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giovedì 31 marzo 2016

L’ultranazionalista Vojislav Šešelj per il Tpi de L’Aja è innocente

Vojislav Šešelj, il leader ultranazionalista serbo già parlamentare e fondatore del Partito radicale serbo, è stato oggi scagionato dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) da tutti e nove i capi d’imputazione a suo carico. La sentenza del caso Šešelj era attesa dal 2012. Nel frattempo il discusso leader ultranazionalista era stato rilasciato dal Tpi per permettergli di curarsi in Serbia, salvo poi rifiutarsi di tornare a L’Aja.
Šešelj doveva difendersi (cosa che ha fatto avvalendosi solo di un consigliere legale) da tre atti d’accusa per crimini contro l’umanità e da sei atti d’accusa per crimini di guerra, incluse uccisioni, torture e trattamenti crudeli di prigionieri. La Procura generale lo accusava di aver perpetrato direttamente i crimini di cui sopra o di essersi adoperato attraverso la propaganda affinché fossero commessi, il tutto in nome della creazione della Grande Serbia attraverso l’amputazione di parti della Bosnia e della Croazia e la loro annessione alla Serbia.
Secondo la corte, la Procura generale non ha saputo provare l’esistenza di un piano criminale dietro l’attività di Šešelj tra il 1991 e il 1993. Per quanto, secondo la Procura, ogni atto criminale fosse stato commesso da Šešelj nel nome della creazione della Grande Serbia, quest’ultima secondo la corte era più un’aspirazione politica che non un progetto criminale. Sempre secondo la corte, i crimini commessi dalle forze paramilitari serbe durante la guerra in Bosnia Erzegovina non possono essere direttamente collegati con l’attività propagandistica, per quanto violenta, di Šešelj, nel nome della creazione della Grande Serbia. Finanche il reclutamento di forze paramilitari, in cui Šešelj ebbe modo di eccellere, non è stato considerato dalla corte come perseguibile poiché la legge jugoslava al tempo vigente permetteva queste attività. E, in ogni caso, il comportamento di queste forze paramilitari, che si lasciarono andare alle più spaventose violenze, non può essere in alcun modo messo in relazione con l’imputato Šešelj e con la sua attività di tribuno della violenza e di signore del reclutamento di paramilitari.
Per otto capi d’accusa su nove la corte ha deciso a maggioranza. In un solo caso ha scagionato dalle accuse Šešelj all’unanimità. È possibile presentare ricorso in secondo grado. Da oggi (ma in realtà già da diversi mesi) Šešelj è un uomo libero. Il processo contro Šešelj era cominciato il 7 novembre 2007. Sono stati 99 i testimoni chiamati dalle parti, circa 1.400 le prove accolte dalla corte. Per chi fosse interessato, la sentenza in versione integrale consta di 100 pagine più due annessi ed è disponibile online, ma in lingue diverse dall’italiano.
Poiché le sentenze del Tpi costituiscono giurisprudenza per le cause successive, dopo l’assoluzione di Šešelj il messaggio pare chiaro: il Tpi continuerà a concentrarsi fino alla sua imminente chiusura (dicembre 2017) sui casi più eclatanti riguardanti bosniaci. Rispetto agli altri, l’atteggiamento sarà decisamente più permissivo. Un messaggio che interesserà non solo presunti o conclamati criminali serbi ma, senz’altro, anche croati e kosovari. Alla fine tutto si risolverà in un grande nulla di fatto e a pagare saranno quasi esclusivamente coloro che non hanno saputo tutelarsi a dovere mentre commettevano crimini terribili. Gli altri sono destinati a farla franca. Si potrebbe parlare di definitivo fallimento del Tpi. In realtà, basta dire che la sentenza Šešelj è sorprendente e che le sorprese sono destinate a non finire.