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mercoledì 15 marzo 2017

La Bosnia, 36 studenti, tre coraggiosi insegnanti... e una poesia

Appena rientrato da un viaggio d'istruzione con i ragazzi di due classi dell'ultimo anno del liceo "Berto" di Mogliano Veneto, sento il bisogno di spendere due parole per dire che abbiamo ancora speranza. Per alcuni giorni sono stato a strettissimo contatto con delle giovani adulte e con dei giovani adulti molto diversi da come viene descritta oggi da molti, erroneamente, la gioventù. Sono stati bravissimi, molto più di quanto non lo fossimo noi ai nostri tempi, sobri e rispettosi persino alla sera, in albergo. Li ho visti divertirsi quando c'era da divertirsi. Li ho visti commuoversi, ma mai in modo scontato o a comando. Li ho visti un po' alla volta sciogliersi, fino a fondersi in un abbraccio dolce con una madre di Srebrenica. Lì due mondi si sono fusi e i ragazzi hanno dimostrato a tutti che quei due mondi non esistono, che il mondo è uno solo ma che sono i pregiudizi, purtroppo, a essere tanti, troppi, devastanti. Trentasei bravissimi ragazzi. Un'aspirante comica, un promettente rapper, una futura scrittrice, una poetessa e tanti altri ancora. Alcuni hanno manifestato con facilità la loro personalità, altri ancora devono trovare la strada per uscire dal bozzolo, ma promettono bene e saranno belle e colorate farfalle. Il mondo, tutto il mondo, oggi come non mai ha tanto bisogno di colore.
I tre insegnanti sono stati straordinari. Cecilia, Patrizia e Andrea hanno dimostrato con semplicità e grande dolcezza quanto immenso sia il ruolo e il significato di un insegnante, senza alcuna paura di esprimere emozioni intense, dalla gioia alla commozione. I tre insegnanti hanno insistito, lottato e faticato per far approvare la proposta di un viaggio d'istruzione diverso: non Parigi, Barcellona, Berlino, la discoteca, lo shopping, qualche museo... ma contatto diretto con le persone, persone vere, di un Paese difficile e meraviglioso, straziante e unico come la Bosnia Erzegovina. Il sorriso di Cecilia, Patrizia e Andrea alla fine del viaggio non lasciava adito a dubbi: vittoria su tutta la linea.
Io e il mio amico Stefano ce l'abbiamo messa tutta, senza risparmiarci. Sappiamo che bisogna investire su questi ragazzi. Sappiamo che bisogna dare loro assolutamente quello che altri non vogliono o non sanno dare. Abbiamo creato tutti insieme una grande squadra, una squadra di quarantuno persone mosse dallo stesso obiettivo, coadiuvati da un autista di pullman ottimo nonno che ha avuto il coraggio e l'umiltà, in così pochi giorni, di cambiare completamente punto di vista e di vincere ogni resistenza e pregiudizio, arrivando ad ammetterlo pubblicamente alla fine. Un viaggio bello, insomma. Un viaggio da ricordare.
Un'ultima parola va spesa per i genitori. Coraggiosi quelli che hanno accettato subito un viaggio così diverso dagli altri. Coraggiosi quelli che hanno cambiato idea strada facendo. Peccato per i pochi altri, e per i rispettivi figli. A loro l'augurio di avere altre chance di crescita strada facendo. La strada nella lotta contro la paura dell'altro e contro il pregiudizio è lunga, ma si può vincere.
Abbiamo avuto tanti regali, durante questo viaggio. Tra i tanti, mi resta in mano un foglio vergato a mano da Sara, che a Potočari, a un certo punto, si è appartata su per la collina e ha scritto una poesia che ha voluto regalare a me e a Stefano.
Io voglio regalarla a voi, perché in queste parole c'è tutto il sapore dolce di una vittoria: quella della comprensione e della civiltà, della dolcezza e della speranza in un futuro veramente migliore grazie ai nostri ragazzi, anche in questi tempi di oscurità.

Immobile nel brivido, ma
non per il freddo.
La giovane blu e gialla
al cielo grida,
invocando le sue stelle;
stelle il cui riflesso è
indelebile.
E' un bianco che acceca la mente.
Di un bianco che pesa nel cuore.
E qui tra queste pagine
cade la mia lacrima,
che si perde
in quanto goccia in un oceano
che non ha più fondale.
Ma non nuore nel ricordo. Non deve.