Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
Il nuovo libro di Luca Leone, nelle librerie e negli store online. Compralo su www.infinitoedizioni.it

lunedì 21 settembre 2015

Željezničar-Inter, 15 giugno 1971: quando c’erano ancora il calcio e la Jugoslavia

Lecco, un’assolata domenica di settembre, esattamente il 20. Sto passeggiando per il centro della città in attesa di prendere il treno che mi riporterà a casa. Da un’oretta è terminato l’affollato e interessante incontro avuto col pubblico lecchese sul libro “Srebrenica. La giustizia negata”, che ho scritto con Riccardo Noury e che da mesi portiamo in giro per l’Italia.
Mi sento toccare una spalla. Per una volta non si tratta di fascisti o negazionisti o estremisti serbo-bosniaci desiderosi di esprimere convulsamente ragioni per nulla condivisibili. Mi volto e incontro gli occhi visti e il viso solare di un anziano signore che aveva partecipato attivamente all’incontro di poco prima. Mi parla di sé. Racconta dei tanti anni in cui, come responsabile commerciale di una grossa ditta lombarda, ha girato ininterrottamente Balcani e Medio Oriente per vendere macchinari. Sono ricordi di pace e di guerra, comunque carichi di nostalgia. Ogni tanto battibecca con la moglie, che tenta d’inserirsi insistentemente nel suo monologo carico di nomi e di luoghi.
Improvvisamente, s’illumina e mi dice: “So che deve partire e la libero subito, ma prima mi permetta di farle un regalo”. Tira fuori dalla tasca il portafoglio e da dentro vi estrae il suo portafortuna, che mi permette di fotografare. Si tratta del biglietto d’ingresso per la partita amichevole svoltasi a Sarajevo il 15 giugno 1971 tra la locale squadra dei ferrovieri, il mitico Željezničar, e l’Inter, di cui il mio nuovo amico è tifoso fin da bambino.
Si commuove. Ricorda il viaggio di ritorno, le foto fatte in aereo con Facchinetti e Burnich, quattro chiacchiere scambiate con Mazzola.
Altri tempi.
Non ricorda il risultato della partita, ma solo che vinse l’Inter. Purtroppo per lui non andò così. La partita finì infatti 3-3, davanti a circa 50.000 spettatori in festa. Capitano dell’Inter, come si vede da questa foto d’epoca, era Mazzola. Per i milanesi, avanti 3-2 al 67imo, segnarono due reti Boninsegna e una Mazzola (il cui cognome era stato traslitterato dalla stampa sarajevese dell’epoca in Macola).
La formazione di Sarajevo scese in campo con questo undici: Janjuš, Kojović, Bećirspahić, Bratić, Katalinski, Hadžiabdić, Jelušić, Janković, Bukal, Sprečo, Džajić.
La formazione dell’Inter non l’ho trovata, ma quella squadra schierava, quell’anno, oltre a Boninsegna e a Mazzola, anche gente come Jair, Corso, Facchetti, Burnich, i giovani Oriali e Bordon, Lido Vieri, Bellugi, Bertini e tanti altri ancora. Una vera corazzata.
Tutto finito, purtroppo. Oggi restano le macerie del calcio e della Jugoslavia. Nostalgia? Nessuna. Solo una semplice constatazione. Bisogna guardare al futuro, ma la memoria va conservata e dalla storia si può imparare. Persino se parliamo di calcio.