Dalla
Bosnia Erzegovina in mano alle oligarchie politiche e criminali sono andate via
151.000 persone negli ultimi quattro anni. Lo riferisce l’agenzia Fena citando una ricerca compiuta dall’Unione
per il ritorno sostenibile e le integrazioni in collaborazione con un centinaio
di organizzazioni non governative locali. Per una popolazione censita in
occasione del discusso referendum del 2013 in circa 3,5 milioni di persone, si
tratta di un’emorragia spaventosa, l’ennesima negli ultimi venticinque anni. Va
ricordato che oltre un milione di cittadini bosniaco-erzegovesi vive già all’estero
e costituisce la cosiddetta diaspora. La povertà, la criminalità, la mancanza
di lavoro, la radicalizzazione dei nazionalismi, la totale mancanza di risposte
della politica ai bisogni delle persone, i continui scandali, l’assoluta
mancanza di prospettive sono le ragioni principali per le quali le persone
lasciano il Paese, stante anche l’incapacità dell’Unione europea di assumere
decisioni che contrastino con la polarizzazione politica all’interno di pochi
gruppi oligarchici impuniti e sostenuti internazionalmente. Non sono solo i
giovani ad andare via, ma spesso sono le madri di famiglia, che all’estero
cercano di trovare un reddito per permettere alle loro famiglie di sopravvivere
in patria. Intere zone del Paese sono oggetto ormai di un diffuso spopolamento,
come nella Bosnia orientale e in quella settentrionale, ma non è ben chiaro se
si tratti di un preciso disegno politico o di semplice cecità di chi governa.
Quel che è chiaro è invece che appezzamenti sempre più ampi di terreno sono
oggetto dell’interesse di gruppi arabi ed europei, che acquistano a prezzi
irrisori, certo non casualmente.
martedì 31 ottobre 2017
martedì 24 ottobre 2017
Poche ore per il nuovo sito www.infinitoedizioni.it
dalle 18,00 circa del 23 ottobre 2017 potreste riscontrare
problemi sia nel navigare sul nostro sito www.infinitoedizioni.it sia nel
comunicare con noi via posta elettronica.
I problemi di cui sopra sono dovuti al fatto che, come
preannunciato circa un mese fa, tra la
fine del 24 ottobre e il 26 ottobre circa prenderà corpo la seconda delle tre
grandi novità del 2017. Se la prima novità era il passaggio con la società
Emme Promozione per quanto riguarda la promozione editoriale dei nostri libri,
la seconda è legata al nuovo sito Web,
che metteremo appunto online nei
prossimi giorni. E di cui qui potete vedere una piccolissima anteprima in
questa immagine. Poiché il caricamento del nuovo sito – dietro cui ci sono mesi
di lavoro a fari spenti – coincide anche con il cambiamento di hosting, che
coinvolge inevitabilmente anche le caselle di posta elettronica, ecco spiegato
il perché delle 48 ore di “buio” internettiano che ci prepariamo a vivere.
Fino al 26 ottobre, in ogni caso, sarà disponibile per le
emergenze la casella e-mail infinitoedizioni@gmail.com
Speriamo che il nuovo sito vi piaccia.
La navigazione è molto più agile, è pensato per girare sui
dispositivi mobili, è molto più dinamico del vecchio e molto più divertente sia
da navigare che da sviluppare. È possibile che nei primi giorni di vita del
sito possano riscontrarsi dei problemi, ma con il vostro aiuto andrà in breve
tutto a posto. Tra i problemi riscontrabili, c’è senz’altro il mancato
caricamento di una settantina di e-book, al quale avremo modo di porre rimedio
man mano nelle prime settimane di vita del nuovo sito. In ogni caso tutti gli
e-book continuano a essere disponibili sulle decine di store online presso i quali sono normalmente in vendita e molto
presto saranno disponibili anche le versioni e-book degli ultimissimi libri,
rispetto alle quali siamo rimasti indietro.
Arrivederci a fine 2017 con l’ultima grande novità di quest’anno
di grandi cambiamenti. E speriamo che il nuovo sito Web piaccia a voi tanto
quanto piace a noi.
Grazie per la pazienza e per la collaborazione gentilissima
che ci darete.
Infinito edizioni
Caporetto 1917: fu resa o battaglia?
Ricorre il prossimo 24 ottobre il centenario della
dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio conosciuta come battaglia o disfatta
di Caporetto. Abbiamo chiesto allo storico Valerio Curcio, che ha curato
l’introduzione al romanzo storico di Daniele Zanon Nina nella Grande
Guerra, un commento sui fatti di quel giorno.
A cent’anni di distanza
siamo ancora qua a discutere su cosa rappresentò veramente per il Regio
Esercito Italiano quel che accadde dalla notte sul 24 ottobre 1917. L’episodio
è noto in tanti modi, tutti coniugati al negativo, ancor oggi sinonimi di
infausti presagi; rotta, disfatta, resa, disastro, catastrofe. In pochi hanno sentito
parlare di battaglia di Caporetto.
Probabilmente la sfumatura negativa si deve al revisionismo storico durante il
ventennio fascista o al famoso bollettino di Cadorna nel quale si additavano i
soldati italiani di viltà e tradimento, quali unici responsabili dei fatti
accaduti.
In occasione del Centenario
la discussione si è riaperta; oggi abbiamo a disposizione una gran mole di documenti
che, nella maggior parte dei casi, si discosta in modo anche deciso dalla
storiografia ufficiale, quest’ultima viziata dal revisionismo imposto durante
il ventennio fascista.
lunedì 23 ottobre 2017
“Nina nella Grande Guerra” cento anni dopo Caporetto
“Nina
nella Grande Guerra” è un romanzo storico, in equilibrio fra storia
e finzione. Quale peso hanno avuto nella narrazione i due termini, cioè
l’invenzione narrativa e il rigore storico?
Nina nella Grande Guerra è
romanzo storico in senso ampio. La narrazione si sviluppa attorno a fatti
successi realmente, ma questi fatti vengono messi in relazione attraverso il
vissuto di personaggi che sono frutto di fantasia. Storie minori e personaggi
inventati servono a portare all’attenzione del lettore la verità di fatti
storiograficamente importanti.
Quali sono allora questi
fatti veri su cui si costruisce il plot del romanzo?
I fatti sono sostanzialmente
tre.
Il primo: due giorni prima
della rotta di Caporetto arrivano al comando italiano di Cividale due disertori
romeni. Questi consegnano in mani italiane il piano di attacco austriaco così
come si sarebbe verificato il 24 ottobre.
Il secondo: il comando di
Cividale, in conseguenza a questa informazione, decide di mandare in località
Foni, poco distante da Caporetto, uno dei due reggimenti che compongono la
brigata Napoli, così da arginare lo sfondamento del giorno dopo. Sono
cinquemila uomini. Troppo pochi, comunque. Non avrebbero avuto alcuna
possibilità di fare la differenza. Ma il giorno dopo la brigata Napoli non sarà
al posto designato. Tutti quei soldati se ne staranno nascosti nelle alture
circostanti. Questo è ciò che succede.
Il terzo fatto è davvero
piccolo e insignificante ma mi conquistò più di tutti appena ne venni a
conoscenza, tanto da farne il vero cuore del romanzo. Nei giorni successivi lo
sfondamento di Caporetto, dopo la sostituzione di Cadorna col generale Diaz,
viene dato l’ordine di scavare una trincea bassa, 30 chilometri sotto la linea
del Piave. La trincea, che seguiva la linea Treviso-Vicenza, sarebbe servita ad
arginare un eventuale sfondamento dell’esercito nemico anche sulla linea del
Piave. Durante lo scavo della trincea, a Galliera Veneta, viene tirato fuori un
morto. Un morto sepolto. E la cosa è assolutamente incredibile.
Un morto non era cosa
poi così incredibile nello scenario di quei giorni.
Un morto in guerra no di certo.
Ma quel morto, fra l’altro sepolto da non molto, è saltato fuori da uno scavo
fatto in mezzo a un campo, dove per caso passava la linea della trincea, in
mezzo a un campo confiscato dall’esercito. Quel morto era stato sepolto lontano
dal cimitero, ovviamente da qualcuno che non voleva si sapesse. Chi era quel
morto? Chi l’aveva sepolto?
Appunto, chi era?
Nessuno l’ha mai saputo. E non
venne fatta neppure nessuna indagine dai carabinieri di Galliera Veneta di quel
tempo.
venerdì 20 ottobre 2017
22 ottobre 1992, a Višegrad va in scena il massacro di Sjeverin
Višegrad,
Valle della Drina, Bosnia orientale: qui dal 19 maggio 1992 comandano i cugini Milan e Sredoje Lukić, sanguinari paramilitari
serbo-bosniaci che, con le loro Aquile bianche, un gruppo di assassini ancora
oggi in larga parte impuniti, impongono alla cittadina e ai villaggi nei
dintorni un regime del terrore e dell’orrore.
I
due cugini si rendono protagonisti di una serie di episodi tremendi e con
operazioni di rastrellamento, deportazioni e omicidi di massa di
decine di civili all’interno di case private compiono una completa pulizia etnica ai danni dei musulmani-bosniaci – che
costituivano il 63 per cento della popolazione locale. Circa tremila
persone vengono uccise e
fatte scomparire.
Il 22 ottobre 1992 sedici
musulmani-bosniaci, quindici uomini e una donna, in viaggio per motivi di
lavoro, sono rapiti sull’autobus di linea serbo che viaggiava da Sjeverin a
Priboj, in Serbia. L’autobus viene fermato dal
gruppo paramilitare serbo-bosniaco delle Aquile bianche, al comando di
Milan Lukić, a circa due chilometri dalla cittadina serbo-bosniaca di Rudo.
Dopo aver controllato i documenti di tutti i passeggeri, i paramilitari
ordinano ai “non-serbi” di scendere dal mezzo. I bosniaci saranno caricati su
un camion davanti al bar Amfora, brutalmente torturati nell’hotel Vilina
Vlas, portati sulla riva della Drina, uccisi e i corpi gettati nel fiume.
L’unico musulmano sull’autobus a salvarsi è Admir Đikić, 13 anni, che ha la
prontezza di riflessi di nascondersi dietro Ilija e Desa Kitić, una coppia di
serbo-bosniaci che gli salvano la vita dichiarandolo loro figlio. La strage dei
passeggeri di Sjeverin è il primo caso in cui i paramilitari serbo-bosniaci
assassinano non dei musulmani-bosniaci cittadini della Bosnia Erzegovina, ma
dei musulmani-bosniaci cittadini serbi. Per i fatti della cosiddetta strage di
Sjeverin a oggi sono stati condannati solo quattro responsabili, ovvero Milan
Lukić, che ha avuto l’ergastolo per la somma dei suoi crimini, Dragutin
Dragićević e Oliver Krsmanović, cui sono stati comminati vent’anni di carcere,
e Đorđe Šević, che ha avuto quindici anni.
Questa e
tante altre vicende sono narrate in Višegrad. L’odio,
la morte, l’oblio (Infinito edizioni, 2017), reportage scritto
sul campo dal giornalista Luca Leone.
Processo Mladić, possibile sentenza di primo grado il 22 novembre
I
giudici del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex
Jugoslavia (Tpi) potrebbero emettere il prossimo 22 novembre la sentenza di
primo grado nell’ambito del processo per genocidio, crimini di guerra e crimini
contro l’umanità istruito contro l’ex capo di stato maggiore serbo-bosniaco, l’ex
generale Ratko Mladić. Ne ha dato notizia lo stesso Tpi.
Per Mladić,
74 anni – da molti ribattezzato “il boia di Srebrenica” o “Il macellaio di
Srebrenica” –, la Procura generale del Tpi ha chiesto la condanna all’ergastolo.
Qualunque
sia la sentenza di primo grado, è quasi certo che il processo contro Mladić non
si concluderà prima della sentenza di appello.
La
latitanza di Mladić, protetta sia da elementi interni alle istituzioni serbe
che serbo-bosniache, si è protratta fino al 26 maggio 2011, quando è stato
arrestato e successivamente estradato a L’Aja. Il processo è cominciato un anno
dopo.
venerdì 13 ottobre 2017
1-5 novembre: Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac
Motori quasi caldi e gruppo quasi pronto per il viaggio dell'1-5 novembre 2017 a Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac. E altro ancora, dalla piega molto interessante che sta prendendo l'organizzazione. Ma per ora meglio non scoprire le carte. Con me e Stefano Donà questa volta c'è Silvio Ziliotto, grande amico e traduttore. Incontreremo persone, vedremo luoghi, conosceremo associazioni e alcune pagine della storia europea del Novecento fin qui molto poco narrate. Al momento abbiamo ancora solo 6-7 posti liberi. Se ci fossero persone interessate a venire a fare quest'esperienza, i contatti sono sul volantino presente in questa pagina. Buon fine settimana.
giovedì 12 ottobre 2017
Cinque bambini, un arco e un assassino…: la fotografia dell'Italia di oggi e di domani?
Oggi
in pausa pranzo me ne stavo tranquillo e sereno al campo di tiro con l’arco.
Tranquillo e sereno si fa per dire, perché domenica c’è l’esordio stagionale indoor e l’arco, quando tra infortuni e
trasferte di lavoro non ti alleni da mesi, ti presenta sempre il conto. Un
conto molto salato.
Comunque,
me ne stavo lì, sotto al tunnel, a provare a scoccare dai 18 metri qualche
freccia decente, quando d’improvviso sento un rumore sordo alla mia sinistra.
Stavo per tirare, quindi provo a non farci caso, ma il risultato è un
inevitabile 5. Che diavolo succede? Do un’occhiata fuori e vedo che, affacciati
alla ringhiera sul muretto che divide il campo di tiro con l’arco dalla scuola
materna, c’è un gruppetto di cinque bambini appesi all’ombreggiante.
Spesso
a pranzo è così, quindi non ci faccio caso e vado avanti. O, almeno, ci provo.
Dopo poco un altro rumore sordo, poi ancora. Stanno tirando verso il tunnel – e
verso di me, che me ne sto là dentro – sassi e bastoni. Sono tentato d’uscire
ma decido di lasciar correre, certo che le maestre interverranno. Come non
detto. Non solo i cinque continuano con il lancio di sassi e bastoni, ma uno di
loro urla contro di me una parola terribile: “Assassino”. In vita mia me ne
hanno dette un po’ di tutti i colori, visto anche il lavoro che faccio, ma “assassino”
è la prima volta. Mi ha fatto malissimo. Ho provato ad andare avanti,
confidando nell’intervento delle maestre, ma il linciaggio è continuato, e alla
voce del primo bimbetto via via se ne sono aggiunte un’altra, poi una seconda,
infine una terza: “Assassino”, gridavano a un certo punto in quattro. E poi,
con grida sempre più selvagge, il capobranco: “Muori!”. Solo una vocina fuori
dal coro diceva, flebile: “Non è vero, non è un assassino, lui tira solo con l’arco…”.
Misura
colma: ho posato l’arco, le frecce e sono uscito fuori. Due gesti repentini:
stop ai cinque che tentavano la fuga, secco invito a una delle due maestre – la
più giovane – di avvicinarsi, mentre le più anziana si allontanava. Ho fatto il
mio discorsetto, ho spiegato una serie di cose che credo fondamentali, anche a
uso e consumo della deludente maestra, e me ne sono tornato nel tunnel, ma
ormai le frecce andavano per conto loro e l’unica opzione possibile era
tornarsene al lavoro, amareggiato.
Mi
sono posto delle domande. Mi sono chiesto quanto violente possano essere le
parole del padre di quel bambinetto, la sera a casa o nei fine settimana, per spingere
un’anima ancora comunque candida ad andare in giro a dire certe cose. Con chi
ce l’avrà mai quell’uomo? Chi sono gli assassini? Chi vorrebbe veder morire?
Ma la
cosa più sorprendente è stata, attraverso quei cinque bimbetti e la loro
insegnante, trovarsi impotente – ma fino a un certo punto – di fronte alla
fotografia dell’Italia di oggi e di domani. Il 20 per cento di facinorosi e
forcaioli; il 60 per cento di massa grigia, pavida, vigliacca, omertosa, pronta
a schierarsi un po’ alla volta con chi strilla di più, senza chiedere ragioni; un
20 per cento di società civile che prova a usare l’arma della ragione e del
dialogo, inevitabilmente inascoltata. E le istituzioni che si voltano dall’altra
parte e lasciano stare.
Se
questa è la fotografia del nostro Paese oggi e domani – e purtroppo lo è –
abbiamo davvero poco di cui stare allegri.
Qualcuno
potrà eccepire: non è l’Italia, è tutto il mondo che va così. Beh, ancora
peggio, ancora più preoccupante, se ci pensate… c’è da rimboccarsi parecchio le
maniche…
mercoledì 11 ottobre 2017
Cadorna sapeva: Caporetto 100 anni dopo

La
prima fonte la troviamo nei fatti di Carzano del settembre del ’17. Un maggiore
sloveno, tale Ljudevit Pivko, consegnò all’Italia un piano che, se messo in
atto, in poche mosse, avrebbe potuto far vincere la guerra all’esercito
italiano. Pivko in quel periodo prestava servizio a Carzano, in Valsugana, in
quel momento territorio austriaco. Il maggiore rivelò che la strada fino a Trento
era libera, che Trento stessa era sguarnita di uomini, che il grosso
dell’esercito si stava spostando a est, a Tolmino appunto. L’Austria stava
organizzando la madre di tutte le offensive.
Pivko
ricevette ascolto e si tentò di attuare il suo piano, ma i fatti di Carzano
finirono in tragedia.
Ora,
al di là delle motivazioni di quel fallimento, ciò che ci interessa è
semplicemente lo strascico che quella storia ha avuto, o meglio, che non ha
avuto. Perché anche se quella storia era finita male, a Cadorna rimaneva in
mano la grande informazione. Il grosso dell’esercito austriaco era in faccia a
Caporetto, pronto a sfondare. Non mancava molto. Tuttavia, il generalissimo
rimase immobile.
Non
bastasse, ulteriore conferma dello sfondamento arrivò a Cadorna qualche
settimana più tardi. A metà ottobre un ufficiale ceco, disertore austriaco,
portò l’informazione che un grande contingente germanico si stava organizzando
per un massiccio attacco davanti a Tolmino. Dopo qualche giorno, il 21 ottobre,
altri due disertori, romeni questa volta, portarono addirittura l’ordine di
attacco preciso che l’Austria avrebbe messo in atto.

E
così andarono le cose.
Tutto
quello che fece Cadorna, dopo l’ennesima conferma dello sfondamento imminente,
fu di inviare la brigata Napoli, la sera precedente al 24 ottobre, in località
Foni, esattamente davanti a Tolmino, in direzione Caporetto. Un pugno di uomini
ad arginare un esercito. Al mattino, la brigata Napoli non si fece trovare al
posto designato. Forse la notizia di quanto stava succedendo era in qualche
modo arrivata fino a loro e scelsero di sottrarsi a quel sacrificio inutile. Ma
la storia della brigata Napoli in quella notte non è rilevante. La vera
questione rimane legata a Cadorna.
Qualsiasi
stratega militare, nel mezzo di una guerra tanto maledetta, con un’informazione
tanto chiara fra le mani, avrebbe fatto una sola cosa, difficile anche solo da
pronunciare, ma unica scelta possibile. L’unico ordine militarmente sensato
sarebbe stato quello di bombardare Tolmino con artiglieria pesante, far
disperdere l’esercito nemico, rompere gli schieramenti. Lì c’era un formicaio
di uomini pronto a riversarsi in Friuli. Le linee di tiro erano facili e le
possibilità di riuscita evidenti.
Perché
Cadorna non l’ha fatto? Perché non ha agito?
La
domanda rimane, e rimarrà, forse per sempre, senza una risposta.
Il
racconto dei fatti di Carzano è contenuto nel romanzo Il Battaglione Bosniaco, di Daniele Zanon e Valerio Curcio.
La
storia dei disertori romeni e il perché dell’assenza della brigata Napoli a
Foni, sono i pilastri del romanzo storico Nina nella Grande Guerra, di Daniele Zanon.
martedì 10 ottobre 2017
10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte
Il
10 ottobre è una data importante nell’elenco delle ricorrenze da celebrare
perché si ricorda la
Giornata Mondiale
contro la pena di morte, che ha iniziato a essere ricordata nel 2003. L'evento
venne promosso dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, che riunisce
organizzazioni non governative internazionali, ordini degli avvocati, sindacati
e governi locali di tutto il mondo.
Nel
nostro Paese l’abolizione della pena di morte era stata prevista già nel 1889
durante il Regno d’Italia, ma la pena capitale fu poi reintrodotta sotto il
regime fascista. L’ultima esecuzione avvenne nel 1947, e la pena di morte fu
abolita dalla Costituzione nel 1948 e, soltanto nel 1994, anche dal codice
militare. Il nostro Paese, comunque, non è il fanalino di coda in Europa: la
Città del Vaticano la rimuove dalla Legge fondamentale soltanto nel 2001,
mentre la Francia la abolisce nel 1981, ma la esclude esplicitamente dalla
Costituzione nei primi mesi del 2007. Il motivo di tale intervento ha lo scopo
di rendere più difficile un suo eventuale reinserimento nel codice penale:
infatti il leader di estrema destra Jean Marie Le Pen aveva proposto di
reintegrarla sia nel 1994, a seguito di gravi fatti di sangue e nel 2004 per gli
atti terroristici.
Attualmente
la pena capitale è ancora applicata in 57 Paesi al mondo mentre 141 Paesi
l’hanno abolita: ci sono diverse associazioni che lottano contro l’abolizione
totale, tra le prime Amnesty
International, che ha patrocinato il lavoro, composto da un libro e un dvd
di e con Marco Cortesi dal titolo L’Esecutore.
Ancora sul tema della pena di morte segnaliamo il Rapporto
2016-2017. La situazione dei Diritti Umani nel mondo, in cui Amnesty
International documenta la situazione
dei diritti umani in 159 Paesi e territori durante il 2016, segnalando gli
Stati dove è ancora in vigore o dove è stata recentemente introdotta per punire
dei reati.
Srebrenica: assolto Naser Orić, la dura reazione serba e serbo-bosniaca
Il
Tribunale di Sarajevo ha assolto, con non poca sorpresa generale, l’ex
comandante paramilitare della difesa di Srebrenica durante l’assedio
serbo-bosniaco, il musulmano bosniaco Naser Orić, dall’accusa di crimini di
guerra contro civili in merito all’omicidio, nel 1992, di tre civili serbo-bosniaci
in tre villaggi siti nei dintorni di Srebrenica. Si tratta dell’ennesima
assoluzione inanellata da Orić nell’ambito dei processi intentati ai suoi danni
in merito alle violenze perpetrate nel 1992 contro civili serbo-bosniaci da
parte di squadre paramilitari musulmano bosniache, dopo che la prima
aggressione serbo-bosniaca a Srebrenica era stata respinta e i musulmani
bosniaci avevano ripreso il controllo della città, sostenendo un assedio che
sarebbe durato fino al luglio del 1995 e si sarebbe concluso con l’omicidio a
sangue freddo di 10.701 maschi musulmano bosniaci di età compresa dai 12 ai 76
anni, nella totale indifferenza dei caschi blu olandesi dell’Onu presenti in
loco.
Dura la
reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić, secondo cui “le vite dei serbi
evidentemente non valgono quanto quelle degli altri”. Una reazione scomposta e
priva di visione da parte di un presunto ultranazionalista “pentito” e passato
al campo moderato, che qualcuno già considera un punto di riferimento per la
stabilità della martoriata regione balcanica. Alimentare il senso di persecuzione
del bacino elettorale nazionalista serbo può essere positivo per il futuro
politico di Vučić ma non certo per i già problematici equilibri dell’area. Come
al solito distruttiva la reazione del presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik,
da mesi in difficoltà politica e quindi deciso a entrare a gamba tesa appena
possibile pur di recuperare un po’ di credito politico e prolungare la sua
permanenza sulla poltrona del potere. Dodik ha invitato tutti i serbi a
lasciare le istituzioni statali bosniache, ponendosi di fatto una volta di più
in continuità con le decisioni politiche del criminale di guerra Radovan
Karadžić, condannato lo scorso anno dal Tribunale de L’Aja a quarant’anni di
carcere. Eccessiva anche la reazione delle donne di Srebrenica, che hanno
applaudito e abbracciato Orić, che loro considerano un eroe di guerra ma il cui
operato – e quello dei suoi luogotenenti – a Srebrenica è ancora oggi pieno d’ombre
e meriterebbe un vaglio più approfondito sia da parte della giustizia che da
parte degli storici.
In ogni
caso – e questo è un dato di fatto – sembra non esserci mai pace in Bosnia né
per i vivi né per i morti.
lunedì 9 ottobre 2017
Venezuela, la vicenda del giornalista Roberto Di Matteo
"Adesso
che il nostro collega italiano Roberto Di Matteo, è stato rilasciato dalle autorità
venezuelane, con lo svizzero Filippo Rossi e quello venezuelano Jesus Medina,
tiriamo un sospiro di sollievo”, commenta la nostra autrice, volto del Tg2,
Christiana Ruggeri. “La vicenda di Di Matteo è stata seguita dalla Farnesina
con grande attenzione, così come dalla FNSI, da Articolo 21 e dal sindacato
venezuelano dei cronisti. Il fatto che i tre stessero conducendo
un'inchiesta nel carcere di Tocoron, nello Stato di Aragua, dovrebbe però far
riflettere sul tracollo di questo Paese. Dove almeno 27 penitenziari su 34 non
corrispondono alle normative minime di legge. Dove i cartelli della droga
continuano a imperare quasi indisturbati e a esportare all'estero meglio di
prima. E dove il regime di Maduro tiene prigionieri ancora tremila tra
manifestanti, intellettuali, persone comuni”.
Diventa
sempre più attuale, dunque, la denuncia del libro-reportage pubblicato per la
nostra casa editrice dalla giornalista Ruggeri dal titolo "I Dannati", sul PGV,
nell'Estado Guarico, la prigione gestita dai narcos e da poco parzialmente
smantellata, dove per 20 anni è successa l'ecatombe. “Nel carcere di San Juan de Los Morros pochi mesi fa è
venuta alla luce una grande fossa comune. I pranes sopravvissuti, i
capi narcos, si sono riorganizzati in altri càrcel.
E stanno già facendo parlare di loro".
Il libro:
Titolo: I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo
Autrice: Christiana Ruggeri. Prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Alessio Scandurra
Titolo: I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo
Autrice: Christiana Ruggeri. Prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Alessio Scandurra
€
14,00 – pag. 168
Con
il patrocinio di Antigone onlus
domenica 1 ottobre 2017
Infinito edizioni, autunno di fondamentali “conti alla rovescia”
È per
noi importante far sapere ai nostri lettori che, oltre alla consueta
programmazione letteraria autunnale, la nostra casa editrice sta lavorando a
grandi novità. E poiché queste novità si materializzeranno tutte entro la fine
del 2017, da ora partono due importanti conti alla rovescia.
Il
più e fondamentale countdown è quello
che si concluderà esattamente tra 91 giorni, alla fine del 2017, del quale vi
racconteremo diffusamente il 31 dicembre, poiché per la nostra casa editrice si
tratta di una novità di importanza eccezionale.
Il
secondo conto alla rovescia si concluderà invece tra il 21 e il 22 ottobre e
rappresenta, dopo un anno di lavoro, un altro fondamentale tassello, che tutti
potrete apprezzare facilmente.
A
questo si aggiunga che l’8 novembre, tra poco più di un mese, Infinito edizioni
compirà tredici anni di vita ed entrerà nel suo quattordicesimo anno con sempre
più entusiasmo, mentre va ricordato il recente passaggio (in settembre) della
nostra casa editrice con la società di promozione Emme Promozione.
Stiamo
facendo grandi sforzi in un Paese che legge sempre meno perché ci crediamo e
perché non vogliamo farci travolgere dalla mediocrità, che pare essere
diventata il minimo comun denominatore dell’essere italiani, in questi ultimi
anni.
Le
novità servono a dare una scossa positiva ma anche a dare un esempio, o
comunque a provarci: la nostra scelta è da sempre quella di lavorare duro per
dare e proporre il meglio, sperando che i nostri sforzi possano contribuire,
nonostante tutto, nonostante il totale disinteresse e lo snobismo volgare di
tanti politici nazionali e amministratori locali, alla creazione di un Paese
migliore. Nonostante tutto, appunto. E senza il timore di andare ed essere
controcorrente.
La Corte d’Appello di Brescia “sconta” a vent’anni la condanna di Paraga
Dopo
circa tre ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise d’Appello del Tribunale
di Brescia ha pronunciato una condanna a vent’anni ai danni di Hanefija Prjić, meglio
noto come comandante Paraga, il leader
paramilitare che il 29 maggio 1993 dette l’ordine di uccidere a sangue freddo
sulla via che collega Gornji Vakuf con Travnik, la cosiddetta “strada dei
diamanti”, i tre volontari italiani Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti.
Alla strage scamparono per miracolo, fuggendo disperatamente nei boschi, altri
due nostri connazionali, Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Paraga era
stato condannato in primo grado all’ergastolo e la procura bresciana aveva
chiesto la conferma della condanna anche in appello.
Ora
il destino di Paraga è appeso a questioni procedurali e, qualora si decidesse
di considerare parte della condanna i 13 anni e quattro mesi già da lui scontati
in Bosnia e i due anni di carcerazione già affrontati in Italia dopo l’estradizione
dalla Germania, dove il criminale di guerra era stato arrestato, l’uomo che
diede l’ordine di giustiziare a sangue freddo gli innocenti volontari italiani potrebbe
presto tornare un libero cittadino. Soddisfazione è stata espressa dal legale
italiano di Paraga, mentre uno dei sopravvissuti all’esecuzione, Agostino
Zanotti, come sempre si è sforzato di trovare il lato positivo nella condanna,
seppur grandemente ridotta, esprimendo come sempre la sua fiducia nella legge.
Rimangono invece a oggi ancora a piede libero i responsabili materiali dell’eccidio,
uno dei quali sarebbe stato individuato ma non arrestato.
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