Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 9 settembre 2015

Se l’omeopata è troppo allegro… breve riflessione che porta a Karadžić

Una notizia è rimbalzata oggi dalla Germania sui quotidiani di tutto il mondo: 29 omeopati riunitisi nelle vicinanze di Amburgo, in Germania, per un convegno sulla medicina alternativa, sono stati ricoverati d’urgenza in ospedale dopo essere stati avvistati sul prato intorno al luogo dell’incontro mentre si rotolavano in giacca e cravatta sull’erba e barcollavano inseguendosi. Ci sono volute 150 persone per aver ragione dei 29 professionisti e caricarli sulle ambulanze dopo averli legati alle lettighe. Alla fine, grazie alle analisi del sangue, s’è scoperto che avevano assunto dosi massicce di Acquarius, una droga simile all’Lsd chiaramente illegale.
Scherzo di un collega deluso per non essere stato invitato al convegno? Auto-immolazione per sperimentare qualche farmaco? Errore? Scelta volontaria?
Fatto sta che una notizia così non può che mettere di buon umore. E far pensare a due cose, decisamente diverse. La prima è il film “L’erba di Grace”, piccolo capolavoro che non può mancare in nessuna videoteca domestica. La seconda è che anche Radovan Karadžić, il presidente della Repubblica serba di Bosnia oggi recluso all’Aja e sotto processo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, durante la sua lunga latitanza belgradese s’era fatto crescere un barbone grigio e s’era travestito da apprezzato omeopata, rubando il suo nuovo nome a un morto. È impossibile allora non pensare a lui invitato a quel convegno mentre si rotola sull’erba in preda ad allucinazioni. Allucinazioni ben diverse rispetto a quelle dategli dal potere e che lo hanno reso corresponsabile del mattatoio balcanico. Ma, al contempo, allucinazioni che lo avrebbero riportato sulla terra anche agli occhi del gruppo di razzisti e fascisti serbi che lo idolatrano come un mito e che finalmente lo avrebbero visto nelle sue condizioni ottimali: quelle di un leader allucinato e svalvolato, buono solo a scaldare una branda in carcere.