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martedì 15 marzo 2016

5/Eden e Arthur Conan-Doyle, o la mancanza di memoria collettiva dei nostri tempi

Dedicare una seconda puntata a sir Arthur Conan-Doyle, raccontando di EDEN. IL PARADISO PUÒ UCCIDERE, è come minimo doveroso.
Arthur Conan-Doyle è stato uno dei geni inimitabili della letteratura moderna e credo che, nei generi che ha creato dal nulla, ancora oggi non sia stato eguagliato da nessuno.
Conan-Doyle era, in qualche modo, un predestinato. Nato nel 1859, l’anno in cui Darwin pubblicò il suo fondamentale saggio sulla Origine delle specie, il giovane Arthur si laureò in Medicina all’Università di Edimburgo nel 1885 e poi, spirito ribelle, s’imbarcò su una baleniera come medico di bordo. Al suo rientro in Europa, si trasferì in Inghilterra e aprì uno studio a Southsea, ma con scarso successo dal punto di vista del numero di pazienti e delle soddisfazioni professionali.
Durante i non infrequenti periodi di inattività professionale cominciò a scrivere. Tanto. Ma con scarso successo. Il soggetto preferito dei suoi esperimenti letterari si chiamava Sherlock Holmes, la cui idea nasce dalla stima che Conan-Doyle aveva per il suo amico e collega Joseph Bell, abilissimo nel dedurre dai minimi dettagli le caratteristiche psico-fisiche dei suoi pazienti.
La prima pubblicazione di Conan-Doyle fu però uno dei suoi racconti del terrore: Il mistero della valle di Sasassa.
Conan-Dolyle, col tempo, si allontanò sempre di più dalla professione medica e, diventato oramai l’apprezzato autore delle vicende dell’investigatore dilettante ma geniale Sherlock Holmes, si trasformò in inviato durante la Guerra Boera in Sudafrica, la cui narrazione, nelle pagine del libro The Great Boer War, gli fruttò il titolo di baronetto nel 1902.
Siamo negli anni della maturità di Conan-Doyle, prima che si facesse trascinare dal suo interesse per l’occultismo. Quello che per me è il suo capolavoro assoluto – copiato e plagiato da scrittori e registi nei decenni a seguire – è del 1912: The Lost World, Il mondo perduto.
Un libro che costituisce la nascita non di un “genere” ma senz’altro di un “sottogenere”.
Per chiarezza: già Jules Verne (Viaggio al centro della terra, 1864) aveva trattato con maestria il tema delle “terre perdute” o dei “mondi perduti”. E, ancor prima di Conan-Doyle, Welles, nel 1902, aveva pubblicato un grande romando ambientato nella preistoria, A Story of the Stone Age, che forse, però, può più precisamente essere considerato un racconto lungo, che non un romanzo vero e proprio.
Nessuno prima di Arthur Conan-Doyle, tuttavia, aveva riunito in un unico topos letterario i due filoni narrativi del “mondo perduto” e della “preistoria che ancora vive”, magari in forma di “frammento”, e come tale è arrivata fino ai nostri giorni.
Questo sottogenere incontrò da subito successo tra i lettori dell’epoca e ancora oggi, soprattutto al cinema, continua a far andare molto bene i botteghini.
Tutto questo è opera di un genio della letteratura: Arthur Conan-Doyle.
Sarà bene, prima o poi, farlo leggere nelle nostre scuole, per rendere ai nostri ragazzi un po’ di giustizia e insegnare loro a volare veramente con la fantasia.