Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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giovedì 16 giugno 2016

Le condivisioni mancate di Marco: le estreme conseguenze del cyberbullismo

Il bullismo e cyberbullismo sono forme di prevaricazione ai danni dei giovani, specialmente i più sensibili e introversi, che si alimentano con le logiche di sopraffazione del branco. Abbiamo scelto una delle storie raccontate da Luciano Garofano e Lorenzo Puglisi nel libro, appena arrivato in libreria e con il patrocinio di Pepita onlus, dal titolo La prepotenza invisibile, per far luce su questi fenomeni in modo da contrastarli con l’arma più efficace, la consapevolezza.

Marco (nome di fantasia per rispettare la privacy dei familiari) era un diciassettenne di un popoloso paese dell’area metropolitana di Napoli e, come ci racconta la madre, è sempre stato un bambino tranquillo, forse un po’ timido, ma sempre generoso e pronto a dare una mano in famiglia, titolare di una piccola attività commerciale e, solo recentemente, di un campetto sportivo che veniva affittato per le partite di calcio. (…) A scuola non ha mai dato problemi, raggiungeva tranquillamente la sufficienza, ma viveva le scuole superiori con molte difficoltà: torna­va a casa spesso nervoso e sebbene avesse qualche amico, non era solito frequentarli con continuità. Quando a casa provavano a chiedergli se ci fossero dei problemi, alzava le spalle e non rispondeva. Solo al fratello maggiore, cui era molto legato, aveva confidato d’essere preso in giro da alcuni compagni, ma sembrava non dare grande importanza alla cosa.
Secondo la madre i problemi veri e propri si sono presentati tra il primo e il secondo anno di Ragioneria: ci riferisce che a volte lo sentiva impre­care dalla sua stanza e quando si affacciava per vedere cosa lo turbasse, lo trovava spesso davanti al computer, ma le rispondeva male e la invitava ad andarsene. Di fatto, aveva un solo amico da considerare come tale, perché tutti gli altri li definiva soltanto degli stupidi. Al fratello aveva raccontato di una delusione amorosa, ma che sembrava aver superato. La mamma ci ha mostrato una serie di stampe tratte da alcune schermate del suo profilo Facebook, dove vi erano alcune sue condivisioni contro il maltrattamento degli animali, video familiari, ma anche un’infinità di link scaramantici inviategli probabilmente dai compagni, in cui veniva intimato a condi­videre, tipo: se non condividi tale link entro dieci secondi sarai bocciato, se non condividi questo avrai cinque settimane di guai, se non condividi quest’altro morirai entro un mese, etc. Nella stragrande maggioranza dei casi c’erano poi quelli in cui si diceva che se non condivideva era gay. (…) Nessuno, in famiglia, si dà pace per quanto è successo né si capacita ancora oggi di un gesto così estremo che, secondo i genitori, sa­rebbe comunque dipeso da un’aumentata pressione legata a ciò che gli ve­niva detto e fatto dai compagni. Perché Marco era un ragazzo solare, dolce e gentile e sempre pronto ad aiutare chiunque ne avesse bisogno, persino gli sconosciuti che gli chiedevano aiuto, ma gli ultimi giorni di vita erano stati molto tormentati, era nervoso e non parlava più con nessuno.
Arriviamo, purtroppo, al suo ultimo giorno, raccontatoci in lacrime dai suoi genitori: era una calda mattina dell’ottobrata napoletana del 2013 e come in tante altre occasioni, dopo aver pranzato, il papà gli aveva chiesto di andare a preparare il campetto di calcio poiché di lì a poco sarebbero arrivati i ragazzini per giocare. Marco era stato sempre disponibile, ma questa volta la sua risposta fu un inatteso e netto rifiuto, tanto da inne­scare un deciso battibecco, la reazione d’ira del padre e la sua decisione di allontanarsi da casa senza che nessuno capisse dove fosse diretto: verrà ritrovato dal padre qualche ora dopo impiccato a una trave nella loro can­tina con una corda che il papà aveva riposto lì da qualche tempo.
Dopo qualche giorno dalla sua morte i genitori hanno deciso di fare un post ai suoi compagni sul suo account di Facebook: “Siamo i genitori di Marco e vorremmo che voi amici ci parlaste di lui per come lo conoscevate, in tutte le forme e modi possibili (e-mail, messaggi, anche anonimi, chat, etc.): aiutateci a capire il perché del suo gesto estremo. Grazie, siamo in attesa”. Solo 15 like, ma nessuna risposta.
Il giorno del funerale erano presenti in massa, tutta la sua classe e an­che molti altri del suo istituto, sicuramente tristi e sorpresi, ma nessuno sembrava mortificato o in difficoltà per qualcosa, e tranne qualche scon­tato messaggio su Facebook, nessuno si è fatto più vivo.
Il testo sopra riportato è disponibile per la stampa citando la fonte © Infinito edizioni 2016 (www.infinitoedizioni.it).