanvera, quando le statistiche dicono che sono state mantenute forse neanche il 3 per cento della promesse fatte nella precedente tornata di voto nazionale e il Paese sta ancora lottando contro il fango e i danni enormi delle alluvioni di maggio e di settembre.
Come in un copione che sembra già scritto, non poteva che essere il presidente della Repubblica serba di Bosnia (Rs), una delle due entità in cui la Bosnia Erzegovina è stata malauguratamente suddivisa dagli Accordi di Dayton, ovvero il nazionalista populista e amico di Vladimir Putin, il miliardario Milorad Dodik, a mettere a segno il primo colpo. Un colpo sotto la cintura e, naturalmente, all’insegna dello sfaldamento del Paese e della da lui sempre auspicata secessione.
Dodik, infatti, in visita a Mosca con il cappello in mano – come di consueto – in compagnia del primo ministro della Rs, Zaljka Cvijanović, ha firmato con il gigante russo degli idrocarburi, Gazprom, un accordo che, per la prima volta, e in barba alle decisioni del parlamento nazionale bosniaco, prevede la fornitura diretta di gas alla sola Rs, bypassando la Bh Gas di Sarajevo, che finora aveva sempre fatto da intermediario nell’acquisto del gas russo. Ciliegina sulla torta, il gas sarà venduto da Gazprom, in virtù della salda amicizia tra lo zar Putin e lo zarino Dodik, a prezzo ribassato. Il colpo elettorale è evidente: con la crisi ukraina che si prolungherà lungo tutto l’inverno 2014-2015, e con il sempre esistente pericolo di taglio delle forniture verso l’Europa, e considerando che la bolletta energetica bosnaica è da anni in passivo verso Mosca, Dodik non solo garantisce ai suoi elettori di potersi scaldare comunque, anche se dovesse infuriare la guerra, ma anche di poterlo fare forse a un prezzo più basso.
Difficilmente l’accordo sarà ratificato dal parlamento nazionale bosniaco uscente, ma è certo che Dodik non si farà fermare dall’ostracismo del potere centrale, poiché l’accordo sul gas è solo uno dei capisaldi della rinnovata amicizia tra i potenti di Russia e della Repubblica serba di Bosnia. Gli altri capisaldi passano attraverso la continuazione degli investimenti russi nella storica raffineria di Bosanski Brod, che qualche anno fa Dodik ha praticamente regalato a un oligarca amico di Putin, e attraverso la decisione di far passare attraverso la Rs un ramo del gasdotto South Stream. A questo si aggiunga, per concludere, un prestito di 76 milioni di dollari accordato dalla banca russa VTB, sempre grazie ai buoni uffici di Putin, alle casse serbo-bosniache piuttosto a secco.
Dodik sta, in sostanza, avviando una secessione “morbida”, con lo scopo di mettere Bosnia, Europa e mondo davanti al fatto compiuto. La via maestra, per Dodik e Putin, è quella ukraina, oramai è fin troppo chiaro, e da un momento all’altro in molti si aspettano uno strappo, che tanto per cambiare troverà l’Europa impreparata e divisa e gli americani indecisi sul da farsi. Vedremo. Come anche fino a che punto Turchia e Croazia saranno disposte ad arrivare essendosi, negli ultimi anni, promosse palafine dell’unità bosnaico-erzegovese.
Questo modo di fare politica non deve sorprendere. Se volete capire cosa esattamente succede da quelle parti, e quali sono le modalità malate e violente che caratterizzano la politica bosniaca e i loro tristi attori, non dovete fare altro che comprare e leggere I BASTARDIDI SARAJEVO, in uscita a metà ottobre nelle librerie italiane, ticinesi e online.