Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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giovedì 6 aprile 2017

6 aprile 1992, il dramma di Sarajevo nel ricordo di Dubravka Ustalić

Venticinque anni fa iniziava la tremenda guerra in Bosnia Erzegovina con il lunghissimo assedio di Sarajevo, durato circa 1.400 giorni, e un tributo di morti, distruzione e dolore immensi. Vogliamo ricordare quei giorni tremendi con le parole della nostra autrice Dubravka Ustalić che, negli anni d’assedio e di guerra ha tenuto traccia dei suoi ricordi in un prezioso quaderno che è diventato un libro dal titolo “Diario da Sarajevo”.
“Aprile 1992, Bajram, grande festa musulmana: la celebrammo, come tutti, con tanti dolci e le impareggiabili baklave, accompagnate dal pro­fumo del caffè del primo mattino che, con la sua fragranza, dà la voglia d’iniziare un nuovo giorno. Arrivarono da noi i cugini per i rituali auguri di ogni bene. Noi andammo dai nostri amici e tutto sarebbe stato come ogni anno se per le strade di Sarajevo non avessimo notato in continua­zione strani cambiamenti, come alcune persone straniere vestite di bian­co, che avrebbero dovuto rappresentare gli osservatori. Alcuni soldati coi caschi blu avrebbero dovuto tutelare la pace, come se con la loro presenza potessimo essere sicuri che il “mondo” aveva deciso di non ignorare il nostro destino. Io ho avuto sinceramente fiducia in tutti loro: era come una conferma che non sarebbe accaduto nulla di tragico.
Davanti alle caserme della Jna furono potenziate le pattuglie con i carri armati e quello che era l’esercito del popolo, al posto di infonderci un senso di sicurezza, adesso, coi suoi strani e affrettati movimenti di colonne e mezzi corazzati, rappresentava per tutti noi una fonte di pericolo e d’incertezza.
In tutta la città i negozi erano già abbastanza vuoti a causa della paura, sebbene non si sapesse ancora precisamente di cosa.
La gente cominciava semplicemente ad accumulare provviste. Allora non ero ancora cosciente di che grande mossa avesse compiuto mia suo­cera comprando in quei giorni quasi cinquecento chili di farina, dell’olio e dello zucchero.

  Tutti seguivamo i notiziari alla radio e alla televisione sperando che accadesse qualche miracolo capace di cancellare tutte le nostre preoc­cupazioni e che la vita continuasse a scorrere nella normalità più asso­luta. In tutte le nostre strade gli uomini avevano iniziato a radunarsi e a discutere della situazione e di come organizzarsi nel caso in cui ci si sarebbe dovuti difendere poiché, come ormai era chiaro, la Jna non era più l’esercito di tutte le Repubbliche ma solo l’esercito serbo. Nessuno di noi possedeva un’arma, se non la polizia: eravamo, si può dire, a mani nude, quando, non so a quale velocità, forse a quella della prima granata che ci colse impreparati, tutta la nostra vita cambiò del tutto. Nulla più fu come prima, e non potrà mai più esserlo. Ci colse di sorpresa nel nostro appartamento, in cucina. In preda al panico siamo balzati verso la finestra e abbiamo potuto vedere da dove provenisse quel colpo terribile. Dalla nostra finestra che s’affacciava sulla città dal monte Džamija­ avevamo una vista magnifica su tutta la città vecchia e spesso mi sedevo sul divano e guardavo rapita lo spettacolo di Sarajevo. Ora c’era solo fumo, bianco quindi rosso, una delle case era rimasta distrutta. Proprio nella Baščaršija­: la nostra inebriante, stupenda, chiassosa Baščaršija. Fu solo la prima bomba, a cui ne seguirono tante altre che più nessuno riuscì a contare. Gli aerei volavano sopra la città, così bassi proprio sulla nostra casa; un attimo dopo si sentì un’esplosione che dalle fondamenta scosse tutto il mio corpo. Mi buttai alla disperata su mio figlio, d’istinto, e restammo sul pavimento della cucina tremando di paura. Nel panico più completo, con un unico pensiero nella testa: dove rifugiarci per poterci salvare? Arin piangeva dalla paura, io lo tenevo in braccio e con lo sguar­do cercavo l’aiuto di Nedim, supplicandolo: “Cosa facciamo ora?”. ­
Avevo visto quanto fosse agitato e attonito anche lui, ma comunque riuscì a uscire per informarsi su cosa fosse avvenuto. “È stato solo il boato di due aerei in volo quando hanno oltrepassato il muro del suono”. “Non è nulla”, disse abbracciandomi, ma senza esito; la paura era entrata in me e aveva trovato un terreno fertile, cosicché il panico non mi lasciasse più.
Le granate iniziarono a cadere ogni giorno, non si sapeva dove e quan­do; Sarajevo iniziò a bruciare. Non c’erano più negozi dove si potesse comprare qualcosa, erano tutti completamente vuoti”.

Il libro:
Titolo: Diario da Sarajevo. Assedio, evasione e ritorno
Autrice: Dubravka
Ustalić - Traduttore: Silvio Ziliotto
Pag. 224 - € 15
L’autrice
Dubravka Ustalić (Tuzla, 1967) ha vissuto a Kladanj e si è trasferita nel 1986 a Sarajevo, dove ha cominciato a lavorare come commessa. Nel 1988 conosce il futuro marito Nedim, che sposa nel 1990. Nel 1991 nasce il loro primo figlio, Arin, ma nell’aprile del 1992 in Bosnia scoppia la guerra. Da allora la sua vita è divisa tra fughe e ritorni nella Sarajevo assediata, il campo profughi in Croazia, le speranze in Germania e la rinascita in Italia, dove nasce il secondo figlio, Beniamino. Nel 2005 Dubravka torna a Sarajevo con l’intera famiglia e lì ancora oggi vivono tutti tra le mille difficoltà di un dopoguerra infinito.
Il traduttore
Silvio Ziliotto (Milano, 1971) è traduttore, interprete e insegnante della lingua serba, croata e bosniaca. Consulente e autore dei lemmi degli autori e dei profili delle letterature slovena, croata, serba, bosniaca, montenegrina, macedone e albanese della Garzantina della letteratura (2007). Tra i libri tradotti ama ricordare: la monografia Palmižana, La saga della Quintessenza (2005), la raccolta di racconti Gli occhi colmi di terra di Šimun Šito Ćorić (2011).
Per informazioni:
Infinito edizioni: 059/573079 - Maria Cecilia Castagna: 331/2182322