Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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martedì 11 luglio 2017

11 luglio 1995, la caduta di Srebrenica

Ventidue anni fa, davanti agli occhi del mondo – colpevolmente indifferente – cadeva nelle mani del generale Mladić e dei suoi uomini la cittadina di Srebrenica, dopo un assedio durato tre anni. Ripercorriamo il giorno chiave grazie al lavoro di ricostruzione storica che è il cuore del volume Srebrenica. I giorni della vergogna (Infinito edizioni).
Martedì 11 luglio 1995
Alle 6,00 del mattino la popolazione si è già riversata nelle strade devastate, in attesa. Al rumore dei motori degli aerei della Nato non segue il tanto atteso boato delle bombe. Perché? Alle 9,00 il colonnello olandese ammette davanti ai rappresentanti della comunità che la sua richiesta d’appoggio aereo è stata considerata sottoposta in modo non conforme al regolamento. In volo da ormai più di quattro ore, gli aerei sono in riserva e devono rientrare in Italia, ad Aviano, da dove sono partiti. Intorno alle 10,30 l’artiglieria serba ricomincia a vomitare fuoco sulla città. Karremans informa il comando, ma alle 11,00 il generale Janvier ancora esita a capacitarsi del fatto che i serbo-bosniaci stiano sferrando l’attacco finale. La gente di Srebrenica è tutta in strada, in trappola. La città sta per cadere e gli uomini sanno che i primi a subirne le conseguenze saranno loro. In molti decidono di separarsi dalle famiglie che, in fin dei conti, restano “al sicuro” con gli olandesi dal casco blu.
Lo stesso Karremans, secondo molti testimoni, invita gli uomini a prendere la via del bosco per cercare di sfuggire alla vendetta degli assedianti, accecati dalle esecuzioni sommarie effettuate dalle forze musulmane nei tre anni precedenti in una cinquantina di villaggi nei dintorni di Srebrenica, dall’alcol, dalla droga, dalle menzogne propagandistiche e dalla promessa di bottino. Tra le 12.000 e le 15.000 persone, in gran parte uomini (che costituiranno la cosiddetta colonna mista), scelgono di prendere la strada delle montagne, che passa attraverso i boschi per arrivare, dopo una roulette russa di una cinquantina di chilometri di campi minati, dirupi, sterpi e cannonate, a Tuzla, nel territorio controllato dal governo bosniaco, definito territorio libero. Sarà in seguito ribattezzata, questa, la Marcia della morte. Almeno 20.000, più probabilmente 25.000, tra donne, bambini, feriti e malati fuggono invece a piedi verso la lontana base olandese di Potočari. I sopravvissuti ricordano quella giornata come un inferno in terra, anche per la temperatura, già a quell’ora vicina ai 35 gradi centigradi.
Alle 12,05 il generale Janvier autorizza l’intervento aereo. Alle 14,40 – più di due ore e mezza dopo – due F16 olandesi sparano altrettanti missili sulle postazioni serbe. Si odono due deflagrazioni, due tank centrati, poi più nulla: così si esaurisce la risposta della comunità internazionale contro la violazione della Risoluzione 819. Gli assedianti intensificano il cannoneggiamento della città e minacciano di uccidere gli ostaggi olandesi oltre che di sparare sugli sfollati inermi. Dall’esterno, da quel momento in poi, non sarebbe più arrivato alcun aiuto ai dannati di Srebrenica. Gli olandesi non reagiscono, non sparano neppure un colpo: in compenso, caricano su qualche camion bianco con la scritta UN i feriti e le donne con i bambini piccoli, qualche anziano, e velocizzano l’evacuazione verso il compound di Potočari. Alcuni malati saranno persino “dimenticati” in ospedale.
Alle 16,15 il generale Mladić, comodamente seduto su una jeep, aggiustandosi i capelli tagliati di recente entra a Srebrenica e proclama ufficialmente la conquista della città. Da quel momento in poi qualsiasi azione di stampo propagandistico sarà ripresa dalla troupe televisiva che il carnefice serbo-bosniaco porta sempre con sé. (…)
Il generale fissa l’obiettivo, poi espone con fermezza il suo breve discorso, che legge da un foglio che regge in mano. La telecamera inquadra solo il grosso ovale del viso da fiera, il collo e un accenno delle spalle. Il viso è arcigno ma disteso, il sorriso con difficoltà rimane sotto le gote rubiconde; i capelli, brizzolati e ben pettinati, sono quelli di una star hollywoodiana.
Una stella sanguinaria: «Siamo qui, l’11 luglio 1995, nella Srebrenica serba […]. Abbiamo dato questa città alla Nazione Serba. Ricordando la rivolta contro i turchi, è arrivato il momento di prendere la nostra vendetta contro i Musulmani». Si volta a sinistra e se ne va. La telecamera continua a inquadrare il vecchio camion bianco fermo in lontananza, sotto un palazzo sul cui tetto campeggia un’insegna che reca il nome della città caduta.
Alla base di Potočari, nel frattempo, continuano ad arrivare i fuggiaschi: stanchi, assetati, disperati. Alle 16,30 i caschi blu olandesi decidono di considerare la base piena. Gli ufficiali mandati da Amsterdam convocano gli interpreti e li istruiscono: devono dire alle migliaia di persone che ancora stanno affluendo che il compound è chiuso e sarebbero potute entrare solo madri con bambini piccoli e donne incinte. La gente è incredula. Rimangono fuori dalla base circa 20.000 persone, che cercano riparo nelle immediate vicinanze: all’interno trovano rifugio solo circa 5.000 sfollati.
Nella “Srebrenica serba” uno Mladić raggiante incita i suoi a non fermarsi nella deserta città ma a continuare fino a Potočari: intorno alle 16,45 i serbo-bosniaci, armati fino ai denti, ubriachi, drogati, inebriati dal sangue e dalla vittoria, si presentano al cancello della base Onu. Non ci sono solo i soldati di Mladić; con loro camminano fianco a fianco i criminali prezzolati di Arkan e i serbi ultranazionalisti di Šešelj, con i cani al guinzaglio. Ancora una volta, sono le telecamere serbe a svolgere un lavoro di testimonianza per il resto del mondo, facendo diventare denuncia la propaganda: ecco i volti terrorizzati dei caschi blu olandesi (un uomo e una donna) al cancello fatto di pali e rete metallica; ecco i “guerrieri” di Mladić, spavaldi, girare intorno alla base olandese terrorizzando con la loro sola presenza gli sfollati.
Le telecamere indugiano, i bambini piangono, un bimbo musulmano ha lo sguardo perso nel vuoto e tiene stretto in braccio il piccolo coniglio bianco con cui si è messo in salvo, immobile compagno di un assedio che nessuno dei due è in grado di capire, motivare. Gli olandesi se ne stanno fermi, impietriti, con le mani sui fianchi, in piedi al di là della rete oltre la quale gli zoom delle telecamere serbe spadroneggiano. (…)
La notte, raccontano i testimoni che la vissero, è fredda – anche a causa dello stress della giornata e della mancanza di cibo, acqua, vestiti asciutti – e popolata dai fantasmi dell’imminente tragedia. E di altri arrivi; alcuni alla spicciolata, altri di gruppi anche consistenti di persone che, solo all’ultimo momento, nei villaggi più isolati dei dintorni di Srebrenica, hanno saputo della capitolazione della città e sono dovuti fuggire dalle loro case. Intorno alle 23,30 di quell’interminabile 11 luglio Karremans incontra nuovamente Mladić in compagnia di un maestro locale, Nesib Mandžić, il viso affranto e una giacca scura. Ancora una volta, la scena è riempita dal generale serbo-bosniaco, nel più tragico reality show mai concepito da mente umana. «Ti prego di scrivere. – attacca il generale, questa volta in scena di profilo, parlando con il malcapitato maestro – Dovete consegnare le vostre armi e tutti coloro che ne fanno uso. Io garantisco per le loro vite. Lo hai capito? Nesib, il futuro della tua gente è nelle tue mani. Non solo in quest’area. Ho finito. Siete liberi di andare». Karremans finisce di annotare, piega il suo foglietto ed è pronto ad andare via. Gli ufficiali serbo-bosniaci hanno già obbedito all’ordine del capo e hanno cominciato ad alzarsi dalle sedie. Il giovane maestro esita: «Glielo dico onestamente. Io sono qui per caso come rappresentante e non posso essere responsabile…» «Questo è un tuo problema. Voi dovete consegnare le armi e salvare la vostra popolazione dalla distruzione!», replica Mladić. Nesib non può. Gli olandesi tacciono.