Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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sabato 19 marzo 2016

9/ “Eden”, un ultimo passo (e un "aperitivo"...) prima dell’azione

Inizialmente la parte introduttiva del libro – quella in cui si introducono i personaggi, si delinea la loro psicologia e si creano le basi per l’azione – era molto più lunga. I tagli e le riscritture del 2010 e del 2015 mi hanno permesso di ridurla a tre capitoli, che in parte mi hanno anche permesso di introdurre lo stile della narrazione, completamente diverso da ogni libro che ho scritto in precedenza, incluso il mio amato “I bastardi di Sarajevo”. In questo libro avevo deciso di lanciarmi una sfida, quella di rinunciare alla comodità del narratore. In EDEN, invece, ho voluto fortemente il narratore e mi sono lanciato una sfida ben diversa, ovvero quella di renderlo non un accessorio utile per la narrazione ma una parte insostituibile e irrinunciabile, direi costitutiva, del libro.
L’ingresso nell’azione, dopo le due riscritture di cui sopra, nella versione definitiva di EDEN è quasi immediato, e il lettore ne è accompagnato al centro già nella prima metà del secondo capitolo, esattamente con questo passaggio piuttosto agile, ma fondamentale:

Rimanemmo ancora qualche istante in silenzio, quasi in ascolto, ognuno alle prese con i suoi, di tarli. Il picchiettare sulla porta, infine, ci destò.
Katia tornò a fare capolino tra le due ante, alla stregua di un’adolescente colta in flagrante mentre spia i genitori: «Ivano, sono arrivati i signori…», sembrò giustificarsi mentre, pian piano, dopo gli occhi entravano nella stanza anche il naso, la bocca carnosa e altera, il collo sottile e un piede, frammenti di una nuova figurina della mia squinternata collezione.
«Tra cinque minuti, Katia. Tra cinque minuti…», si affrettò a dire Bentivoglio, alzandosi poi in piedi mollemente e dirigendosi verso la finestra. Un piccione grigio con una curiosa macchia bianca sulla testa continuò a spulciarsi tranquillamente sul davanzale, ignaro del cerchietto di plastica che qualche mano gli aveva legato attorno alla zampa rugosa. Intanto, un flebile raggio di sole sembrava voler fare capolino tra le nubi nere spesse di pioggia; ma queste ultime, alleate col vento, prontamente lo ricacciarono indietro, negandogli l’idea d’arrivare a specchiarsi sui selci inondati di pioggia mista agli scarti della civiltà, muti simboli colorati del disumano regresso del progresso umano.
«Hai idea di quanto costi, ogni anno, il giocattolo sul quale scrivi?».
«Me ne sono fatto una mezza idea, anche se personalmente non adoro sguazzare tra scartoffie e falsi in bilancio…».
«Ah, di quelli se ne fanno sempre meno! Non conviene più… E poi i politici ultimamente ci hanno dato una bella mano, in materia… E hai idea di quanto mi costi, tu, ogni anno, con i tuoi viaggi?».
«Non dirmi che stai per licenziarmi… Sarebbe una pessima notizia per il mio sistema nervoso, in una giornata di pioggia come questa. E poi, sai benissimo che di solito i miei viaggi sono almeno in parte sponsorizzati…».
«Le marchette… lo so… E poi non saresti una prostituta… No, non credo che il pericolo di un licenziamento sia imminente. C’è troppa gente che ti odia, in redazione, e non potrei mai dar loro una simile soddisfazione. Non se la meritano. No. Te l’ho chiesto per mettere le mani avanti, come si dice».
«La cosa ha a che fare con le persone che stai aspettando?».
«Che stiamo aspettando! Perché l’incontro di oggi interessa più te, che me…».
«Di chi si tratta?».
«Una persona la conosci già: è Bianca Maestro, il direttore del giornale su cui scrivi e di cui ho il dubbio onore di essere detentore di una molto più che cospicua quota di maggioranza».
«Spiacente per i tuoi dubbi imprenditoriali… e… di chi è in compagnia, la mia adorata direttrice?».
«Frena, signor curioso. Prima dai un’occhiata a questa».
Mentre parlava aveva lasciato la finestra e s’era riavvicinato alla scrivania. Tornò a sedersi con lentezza quasi esasperante, aprì un cassetto e ne estrasse una fotografia, che mi porse dopo averla guardata. I suoi occhi sbiaditi s’erano illuminati sotto i capelli grigi pettinati all’indietro, come se improvvisamente avesse avuto tra le mani la cosa che aveva da sempre sognato toccare, palpare, carezzare, concupire.
Presi la foto con curiosità. Non potei trattenere un moto di delusione alla prima occhiata. Si trattava di un’istantanea sbiadita, con i colori quasi tutti uniformemente tendenti al viola, nella quale si vedeva un grosso teschio stretto da due mani olivastre luride di qualcosa che avrebbe potuto essere sangue misto a terra, o magari escrementi animali.
«Direi… – feci quasi infastidito – …direi che si tratta di due mani che tengono strette un teschio animale o qualcosa del genere».
«Nient’altro?».
[…]

Da questo momento, per altri ventitré capitoli, si è immersi nell’azione e il lettore vive letteralmente al centro del libro, insieme ai suoi protagonisti.
Bene, credo di avervi raccontato davvero tutto.
Spero di avervi incuriosito. Spero che leggerete EDEN.IL PARADISO PUÒ UCCIDERE e che lo vorrete consigliare agli altri.
So che la sfida è dura, ma non sono tipo da arrendersi e da tirarsi indietro. Ho sempre e solo pubblicato libri in cui credevo profondamente. EDEN. IL PARADISO PUÒ UCCIDERE per me è una sfida nuova, eccitante, bellissima.
Spero che vorrete aiutarmi a vincerla. E il modo migliore per farlo è leggere il libro, consigliarlo, avviare un dialogo tra lettori e autore.
Questo spero avverrà. E non è detto che un giorno possa essere dato alle stampe il seguito di questo libro, di cui non ho scritto una sola parola ma che è già pronto nella mia testa. E nel mio cuore.
Buona lettura!