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lunedì 6 febbraio 2017

6 febbraio, Giornata Mondiale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili (MGF), sono pratiche tradizionali che vengono eseguite principalmente in 28 paesi dell'Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici. Tali pratiche ledono fortemente la salute psichica e fisica di bambine e donne che ne sono sottoposte.
L’Organizzazione mondiale per la Sanità ha stimato che siano già state sottoposte alla pratica 130 milioni di donne nel mondo, e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno. Il 6 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili, che, purtroppo, conoscono una serie di declinazioni e specificità.
Tutte queste mutilazioni ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è a tutela di queste ultime che si adoperano i movimenti per l'emancipazione femminile, soprattutto in Africa.
Le mutilazioni genitali femminili hanno gravissime conseguenze sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni, shock), sia a lungo termine (cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il nascituro).
Per ricordare questa data, ricordiamo che l'argomento è ampiamente dibattuto all'interno del Rapporto 2015-2016 di Amnesty International e regaliamo un estratto dal libro di Emanuela Zuccalà dal titolo Donne che vorresti conoscere in cui si affronta questo tema.

Il grande albero protettore delle sue notti di paura sta ancora lì, a presidiare i sentieri dell’infanzia. Nice l’osserva con antica gratitu­dine, forse pensando che l’acacia sia l’unico personaggio rimasto inerte in questa savana ventosa nel sud del Kenya, sorvegliata dal Kilimanjaro che appare e scompare dietro la corsa delle nuvole.
Per spiegare la rivoluzione che dal villaggio masai di Nomayianat sta investendo l’intera area, Nice torna indietro di quindici anni, quando lei era una piccola orfana terrorizzata che sgattaiolava fuori da casa dello zio per scomparire sotto il grande albero nell’attesa che le luci del gior­no e l’eccitazione per la cerimonia facessero dimenticare la sua assenza nel conteggio delle bambine da “tagliare”. Per due volte s’è sottratta in questo modo all’emuatare, il sanguinoso e ineluttabile rito di passag­gio all’età adulta per le femmine, guidata solo da un istinto infantile impossibile da addomesticare: «Sapevo che avrei pianto e gridato, con­dannando la mia famiglia alla vergogna. Durante la circoncisione, le bambine masai devono stare zitte e ferme sulla pietra, senza muovere neppure gli occhi, altrimenti nessuno le vorrà in spose. Per questo sarei fuggita all’infinito. Ma lo zio insisteva, così mi decisi ad affrontare mio nonno, il capofamiglia: “Non voglio essere tagliata – gli dissi – ho solo otto anni e, prima di diventare donna, devo finire la scuola”. Lui era sbalordito ma era un uomo buono: finì per cedere alla mia insistenza».
Oggi Nice Nailantei Leng’ete è una ventitreenne alta e sinuosa, pros­sima alla laurea in management sanitario e convinta che bastino un ideale e una testa dura per ribaltare il mondo. Lei c’è già riuscita qui, nella società profondamente patriarcale dei pastori masai sparsi per il paesaggio attorno alla cittadina di Loitokitok. Impegnata fin da ado­lescente con l’organizzazione sanitaria Amref («Ero l’unica ragazza del villaggio a saper leggere e scrivere: mi hanno scelta come mediatrice tra gli operatori e la comunità masai»), ha trovato la chiave dello sviluppo esorcizzando il suo spauracchio di bambina: il “taglio”. Perché «una ragazza circoncisa, anche se ha solo otto o dieci anni, è considerata una donna: deve sposarsi e fare figli. Abbandonerà la scuola e non saprà fare nulla se non badare alla casa e ai bambini, perpetuando l’inerzia del­la sua comunità». La ragazza istruita, invece, «porta più mucche», sta scritto sulla sua t-shirt: uno slogan semplice ed efficace che ha indotto a capitolare gli anziani masai esattamente come la piccola Nice, quindici anni fa, era riuscita a persuadere suo nonno.
«L’abbiamo ascoltata perché è una di noi», dice Lemura Nkolepo, anziano del villaggio di Nomayianat, avvolto nel mantello rosso e appoggiato all’esiere, il bastone simbolo del potere maschile. «Ci ha spiegato cose che non avevamo mai sentito prima, dandoci la speranza che, con questa innovazione, potremo tutti prosperare».
(…)
L’eco internazionale non è tardata: Nice Nailantei Leng’ete è stata invitata a tenere una Ted Conference ad Amsterdam e un discorso alla Clinton Global Initiative di New York. «È stato esaltante, come supe­rare un esame importantissimo – confida – e poiché nessuno all’estero riusciva a pronunciare il mio nome intero, ho detto a tutti: chiamate­mi pure Miss Kilimanjaro, è più semplice». Ha anche viaggiato in Ita­lia come testimonial di Amref per la salute materno-infantile in Africa: condannare l’escissione, infatti, è un passo verso parti più sicuri, e il concetto è arrivato persino a chi sulla circoncisione femminile ha sempre campato.
La faticosa opera di persuasione, sulla quale in pochi avrebbero scom­messo uno scellino, pare ormai compiuta tra i masai di Loitokitok, e Nice cammina per la savana come una regina fasciata nei suoi abiti tra­dizionali viola e azzurri, salutata e benedetta da tutti come una figlia capace di bizzarre alchimie. Dal dicembre del 2013 all’aprile successivo, ha sottratto alla mutilazione genitale 621 ragazze dei distretti rurali, in­ventandosi un “rito di passaggio” alternativo che rispetta le usanze masai mondandole dal sangue. «Siamo diventate donne senza soffrire», sorride Anita, quindici anni, studentessa della scuola di Inkariak Ronkena. Che racconta: «La cerimonia d’iniziazione è identica a quella tradizionale, con danze e sacrifici di capre e mucche, solo che non c’è alcun taglio. Gli anziani benedicono i nostri libri, i quaderni e le penne, per inco­raggiarci a studiare, mentre in passato auguravano alle ragazze solo di trovare marito in fretta. Prima della festa, abbiamo seguito un training di due giorni sull’educazione sessuale, l’igiene personale, le conseguenze dannose del taglio e i nostri diritti di donne».
(…)
«L’istruzione è la nuova circoncisione, l’autentica iniziazione all’età adulta. – recita un altro slogan inventato da Nice – Solo andando a scuola, una bimba può diventare la donna dei propri sogni». E qual è la donna dei tuoi sogni, Nice? Lei alza gli occhi al cielo nuvoloso, con uno sguardo rimasto bambino, e non tradisce dubbi: «Voglio di­ventare la presidente di un’organizzazione con tanti fondi, per poterli investire nell’educazione di queste ragazze. Solo in loro sta il futuro della nostra comunità e del nostro Paese».
Il congedo è una danza sulla terra rossa tra canti acuti in onore di Nice, ambasciatrice di un’Africa che s’è scrollata di dosso il cliché dell’inerzia.